venerdì 17 novembre 2017

Sabato della XXXII settimana del Tempo Ordinario



Sulla Via crucis di Gesù c’è anche Maria, sua Madre. 
I discepoli sono fuggiti, ella non fugge.
Ella sta lì, con il coraggio della madre, 
con la fedeltà della madre, 
con la bontà della madre, 
e con la sua fede, che resiste nell’oscurità: 
"E beata colei che ha creduto". 
"Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?.
 Sì, in questo momento Egli lo sa: troverà la fede. 
Questa, in quell’ora, è la sua grande consolazione.

Benedetto XVI

***

Dal Vangelo secondo Luca 18,1-8

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: “C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé. Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi”.
E il Signore soggiunse: “Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente.
Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.

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Sperare contro ogni speranza è il fondamento ultimo e primo della preghiera. Come quella della «vedova», con un «avversario» a stringerle la gola davanti ad un «giudice terribile»; non può appellarsi né alla giustizia umana visto che il giudice «non ha riguardo di nessuno», né al sentimento religioso perché il giudice «non teme Dio». Essa si confonde nell'immagine dell'inerme colomba che simboleggia Israele, la sposa del Signore così come appare nel Cantico dei Cantici: "O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole" (Ct. 2,14). La tradizione di Israele interpreta questo versetto alla luce della notte di Pasqua: "Quando il Faraone malvagio inseguì il popolo d'Israele, questo era simile a una colomba che era in fuga da un falco ed è entrata nella fessure delle rocce, e il serpente sibilava contro di lei. Se entrava, ecco il serpente, se usciva, ecco, c'era il falco" (Targum Shir Ha-Shirim 2:14). La preghiera della vedova è, essenzialmente, la voce dell'amata in difficoltà suscitata dall'Amato: è Lui che, innamorato e attirato da ciascuno di noi, desidera ascoltare la nostra voce, ci chiama e ci invita a «pregare incessantemente». La «necessità di pregare sempre e senza stancarsi» è la necessità dell'amore, perché per amare Cristo, non abbiamo che l'»insistenza» delle lacrime e della preghiera. E come è necessario amare per vivere, così pregare. Per questo il Signore conclude la parabola chiedendosi se, tornando, «troverà ancora la fede sulla terra», ovvero se troverà ancora amore nel cuore della Chiesa e di ciascuno di noi. Quando tutto ci sembra congiurare contro, la preghiera è il «linguaggio» della fede adulta. Laddove non possono le ragioni umane, può l'»insistenza» spinta al limite della resistenza altrui, come fanno i bambini quando si mettono in testa di farsi regalare il gelato o un nuovo giocattolo. La «Giustizia» nella Scrittura descrive il rapporto pieno e autentico con Dio, il permanere nella Verità. Questa vedova ha un avversario che le ha strappato o le vuole strappare questa vita santa, bella, giusta; per questo «non si stanca» nel rivendicare la misura di vita che corrisponde alla sposa di Cristo. Il verbo «enkakein» tradotto con «stancarsi», ha il significato di «cominciare a trascurare qualcosa» o «tralasciare un impegno a cui si è obbligati». La vedova sa di avere un avversario e di rischiare la vita, non trascurare la preghiera, la supplica, l'amore. Chi invece ha perduto questa coscienza si stanca e comincia a tralasciare l'impegno costitutivo della propria vita. 

Anche noi abbiamo lo stesso «avversario», il demonio, che prima ci inganna, seduce e spinge a peccare, e poi ci trascina «accusandoci» davanti al Giudice. Ma è proprio da questo tribunale che possiamo elevare il grido della preghiera, i gemiti inesprimibili dello «Spirito Paraclito», il nostro «avvocato» presso il Padre, lo Spirito del Signore Gesù che si è offerto per noi come «mallevadore». È Lui che, secondo il significato del termine, «impegnando sé stesso ed il proprio patrimonio», presta garanzia per ciascuno di noi, diventandone obbligato con i suoi stessi beni, con la sua vita. L'avversario non poteva immaginarlo: al solo pregare, Gesù si fa «prontamente» garante per noi presso Dio e il Giudice non può che ascoltare altrettanto «prontamente» un Avvocato che garantisce mostrando le sue stesse piaghe segno della sua vita offerta in riscatto. Per questo chiediamo con insistenza il compimento in noi della Giustizia della Croce. Pur essendo schiaccianti le prove contro di noi e siamo senza attenuanti - la moglie ha sofferto, i figli si sono sentiti perduti, l'amico è scappato, il fidanzato ferito... - per un miracolo impensato, la folle Giustizia di Dio ci scagiona facendo ricadere la colpa sull'Innocente che ha confessato un delitto mai commesso. "O immensità del tuo amore per noi! O inestimabile segno di bontà: per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio!" (Exultet di Pasqua). E' questa la Giustizia che trasforma un assassino in un santo, una vedova nella sposa più felice; la «giustificazione» che fa di noi i testimoni, come Abramo, della «fede sulla terra», che crede contro ogni evidenza, avviandosi ogni giorno al Moria, sino al ritorno del Signore. 

Notte dell'anima e fede solida... Estratti dai "Diari" di Carmen Hernandez.




Pensieri estratti dal libro...

28. Come poveretti sepolti… Signore, credo in Te, anche se sono abbattuta, triste. Fai bene tutte le cose. Grandezza nella tua creazione. Misterioso nelle tue opere. Tragica la vita dell’uomo. I problemi terribili nella Chiesa. Resta come unica risposta il tuo Regno sulla Croce. Gesù, Amore mio, misterioso, grande, unico, rallegra la mia vita. Vieni, Signore, vieni!
(Puebla de los Ángeles, 9 febbraio 1979)

90. Si smuovono tutte le fondamenta, Gesù mio, dentro di me. Resti Tu, solo Tu, Roccia imperitura, unica. Amore mio, sospiro la tua presenza, il tuo amore, la tua santità. Vieni, Amore mio. Tu conosci tutte le cose. Ti attendo, Spirito Santissimo, buono, consolatore. Ti amo. Vieni a me. Trasformami. Vieni, Gesù.
(14 maggio 1979)

113. Gesù, come potrò renderti grazie? Mi riempi di fortezza, di amore, di consolazione, di energia. Ti amo, Gesù mio. Mi circondi di beni. Grande, incommensurabile sei, Signore, unico, meraviglioso. Che allegria, Gesù. Mi rialzi, mi ridai vita, Gesù mio, mia Roccia, Amore mio. Ti amo.
(Santa Marinella, 8 agosto 1979)

115. Il tempo vola e non mi importa, perché mi ami e sento rinnovarsi la vita eternamente. Tu, Eterno, invincibile. Signore, Ti amo.
(Santa Marinella, 10 agosto 1979)


154. Mi duole il risveglio, la vita, il letto. Un profondo lamento ti chiama, ti cerca. Mi perseguita l’accusatore uccidendo in me ogni speranza, ogni futuro, e amareggiandomi il passato. Gesù, Gesù, Gesù, consolatore, difensore, perdonatore, gratuito, Ti voglio bene, Ti cerco, Ti amo. Strappami da questa tenebra. Vieni, Gesù. Vieni, Tu, Spirito Santo. E’ già notte. Dopo l’Eucaristia serenità. Gesu mio, quanto sto imparando dalla solitudine, sofferenza, fantasmi terribili. La verità e l’Altro, l’Amore. Gesù, Signore, vieni ad illuminare il risveglio. Tu, sei Tu l’Altro e mi ami. Grazie, Signore. Chi mi accuserà?
(12 gennaio 1980)

467. (…) Gesù mio, perdo tanto tempo a fumare e poco a stare con Te. Tu sempre sei con me. Gesù, poiché a Te tutto è possibile, liberami dal fumo! Ti amo (…) (Madrid, 21 gennaio 1981)

474. Gesù, mi sveglio cercandoti. Solo in Te c’è la ricostituzione, la serenità, il futuro. Tu solo sei. Aiutami, rallegra la mia vita. Insegnami a perdonare e a riconoscere il mio corpo di schiavitù e di peccato. Ti amo. Tu, “sopportatore” delle mie infedeltà, Tu sempre fedele, Ti amo. Aiutami. Incontro a San Martino con la terza comunità di Firenze. Gesù mio.
(Firenze, 28 gennaio 1981)

521. Riposo. Gesù mio, ho riletto l’anno passato, il 1979, per tutta la notte, e il 1980 uguale… è  malattia o ci sei Tu in tutta questa sofferenza? Lampi di sollievo in mezzo a questa oscurità. Gesù mio, libera il mio cuore! Gesù! Gesù, Gesù mio, sulle acque trafigga la tua voce il mio cuore. Tu, vittorioso sulle acque, invincibile, parlami! Vieni, fa’ splendere il tuo volto su questa notte della mia vita. Slegami. Gesù, giorno sereno, incredibile. Non lasciarmi tornare a ricreare attorno fantasmi. Mi ha fatto bene la quiete di questa mattina, Gesù mio. Breve è la vita dell’uomo. A pochi passi dalla morte e mi preoccupo ancora delle cose di quaggiù. Come sono stupida. Aiutami. Tu sei, Signore. Risuoni la tua voce nel mio cuore. Aiutami!
(Roma, 16 marzo 1981)

527. Preghiera nella notte oscura. Signore, “dal nemico maligno difendimi”. Tu sei, Signore, sveglia il mio orecchio alla tua voce: “Io Sono, Io sono. Non temere”. Tu sei, Signore. Io Ti ho visto. Ricordami la storia, la tua presenza, le tue apparizioni, la tua Parola incarnata tante volte in tutta la sua ricchezza e potenza. Se Tu non sei qui, tutto allora è menzogna. Mi si paralizzi la mano destra, se di te mi dimentico, Gerusalemme!. Difendi Kiko, Gesù mio.
(Arcinazzo, 22 marzo 1981)

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 di Alessandro De Carolis (Radio Vaticana)
“Quando tutto svanisce nel nulla e la notte nell’oscurità, l’anima si nutre del nulla. Signore dove? Come? Chi sei?”. Si apre con queste parole di profonda lacerazione interiore la prima pagina dei “Diari 1979-1981” di Carmen Hernandez Barrera, co-iniziatrice del Cammino Neocatecumenale, editi da Cantagalli e presentati ieri a Roma. Ma sono molte, tra le circa 800 annotazioni che seguono, a essere intrise di questi sentimenti in cui l’anelito all’onnipotenza di Dio, alla sua vicinanza che consola e sostiene, si scontra con la quotidiana impotenza personale, con l’umana debolezza propria e altrui.
“È come se Gesù Cristo le avesse fatto un deserto intorno”, spiega Kiko Argüello, il cui sodalizio con Carmen Hernandez ha permesso al Cammino di svilupparsi e diffondersi in 130 Paesi del mondo. Nel dialogo che l’autrice dei Diari tesse con Cristo si coglie quell’“amore sconfinato” che le ha permesso di condividere 50 anni di missione con l’iniziatore del Cammino senza mostrare “a nessuno – dice Kiko – la sua grande sofferenza interna”.
Ascolta e scarica in podcast l'intervista a Kiko Arguello:
 
I Diari, custoditi gelosamente da Carmen, sono stati rinvenuti dopo la sua morte, avvenuta il 19 luglio 2016. “Ti amo aiutami, non lasciare che la notte mi mangi l’anima”, scrive, quasi come un gemito, nel luglio del 1980. E due giorni dopo, uno squarcio di sereno: “Al ritorno dalla preghiera in montagna, mi viene un’idea di collaborazione e di rinnovamento”. Morte intima e risurrezione, così scorrono le giornate della massima corresponsabile del Cammino. Che quasi invariabilmente conclude i suoi pensieri con un ardente “Gesù mio ti amo”, nel quale è evidente un senso di affidamento ogni volta più forte della sofferenza che pure la tormenta.
Questo alternarsi di ombre e luci sono le due note su cui si snoda l’armonia di una innamorata di Cristo, spiega il cardinale arcivescovo di Vienna, Christoph Schönborn, intervenuto alla presentazione del volume. Una notte dell’anima che ricorda quella di Madre Teresa di Calcutta, osserva il porporato, colpito da una “sofferenza portata eroicamente attraverso un “amore stupendo a Gesù”.
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di Salvatore Cernuzio (La Stampa)
Era giusto pubblicare i diari di Carmen Hernández? Era giusto, cioè, mostrare così palesemente al mondo i limiti, le debolezze, le «lotte interiori ed esteriori» di una donna che è stata un punto di riferimento per centinaia di migliaia di persone? Questa domanda di fondo ha aperto ieri sera, all’Auditorium della Cei, a Roma, la presentazione del libro “Diari. 1979-1981”, il volume edito da Cantagalli che raccoglie 800 tra pensieri, annotazioni, commenti e appunti di viaggio della co-iniziatrice, insieme a Kiko Argüello, del Cammino neocatecumenale. 

La risposta è arrivata dall’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn, che ha detto: «Si, era giusto». E il motivo lo spiega Papa Francesco nella lettera inviata a Kiko dopo aver ricevuto il volume, ora pubblicata in apertura del libro: «Attraverso queste pagine si rende tangibile la testimonianza di un grande amore a Gesù, la cui luce trasforma la sofferenza in offerta, la stanchezza in allegria, la vita in un tempo per evangelizzare». 

Schönborn ha perciò voluto dire «grazie» a Carmen, scomparsa il 19 luglio del 2016, «per averci lasciato vedere un po’ il suo cuore, per averci mostrato le sue lotte interiori ed esteriori». Lotte che la Hernández affidava tutte a Gesù, suo «amico» e suo «sposo», in un dialogo incessante che proseguiva ad ogni ora del giorno e della notte. Lotte più banali come la pigrizia o la dipendenza dalle sigarette: «Tutto il giorno a fumare stupidamente», scriveva in un passaggio riletto dal cardinale. O le lotte con Kiko, che per circa cinquant’anni è stato suo compagno di evangelizzazione senza sosta in tutto il mondo, con cui a volte faticava a relazionarsi: «Questo Kiko tutto il giorno in azione…. è un terremoto di installazione… io vorrei solo sedermi con te in pace», si legge. Fino ad arrivare ai più profondi travagli interiori, ad una sofferenza dell’anima che l’ha accompagnata per decenni e che ora affiora in numerose varianti: incertezze, frustrazioni, complessi, sconforto, dubbi. 

Un vuoto che però Carmen ha saputo colmare con «l’amore incondizionato» al Signore, ha sottolineato Schönborn, e con una vita spesa per la missione. Per il porporato austriaco questi «schizzi», questi frammenti di vita messi nero su bianco che rammentano la «notte oscura» attraversata da tanti Santi - da San Giovanni della Croce a Madre Teresa - e che delineano un nuovo volto della co-iniziatrice dell’itinerario neocatecumenale, sono «perle» che «aiutano a capire profondamente come sia cresciuto il Cammino, cosa ha ispirato questo che da seme di senape è divenuto un tale grande albero». 

In particolare, ha aggiunto, «mi commuove quando parla del popolo di Dio. Carmen vede ciò che il Concilio ha detto. “Vedo un popolo che cammina verso la libertà”, scriveva. Non è questa la grande visione del Concilio?». Schõnborn ha perciò concluso: «Carmen ha contribuito in maniera decisiva al fatto che in tutto il mondo un popolo cammini verso la libertà, verso Gesù. Come non essere riconoscenti a Dio per questo dono?»
Mentre la scrittrice Costanza Miriano ha ricordato l’incoraggiamento di Carmen Hernández a sviluppare il “genio” di migliaia di donne, ricordando l’importanza del loro ruolo di custodi della «matrice della vita», da parte sua Kiko, messa da parte la visibile emozione, ha lasciato il posto ai ricordi personali. Ha quindi spiegato al folto pubblico - che vista la scarsa capienza dell’Auditorium si è sistemato in piedi, a terra, o in alcune salette con la diretta streaming - che «mai Carmen avrebbe accettato» di veder pubblicati i suoi diari. «È stata in un certo senso una violenza che ho fatto per amore ai fratelli del Cammino», perché - e ha ripetuto le parole della sua prefazione - «avete diritto di conoscere il cuore di Carmen, il suo immenso amore a Gesù Cristo. Nessuno di noi merita una sorella come lei». 

Nemmeno lui stesso: «È sorprendente che Dio abbia unito a una donna così eccezionale ad uno come me. A volte le chiedevo: “Carmen, chi sono io?”. “Un idota”, mi rispondeva”». «Leggere queste pagine - ha aggiunto Kiko - è stata per me una bomba, a volte anche una bastonata in testa. Ho detto: ma chi è questa donna? Cinquant’anni di sofferenza costante che mi ha tenuto nascosta. È come se Dio le avesse fatto una sorta di deserto intorno per avere amore solo a Lui. È emozionante». 

Argüello ha concluso condividendo alcuni ricordi del suo recente viaggio in Cina e in India, dove ha raccontato di aver «visto miracoli» e «incontrato persone felici». In particolare in Cina, ha annunciato, «siamo pronti per iniziare un neocatecumenato con la Chiesa ufficiale. L’ho detto a tanti vescovi e sacerdoti che ho incontrato e che erano entusiasti del Cammino: stiamo preparando 20mila sacerdoti per la missione. E al più presto cominceremo le catechesi nelle chiese di Pechino».  

L’incontro è terminato con una preghiera del “Padre Nostro” su richiesta di Kiko. Tutte le copie dei “Diari” venduti durante la presentazione sono andate esaurite; il ricavato sarà destinato al sostegno delle famiglie in missione nei cinque continenti.

Le famiglie in Missione del Cammino Neocatecumenale. Dal Perù alla Siberia...





Venerdì della XXXII settimana del Tempo Ordinario



Il dono totale di sé offerto da Cristo sulla croce sia per voi principio, 
stimolo e forza per una fede che opera nella carità. 
La vostra missione nella Chiesa e nel mondo 
sia sempre e solo «in Cristo», risponda alla sua logica e non a quella del mondo, 
sia illuminata dalla fede e animata dalla carità 
che provengono a noi dalla Croce gloriosa del Signore.

Benedetto XVI  

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Dal Vangelo secondo Luca  17,26-37  

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti.  Come avvenne anche al tempo di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma nel giorno in cui Lot uscì da Sodoma piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece perire tutti. Così sarà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si rivelerà.  In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza, se le sue cose sono in casa, non scenda a prenderle; così chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot.  Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece l’avrà perduta la salverà.  Vi dico: in quella notte due si troveranno in un solo letto; l’uno verrà preso e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo, l’una verrà presa e l’altra lasciata”.  Allora i discepoli gli chiesero: “Dove, Signore?”. Ed egli disse loro: “Dove sarà il cadavere, là si raduneranno anche gli avvoltoi”. 

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Anche oggi ci siamo alzati, lavati, vestiti, abbiamo fatto colazione  e siamo saliti in macchina o in metropolitana diretti verso le cose di ogni giorno; forse qualche novità, un esame all'università, un appuntamento importante, comunque una giornata come le altre, sino all’istante in cui spegneremo la luce per addormentarci. Ma se su questo giorno si stendesse, improvvisa, la coltre della “notte” e dovessimo morire? Sarebbe tutto perduto, finito? Moriremmo con la vita troncata a metà, affamati come se ci avessero scacciato da un banchetto dove abbiamo potuto “mangiare” solo qualche antipasto e “bere” appena un paio di aperitivi? Ci sentiremmo frustrati dopo aver faticato invano per “comprare” affetti, delusi per non aver fatto in tempo a “costruirci” la carriera, basiti con i semi di un amore appena “piantati” e non ancora fioriti, sorpresi a cercare di “vendere” di nuovo e in un altro modo la nostra immagine? Salperemmo con l’ira di chi si crede vittima di una colossale ingiustizia? Eppure è quello che sperimenteremo proprio oggi. Ogni giorno, infatti, puntuali arrivano parole impreviste che ci umiliano, altri sono pronti a prendere decisioni inaspettate che stravolgono i nostri piani, le incomprensioni e i giudizi graffiano all’improvviso le relazioni a cui più teniamo; e, pur ribellandoci e lottando, coliamo a picco, perché non ci rendiamo conto che anche oggi, come sarà quello della morte per ciascun uomo e l’ultimo per il mondo, è il “giorno in cui il Figlio dell’uomo si rivelerà”. 

Il Signore, infatti, invia ogni giorno “Noè” a preparare davanti a tutti un’arca sulla terra ferma quando sembra splendere il sole, mentre Lot, accanto a noi, è in fuga da tutto quello che ci rapisce cuore e mente. E’ la Chiesa, posta nel mondo come un segno di contraddizione. I suoi figli, come Noè, sono stati scelti per restare ogni istante nell’ “arca” della vita nuova, in attesa del Signore; come Lot, fuggono dall’ipocrisia del mondo vivendo nella verità e nella libertà ogni rapporto. Non temono la morte, perché hanno dentro la vita che non muore. Nulla li sorprende, perché nulla è improvviso per chi ha la certezza che neanche la più grande sofferenza, il fallimento più atroce, potrà separarli dall’amore di Dio “rivelato” in Cristo Gesù. Non dobbiamo far nulla di speciale, solo ci è chiesto di obbedire come il Popolo di Israele nella “notte” di Pasqua: abbandonare in fretta le “nostre cose”, le zavorre affettive e gli idoli che non ci hanno saziato, senza “voltarci indietro” come la moglie di Lot, con il cuore ancora a Sodoma, perché ne resteremmo di nuovo intrappolati. E lasciarci umilmente liberare dal sangue di Cristo, ungendo con il suo perdono gli stipiti della nostra vita, perché nella “notte” che arriva, il peccato e la morte non ci lascino prede degli “avvoltoi”. Anche oggi, infatti, “due” uomini e “due” donne faranno le stesse cose, quelle di ogni giorno; uno “perdendo la vita” e l’altro “cercando di salvarla”, uno, secondo il significato dei termini greci originali, “offrendo la vita” e l’altro restandovi “attaccato”.

Una monaca wi-fi


Esce oggi in libreria Si salvi chi vuole. Manuale di imperfezione spirituale, il nuovo libro di Costanza Miriano. Per gentile concessione dell’autrice pubblichiamo una parte del primo capitolo.
Ho deciso, voglio farmi monaca. Ecco, mi rendo conto che, per esempio, a prima vista, la mia postura adesso potrebbe sembrare non proprio simile a quella di san Pacomio, uno dei Padri del deserto che furono gli apripista di questa forma di vita: sono le tre di notte e non sono ancora a metà della lista delle cose da fare oggi, che poi è ieri già da qualche ora, indosso dei pantaloncini fucsia da corsa – tipico capo del monachesimo occidentale –, ho alla mia destra una crema levigante (gli spiriti degli acquisti inutili tendono a materializzarsi nelle notti d’estate, e voci di farmacisti assennati vissuti secoli or sono ti bisbigliano: «Quanti trattamenti antipidocchi avresti potuto comprare invece di questa crema che non frenerà il tuo decadimento?»), alla sinistra i libri di Groucho Marx e vari cibi raccomandati dalla federazione mondiale colesterolo. Per espiare, di fronte a me, una bottiglietta con una bevanda drenante (noi aspiranti monaci teniamo in somma considerazione la lotta alla ritenzione idrica, si sa). Intorno, in ordine sparso, delle pinzette, un correttore (non del senso di un amanuense che ti controlli i testi, ma una crema rosa chiarissimo per coprire le occhiaie), tre rosari, il modulo di iscrizione a un secondo anno di classico, due multe, dei fiori agonizzanti, il breviario, una decina di libri cominciati e abbandonati, sempre per quel fastidioso problema che ogni giornata ha ventiquattr’ore e, quando meno te lo aspetti, finisce, e poi ricomincia, sempre cortissima, e bisogna ripetere tutta una serie di cose che, testarde, si ripropongono ogni giorno, tipo preparare da mangiare a pranzo e cena, perché coi figli, a differenza di quanto succede coi gatti, non puoi cavartela con una ciotola di crocchette ai gamberi.
Eppure, in questo caos di giornate zippate e liste sempre troppo lunghe e cronicamente inevase, voglio farmi monaca, perché la preghiera è la forza più potente della storia, quella che cambia prima noi e poi il mondo – un giorno ci risulterà chiarissimo, quando tutto ci sarà svelato, dopo la morte, e che ridere quando vedremo che la bisnonna Irma o Francesco e Giacinta, pastori analfabeti di nove anni, hanno spostato eserciti più di Churchill e Eisenhower. Solo che è necessario un cuore monacale, allenato come un ranger, per trovare il modo di pregare nelle nostre vite iperconnesse – zero tempi morti (per me il massimo simbolo del lusso non è certo un paio di ballerine Roger Vivier, ma mia mamma che fa La Settimana Enigmistica davanti al fuoco) – quando tutto sembra congiurare contro la preghiera e il silenzio. A isolare uno spazio blindato dalle parole e dalle relazioni inutili, serve davvero una decisione chirurgica, scavare nella mia carne e togliere quello che non serve alla vita vera. Recintare uno spazio di silenzio e di incontro, perché noi non possiamo far sorgere il sole, ma possiamo trovarci lì quando sorge. Se non isoliamo uno spazio dal rumore di fondo e dai pensieri, dalle urgenze e dalle richieste esterne, dalle voci degli altri e anche dalla nostra, non lo sentiamo Dio che ci parla, perché lui non urla. Voglio farmi monaca, perché conviene davvero che siamo noi a scegliere la nostra vita, prenderla in mano, senza lasciar fare alle circostanze. La maggior parte di noi si adatta alle situazioni senza porsi troppe domande, senza averle davvero scelte, procedendo nella vita senza un progetto, più come uno che vaga dentro un centro commerciale in un giorno di saldi, che non come uno che costruisce qualcosa secondo un progetto. Chi procede a tentoni, oltre a fare delle solenni cretinate, può finire per accorgersi di avere mancato il bersaglio principale della propria vita, e quello è ben più doloroso di un acquisto sbagliato.
Chi ha un progetto invece può districarsi nelle giornate più piene, e se è fedele al suo progetto, una pietra dopo l’altra, un colpo di scalpello dopo l’altro, può tirar su una cattedrale della sua vita, a volte anche senza essere neppure del tutto consapevole dell’opera d’arte compiuta. Ecco, questo è il progetto decisivo della nostra vita, e vale la pena investirci il meglio di noi: quale spazio dare a Dio? Quando? Come? Foglietto alla mano, agenda, penna, per impedire alle cose più urgenti di oscurare la più importante di tutte. Un monaco come noi, laici che vivono nel mondo, ricama la sua vita con una selva di fili intrecciati, magari rotti e riannodati, però ci sta per scelta, e in modo consapevole. E da quel mucchio di fili sa tirar fuori un ricamo. Un monaco come noi vorrebbe pregare nel silenzio ma, appena prova a tirare fuori dalla tasca un rosario, viene convocato per un’importantissima questione di pattini contesi, o di frasi di latino, o di Nutella finita. Un monaco come noi ha sempre una riunione urgentissima di lavoro all’ora in cui voleva fare adorazione e, quando apre la Bibbia, al marito, solitamente loquace come un portaombrelli, viene improvvisamente voglia di parlare (e, siccome la cosa avviene una volta all’anno come la fioritura dei ciliegi in Giappone, bisogna cogliere l’attimo). Un monaco come noi sogna l’eroismo, il martirio e, ogni tanto, se ha dormito poco e bevuto troppi caffè, immagina persino di fondare cose nuove, di insegnare qualcosa a qualcuno.
Ma la realtà di questo monachesimo è stare nella mediocrità, questa croce passiva che, se la abbracci, ti cambia. È stare accanto ai figli che ti deludono, agli anziani che tornano bambini, è stare dentro la vita imperfetta, la casa con le macchie di muffa e le porte scrostate, perché la realtà è così, la muffa si forma e la vernice si scrosta… Voglio farmi monaca perché la vita è difficile. È scomoda. È fatta di borse che cadono dal sedile della macchina quando freni e di ciotole col pranzo che si aprono sugli XDCAM del preziosissimo materiale che hai girato (ma la glassa di aceto balsamico sta benissimo anche sulle pagelle da riconsegnare a scuola, è un must di ogni mamma lavoratrice). La vita è difficile, non perché lo zio Gualtiero una volta ha detto che mia cugina era più bella di me e da allora ho sofferto moltissimo; è difficile e basta, finché non metti il cuore nel posto giusto, perché nessuno di noi è stato amato nel modo giusto, e non è colpa degli altri. È che, come disse mia figlia Lavinia, sconsolata dopo una misteriosa faccenda di amichette di scuola: «Solo Gesù mi vuol bene perfetto, come io voglio esser voluta bene.» (Prendo nota della sua attitudine mistica, la rispetto molto, ma lo dico ufficialmente: non sono pronta alla quarta adolescenza. Io mi metto in coma farmacologico e aspetto che passi.) Sarebbe bello se la metà, o anche solo un quarto, delle persone adulte arrivasse alla consapevolezza di una bambina delle elementari, e la smettesse di mendicare affetto nei posti sbagliati. Affetto o i suoi surrogati, tipo Aston Martin o presidenze di consigli di amministrazione, o sederi da sedicenni piazzati su corpi ultracinquantenni, garanzia di sguardi, o curricula da secchione, come se l’affetto potesse mai essere garantito da qualcosa. Il problema non è il mendicare, che è la nostra condizione esistenziale, cioè il bisogno di relazione per essere felici. Il problema è mendicare nel posto sbagliato, cioè riempire il nulla col nulla.
Penso che anche oggi possa essere un nuovo tempo per il monachesimo: non c’è nessuno che ami il mondo più del monaco. E proprio per questo, perché vede il bene e la bellezza possibili sulla terra, vuole curarla come un contadino fa col suo campo. C’è dunque bisogno di schiere di monaci in questo tempo di grande crisi, con la fede costretta in un angolo, e uomini e donne depressi e nauseati e stanchi e annoiati di tutto (guardate le facce della gente in fila alla cassa del supermercato), che Dio nemmeno lo rifiutano, semplicemente non alzano neppure la testa per cercarlo.
Quanto a noi, siccome nessuno di noi, grazie al cielo, è Papa (alcuni di noi sono capi del mondo, ma vabbè, quella è roba per gli psichiatri), ci è richiesto solo questo paziente, nascosto lavoro di scalpello su noi stessi. Come gli artigiani che, sotto le volte delle cattedrali, rifinivano la pietra e creavano intarsi e sculture, a volte piccole e nascoste, che probabilmente nessuno avrebbe notato, così a noi è chiesto di lavorare di cesello sul nostro cuore (erano anni che volevo dirlo, che poi è il motivo per cui scrivo libri; quando mai nella vita ti capita di dire “cesello”?). Voglio farmi monaca, infine, perché voglio stare in un monastero con tutti gli amici, che sono tantissimi. Incontrati una sola volta o diventati una compagnia stabile, amici di carne o solo immagini su un social network, amici che si intrecciano alla mia vita con una parola o con un fiume di parole, amici sfiorati o depositari di sedute quotidiane di autoanalisi, amici che sanno farsi presenti con gesti concreti, e condivisione di pesi. Voglio stare legata in cordata con loro, perché c’è un regno da conquistare, e il nostro piccolo esercito lo può espugnare solo se è unito, faccia a faccia con Dio, gomito a gomito con i fratelli. Questo monastero è unito via telefono, via internet, via carne, o anche solo via preghiera – dico “solo” per dire che magari non si riesce a vedersi spesso, a volte non ci si vede più, ma quando si sono denudate insieme le anime si è uniti per sempre, e la preghiera è l’unione più potente. Come con l’amica che ho ascoltato dopo un incontro al Nord, fino alle tre di notte. Ci siamo parlate come sorelle senza esserci mai viste prima. Ci siamo sentite qualche volta. Per ringraziarmi della poca cosa che le avevo dato – ascolto, e niente più – mi ha mandato un’icona meravigliosa, scritta (così si dice) per me da una suora, davanti alla quale prego tutti i giorni. Una settimana dopo è morta in un incidente.
Ecco, lei è una consorella che sento più viva che mai, in questo monastero wi-fi. E anche se i dizionari dicono che wireless fidelity non è la traduzione esatta di questo nome commerciale, per me è perfetta: una fedeltà senza fili. Siamo fedeli al nostro monastero senza essere legati da nessun filo, da null’altro che il desiderio di amare e far amare Dio, e di essere insieme in questa avventura, che è un combattimento prima di tutto con noi stessi, e non si è mai visto un esercito composto da un solo soldato. E poi, certo, una consorella monaca wi-fi può essere utilissima anche per consigliarti i semi di chia per la pancia piatta o una crema che funziona come quella di La Mer ma costa un decimo. Tra consorelle e confratelli ci si presta case e vestiti (se volete anche figli, per dire: al momento io sarei disponibile a prestare un quindicenne in cambio di due seienni e un treenne). Una consorella sa quando è il momento di sgridarti e quando invece il momento di farti un complimento, anche finto o eventualmente usato – non andiamo troppo per il sottile. Su questo i confratelli sono leggermente meno intuitivi, però magari possono darti una mano con la dichiarazione dei redditi (nel mentre, non è uno stereotipo, io parlo di saldi con la moglie del commercialista) o pareri medici, o anche a trovare una strada in base a tue vaghissime indicazioni («Dove sei?» «Non so, vedo un lampione»). L’importante è saperlo, e non farsi spiegare la strada da una consorella, né esporsi a rischi inutili con dei confratelli (perché mai dovresti chiedere a un maschio se per caso quel colore di capelli ti invecchia? Quello magari ti dice la verità). Sapere di essere in un monastero wi-fi è una grande consolazione, perché chi decide di passare un po’ del suo tempo solo con Cristo, per arrivare a passare tutto il tempo con Cristo e i fratelli, trasforma il suo cuore. Impara a tifare per gli altri.


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 UN ESTRATTO DEL LIBRO

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Terza colonna del monastero


La terza colonna su cui costruire la cattedrale, la terza arma che ci viene consegnata per combattere, è davvero un ordigno potentissimo, molto più del calzino sintetico a fenicotteri rosa che mia figlia Livia non vuole abbandonare (chi può dire quali reazioni chimiche si inneschino a trentaquattro gradi all’ombra, dentro una Stan Smith contenente un indumento in poliuretano indossato per due giorni consecutivi?). La confessione è una roba incredibile. È qualcosa che, se la capissimo davvero, se ci credessimo seriamente, potrebbe cambiare in modo potentissimo e, gradualmente, definitivo la nostra vita. A volte, a dire il vero, anche non troppo gradualmente. Ho visto persone togliere tappi enormi e opprimenti che da anni, decenni in alcuni casi, soffocavano le loro vite. Certo, la confessione è segreta, segretissima – e il sacerdote che tradisce il segreto è scomunicato, questa cosa me la ripetono spesso, per stare più tranquille, le nostre bambine quando consegnano i loro segreti a qualche prete mio amico – ma non c’è bisogno di sapere niente quando vedi uscire dal confessionale una persona con una faccia diversa, una donna che per anni hai visto sempre con le sopracciglia aggrottate, il viso contratto, e adesso piange e ride insieme, e stenti a credere che sia lei, e devi fare il riconoscimento tipo parente di un morto, dal golfino che ha addosso, perché la sua faccia è davvero un’altra. Una volta una mia amica era addirittura scalza, quando è uscita, trasformata, dal confessionale. Il senso di liberazione deve essere stato talmente forte da sentirsi in dovere, per giustizia, di liberare anche i piedi dal sandalo tacco dieci. Ovviamente io non sapevo niente di quel nodo, e continuo a ignorare cosa la opprimesse tanto. Invece il sacerdote da cui l’avevo accompagnata, prima ancora che entrasse, le ha detto la parola giusta, quella magica, che l’ha convinta ad aprirsi. Questa per me è una delle prove dell’esistenza di Dio: non si spiega altrimenti il fatto che a essere così capace di profondissima, intuitiva comprensione sia un maschio, uno appartenente alla stessa specie di quei soggetti a cui di solito devi spiegare le cose con dei cartelli scritti molto grossi. Quei signori che dormono con te da vent’anni e, nonostante questo, mancano ancora dei fondamentali, e non sanno ancora che, se dici «non mi sono affatto offesa, perché di quella non potrei mai essere gelosa, figurati», e loro non arrivano entro venti minuti con delle rose, sono uomini morti. Meglio ancora se dicono che quella lì è cicciona (ci basta così poco per essere felici). Un sacerdote, quando sta confessando, invece, ha un carisma particolare, ha il dono del discernimento. E poi rimane quel fatto inaudito che, mentre tu gli squaderni il tuo mondo interiore, sta lì e ti ascolta: non se ne va nell’altra stanza a leggere un articolo su qualche fosco scenario geopolitico mondiale, oppure a dividere le viti per grandezza, che non è proprio come salvare il mondo, ma è sempre meglio che ascoltare una donna. Un confessore, invece, salva il mondo una persona alla volta. Dice un mio amico, appartenente alla schiera dei preti supereroi, che ci vuole più testosterone a stare una giornata in confessionale che a giocare una partita di rugby. E siamo ancora solo sul piano umano: una confessione fatta bene ti fa la diagnosi, cioè ti dice come stai, a che punto sei del cammino. Su quali fronti devi lavorare. Ti aiuta a mettere intelligenza e metodo nella vita spirituale, a non essere emotivo, a non procedere in modo ondivago. Soprattutto, se fatta con un sacerdote che ti conosce (lo so, sarebbe più comodo con degli estranei), ti aiuta a resettare i parametri, e giudica la tua vita, ma con uno sguardo più buono e più lucido del tuo. Ti accompagna nel dare importanza a ciò che ne ha davvero, a volte persino a essere più indulgente su alcune cose, e magari più serio su altre. A volte per esempio è utile, molto più di tante chiacchiere, fare un diagramma serio dell’uso delle nostre risorse: il tempo e i soldi, tanto per cominciare. Quanto diamo ai poveri e quanto al parrucchiere. Quanto tempo stiamo sui social e quanto in cucina a preparare la cena ai figli. Numeri, oggettivi, e non chiacchiere che ci rendano presentabili a noi stessi: sono le statistiche che fanno la foto della nostra vita. Solo a partire da quello si può fare un lavoro serio su di noi, e non importa se si fa brutta figura col confessore. Anzi, più crediamo di fare brutta figura, più significa che la confessione è stata usata bene (e, secondo me, per questo il confessore ci vuole bene di più, perché il desiderio di essere nella verità con umiltà scioglie tutti i cuori, che poi peraltro siamo tutti bruttini allo stesso modo, solo c’è chi fa finta meglio). Come promemoria, soprattutto per me stessa, mi vorrei ricordare che la confessione non è una psicoterapia (infatti non si paga), e quindi è inutile che cerchiamo di dare la colpa alla nonna Adelina che preferiva nostra sorella, o ai compagni di classe che non ci apprezzavano abbastanza (probabilmente perché le secchione che non passano i compiti «per il vero bene dei compagni» non ispirano proprio tantissima simpatia a prima vista, e già è tanto se non vengono prese a randellate). D’altra parte, problemi da piccoli ne abbiamo avuti tutti: anche il figlio che ho allattato fino a tre anni sostiene di essere stato trascurato e maltrattato a causa di una carenza di PlayStation, e dice che farà lo psichiatra per aiutare le persone che hanno avuto un’infanzia difficile come la sua (forse avrei dovuto picchiarlo forte). Un’altra cosa che la confessione non è: elencare i peccati degli altri, ché quello lo sappiamo fare tutti. No, perché a ben vedere io avrò pure sbagliato, ma alla fine, in fondo in fondo, secondo me mi avevano provocato. Sui peccati altrui io di solito sono preparatissima, non me ne sfugge uno. E comunque, nel dubbio, qualcuno ne aggiungo anche, fa rifulgere di più la mia aureola. Invece una confessione fatta bene, dicevamo, è come una Tac. Ti dice dov’è il problema, ti fa la diagnosi. Ma la nostra parte è solo l’inizio: la tua vita, se la consegni con una confessione seria, diventa un affare di Dio. Lui ti difende se tu ti autoaccusi, diventa il tuo avvocato. E non uno d’ufficio, ma il migliore sulla piazza, parecchio meglio di Robert Redford in Legal Eagles, ti arrivo a dire. Qualunque cosa tu abbia fatto, se seriamente sei pentito, e seriamente vuoi mettercela tutta a non farla più, la puoi consegnare a Cristo, che è morto in croce proprio per quello, per prendersi i tuoi peccati. Da quel momento in poi, non ci devi pensare più. Non devi ascoltare le parole dell’accusatore che continua a dirti che, siccome sei una schifezza, sicuramente ci cadrai di nuovo. Non consegnare il tuo pentimento al nemico, che continua ad accusarti (gli piace riempire di rimorsi il passato, di ansie il futuro), ma a Dio, che è il Dio del presente. Da quel momento in poi, puoi andare a testa alta, perché Dio in persona si è fatto carico delle tue malefatte. È lui che ti protegge e tu puoi provare seriamente a convertirti, da quel momento in poi, mentre al passato pensa qualcun altro di molto potente. Il mio amico che ha consegnato un tradimento, e ora può guardare sua moglie negli occhi e imparare di nuovo ad amarla; la mia amica che ha chiesto perdono per avere ucciso suo figlio nel grembo; il padre che ha lasciato la madre di sua figlia all’altare e per quarant’anni non si è occupato di quella bambina che nel frattempo è diventata una donna ferita: tutte queste persone riescono a vivere senza essere schiacciate dal dolore, solo perché qualcuno lo porta per loro. Non va così nel mondo, che, come si sa, permette tutto ma non perdona nulla. Io so che prima o poi uno struzzo mi caverà un occhio, per vendicarsi di quella borsa di piume che mi sono dovuta inderogabilmente procurare facendo perdere un pomeriggio, svariati euro e molta dopamina a mio marito, perché ero certa che da quel giorno, grazie a quella borsa, la mia vita sarebbe definitivamente cambiata, e poi sono riuscita a usarla una volta sola (ma adesso vado di là, la prendo ed esco a comprare le sigarette, inizio a fumare apposta, guarda). Vabbè, dato che siamo in vena di confessioni pubbliche, ho buttato io quel pezzetto di legno che mio marito doveva riattaccare alla chitarra, pensavo fosse un rifiuto ed ero posseduta – mi capita un’ora all’anno – dallo spirito di Donna Letizia, ho aspirato per qualche minuto a una casa impeccabile. Tanto lo so che lui non ce la fa a leggere i miei libri tutti interi, troppo verbosi, dopo un po’ gli vanno gli occhi in modalità salvaschermo (se invece sei arrivato fin qui, marito, perdonami). La Chiesa, al contrario, cerca di non permettere nulla che faccia male all’uomo, ma perdona tutto, tutto, tutto. Dio si è fatto uomo ed è morto in croce per quello. Non per un incidente di percorso, ma per salvarci dai nostri peccati. L’unico modo per nascondere i peccati è dirli tutti, perché l’unico che può intervenire sul passato è Dio, e finché qualcuno non se li prende su di sé, quelli stanno lì.
Non bisognerebbe lasciar passare più di un mese tra una confessione e l’altra. E siccome la ricrescita la vedi allo specchio, non c’è bisogno di segnare quando sei stata dal parrucchiere l’ultima volta, mentre sugli effetti del peccato siamo più bravi a mascherare, forse noi monaci è meglio che ci segniamo la data sul diario spirituale – la cui esistenza, consigliatissima, è una delle poche buone ragioni per cui le mie borse superano le dimensioni di un bagaglio a mano consentito sui voli low cost anche quando vado dal dentista (se si apre una voragine sul marciapiede e vengo inghiottita e devo ricominciare una nuova vita vicino a Sydney ho tutto l’occorrente con me, tranne il piegaciglia, ma tanto praticamente non ho le ciglia). Quella data ce la dobbiamo segnare perché dobbiamo trovare spazio fra la ricerca della prenotazione della nuova carta di identità («La tengo io che tu perdi tutto, caro»), la riunione col capo e la recita di fine anno (ho tre giorni e una manciata di ore per cercare di scoprire come vestire le mie figlie senza chiederlo apertamente a nessuna mamma, la qual cosa mi farebbe precipitare nella scala sociale, visto che loro hanno i vestiti pronti da un mese mentre io ho saputo della recita solo ieri, e so che la sera prima, alle 19.29, supplicherò la signora della merceria di non chiudere, per poi trascorrere la notte successiva a rispolverare le nozioni di cucito apprese dalla nonna a nove anni, ma d’altra parte chi si accorgerà di qualche colpo di pinzatrice?). Ecco, io so che le vere donne mistiche si confessano quando la contrizione (che è la prima parte del Sacramento, ed è diversa dal senso di colpa; è invece fiduciosa apertura al perdono) sovrabbonda dal loro cuore tutto immerso in Cristo. Io invece mi confesso quando me lo ricorda l’agenda, ma pazienza. La seconda parte del Sacramento è la confessione del proprio peccato e non di quelli altrui, senza scuse; di tutti i peccati, non solo di quelli lievi, con umiltà e semplicità, senza scrupoli. Poi serve la soddisfazione, qualcosa che curi con un antidoto, che noi possiamo suggerire e che il sacerdote sceglie. Infine viene il proposito di correggersi con l’aiuto di Dio, e l’assoluzione. A questo punto l’alleanza è ristabilita! Per una cifra modica posso vendere una mappa dei sacerdoti con l’udito peggiore di tutta Roma, quei vecchietti gentili che se dici il peccato velocissimo e a bassa voce non lo sentono; ho anche ottime segnalazioni di sacerdoti troppo buoni, ma, fidatevi, veramente troppo. E se si arriva a due minuti dalla chiusura della chiesa ci si può procurare anche un sacerdote molto frettoloso. Ecco, non è questo il senso del Sacramento. Anzi, se uno fosse un monaco serio, non dovrebbe confessarsi con un sacerdote che non lo conosce solo perché si vergogna, perché non si tratta di un rito magico, ma di un serio desiderio di conversione: non ricordo quale mistica medioevale scrisse che al Giubileo del 1300 solo due persone guadagnarono l’indulgenza davvero, perché avevano il cuore sincero (io, infatti, se incontro una mistica medioevale cambio marciapiede).

giovedì 16 novembre 2017

PRESENTAZIONE LIBRO di Carmen Hernandez " DIARI 1979-1981 ". Video integrale

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO SULLE QUESTIONI DEL "FINE-VITA"

Risultati immagini per "WORLD MEDICAL ASSOCIATION"


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL MEETING REGIONALE EUROPEO
DELLA "WORLD MEDICAL ASSOCIATION"
SULLE QUESTIONI DEL "FINE-VITA"
[Vaticano, Aula Vecchia del Sinodo, 16-17 novembre 2017]

Al Venerato Fratello
Mons. Vincenzo Paglia
Presidente della Pontificia Accademia per la Vita
Invio il mio cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita.
Il vostro incontro si concentrerà sulle domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.
Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.
È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.
Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.
Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura.
Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.
In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete.
Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione.
Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.
Dal Vaticano, 7 novembre 2017

Francesco