domenica 22 ottobre 2017

Lettera del Santo Padre Francesco in occasione del centenario della promulgazione della Lettera apostolica “Maximum illud” sull’attività svolta dai missionari nel mondo

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Lettera del Santo Padre Francesco in occasione del centenario della promulgazione della Lettera apostolica “Maximum illud” sull’attività svolta dai missionari nel mondo 

Sala stampa della Santa Sede 

[Text: Italiano, Español, English, Français, Português]
Oggi, XXIX Domenica del Tempo Ordinario, Memoria di San Giovanni Paolo II, Giornata Missionaria Mondiale, il Santo Padre Francesco ha inviato al Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, l’Em.mo Card. Fernando Filoni, una Lettera in occasione del centenario della promulgazione della Lettera Apostolica Maximum illud sull’attività svolta dai missionari nel mondo, pubblicata nel 1919 da Papa Benedetto XV, che ricorrerà il 30 novembre 2019. Ne riportiamo di seguito il testo originale in lingua italiana e le traduzioni in varie lingue: 
Lettera del Santo Padre 
Al Venerato Fratello 
Cardinale Fernando FILONI 
Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli 
Il 30 novembre 2019 ricorrerà il centenario dalla promulgazione della Lettera apostolica Maximum illud, con la quale Benedetto XV desiderò dare nuovo slancio alla responsabilità missionaria di annunciare il Vangelo. (...)

L'Angelus di Papa Francesco. "L’affidamento prioritario a Dio e la speranza in Lui...



L'Angelus di Papa Francesco. "L’affidamento prioritario a Dio e la speranza in Lui non comportano una fuga dalla realtà, ma anzi un rendere operosamente a Dio quello che gli appartiene"


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di questa domenica (Mt 22,15-21) ci presenta un nuovo faccia a faccia tra Gesù e i suoi oppositori. Il tema affrontato è quello del tributo a Cesare: una questione “spinosa”, circa la liceità o meno di pagare la tassa all’imperatore di Roma, al quale era assoggettata la Palestina al tempo di Gesù. Le posizioni erano diverse. Pertanto, la domanda rivoltagli dai farisei: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» (v. 17) costituisce una trappola per il Maestro. Infatti, a seconda di come avesse risposto, sarebbe stato accusabile di stare o pro o contro Roma.
Ma Gesù, anche in questo caso, risponde con calma e approfitta della domanda maliziosa per dare un insegnamento importante, elevandosi al di sopra della polemica e degli opposti schieramenti. Dice ai farisei: «Mostratemi la moneta del tributo». Essi gli presentano un denaro, e Gesù, osservando la moneta, domanda: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». I farisei non possono che rispondere: «Di Cesare». Allora Gesù conclude: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (cfr vv. 19-21). Da una parte, intimando di restituire all’imperatore ciò che gli appartiene, Gesù dichiara che pagare la tassa non è un atto di idolatria, ma un atto dovuto all’autorità terrena; dall’altra – ed è qui che Gesù dà il “colpo d’ala” – richiamando il primato di Dio, chiede di rendergli quello che gli spetta in quanto Signore della vita dell’uomo e della storia.
Il riferimento all’immagine di Cesare, incisa nella moneta, dice che è giusto sentirsi a pieno titolo – con diritti e doveri – cittadini dello Stato; ma simbolicamente fa pensare all’altra immagine che è impressa in ogni uomo: l’immagine di Dio. Egli è il Signore di tutto, e noi, che siamo stati creati “a sua immagine” apparteniamo anzitutto a Lui. Gesù ricava, dalla domanda postagli dai farisei, un interrogativo più radicale e vitale per ognuno di noi, una domanda che ci possiamo fare tutti noi: a chi appartengo? Alla famiglia, alla città, agli amici, alla scuola, al lavoro, alla politica, allo Stato? Sì, certo. Ma prima di tutto – ci ricorda Gesù – tu appartieni a Dio. E' questa l'appartenenza fondamentale di ognuno di noi. È Lui che ti ha dato tutto quello che sei e che hai. E dunque la nostra vita, giorno per giorno, possiamo e dobbiamo viverla nel ri-conoscimento di questa nostra appartenenza fondamentale e nella ri-conoscenza del cuore verso il nostro Padre, che crea ognuno di noi singolarmente, irripetibile, ma sempre secondo l’immagine del suo Figlio amato, Gesù. E’ un mistero stupendo.
Il cristiano è chiamato a impegnarsi concretamente nelle realtà umane e sociali senza contrapporre “Dio” e “Cesare” (fare questo sarebbe un atteggiamento fondamentalista), ma illuminando le realtà terrene con la luce che viene da Dio. L’affidamento prioritario a Dio e la speranza in Lui non comportano una fuga dalla realtà, ma anzi un rendere operosamente a Dio quello che gli appartiene. È per questo che il credente guarda alla realtà futura, quella di Dio, per vivere la vita terrena in pienezza, e rispondere con coraggio alle sue sfide.
La Vergine Maria ci aiuti a vivere sempre in conformità all’immagine di Dio che portiamo in noi, dando anche il nostro contributo alla costruzione della città terrena.


I saluti del Santo Padre dopo l'Angelus. Francesco, in occasione della Giornata Missionaria Mondiale, ricorda il Mese Missionario Straordinario che si celebrerà ad ottobre 2019

Cari fratelli e sorelle,
ieri, a Barcellona, sono stati beatificati Matteo Casals, Teofilo Casajús, Fernando Saperas e 106 compagni martiri, appartenenti alla Congregazione religiosa dei Claretiani e uccisi in odio alla fede durante la guerra civile spagnola. Il loro eroico esempio e la loro intercessione sostengano i cristiani che anche ai nostri giorni, in diverse parti del mondo, subiscono discriminazioni e persecuzioni.
Oggi si celebra la Giornata Missionaria Mondiale, sul tema “La missione al cuore della Chiesa”. Esorto tutti a vivere la gioia della missione testimoniando il Vangelo negli ambienti in cui ciascuno vive e opera. Al tempo stesso, siamo chiamati a sostenere con l’affetto, l’aiuto concreto e la preghiera i missionari partiti per annunciare Cristo a quanti ancora non lo conoscono. Ricordo anche che è mia intenzione promuovere un Mese Missionario Straordinario nell’ottobre 2019, al fine di alimentare l’ardore dell’attività evangelizzatrice della Chiesa ad gentes.
Nel giorno in cui ricorre la memoria liturgica di San Giovanni Paolo II, Papa missionario, affidiamo alla sua intercessione la missione della Chiesa nel mondo.
Vi chiedo di unirvi alla mia preghiera per la pace nel mondo. In questi giorni seguo con particolare attenzione il Kenya, che ho visitato nel 2015, e per il quale prego affinché tutto il Paese sappia affrontare le attuali difficoltà in un clima di dialogo costruttivo, avendo a cuore la ricerca del bene comune.
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E ora saluto tutti voi, pellegrini provenienti dall’Italia e da vari Paesi. In particolare, i fedeli del Lussemburgo e quelli di Ibiza, il Movimento Famiglia del Cuore Immacolato di Maria del Brasile, le Suore della Santissima Madre Addolorata. Saluto e benedico con affetto la comunità peruviana di Roma, qui radunata con la sacra Immagine del Señor de los Milagros. Saluto i gruppi di fedeli di tante parrocchie italiane, e li incoraggio a proseguire con gioia il loro cammino di fede. A tutti auguro una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Buon pranzo e arrivederci!

L'alba della mezzanotte



Luigino Bruni (Avvenire)

Un popolo che crede ancora in se stesso ha ancora il suo proprio Dio. Proietta il suo piacere di sé, il suo sentimento di potenza in un essere al quale possa rendere grazie. Chi è ricco vuole offrire; un popolo superbo ha bisogno di un Dio per "sacrificare"… Laddove declina la volontà di potenza, c’è ogni volta anche una involuzione fisiologica, una "décadence". La divinità ella "décadence" diventa il Dio dei fisiologicamente regrediti, dei deboli Friedrich Nietzsche, L’Anticristo
In certi momenti decisivi, la fede e la speranza diventano, di fatto, la stessa cosa. Ciò accade quando la domanda: "tu credi?", ci appare troppo piccola e incapace di cogliere la ricchezza del mistero del nostro cuore. Quando perdiamo la fede semplicemente perché volevamo diventare adulti e la prima fede bambina non è riuscita a crescere insieme al nostro amore e al dolore nostro e degli altri, la fede può ritornare a casa presa per mano dalla speranza. La speranza è più resiliente della fede, perché anche sotto un cielo diventato disabitato possiamo sempre sperare che le parole buone che ci avevano detto che nel mondo c’era un amore più grande, fossero vere – che ne fossero vere alcune, che ne fosse vera almeno una. Anche quando non riusciamo più a credere in Dio possiamo sempre continuare a sperarlo, possiamo sperare che nel giorno in cui abbiamo smesso di pregare abbiamo commesso l’errore più grande, ma quel giorno non potevamo saperlo. E questa speranza, umile e mite, diventa già una nuova preghiera vera, e riempie di vita e di bellezza l’umanissima e inquieta attesa del non-ancora.

«Così Giovanni, figlio di Karèach, e tutti i capi delle bande armate raccolsero tutti i superstiti di Giuda, (…) e insieme con il profeta Geremia e con Baruc, figlio di Neria, andarono nella terra d’Egitto, non avendo dato ascolto alla voce di YHWH» (Geremia 43, 4-7). Quei superstiti portano con sé Geremia e il suo discepolo Baruc verso l’Egitto. Lo portano in mezzo a loro, come nuova arca dell’Alleanza. Non ascoltano le sue parole, ma il patto con quel Dio diverso, i racconti dei patriarchi e della liberazione attraverso il mare, erano ancora vivi nei loro cromosomi morali e spirituali, e, in qualche modo, continuavano a determinare le loro azioni. Come accade a chi ha dimenticato la fede dei genitori e tutte le preghiere imparate da bambino, ma prova un dolore vero se il terremoto distrugge la chiesa del paese dove da piccolo ha ascoltato parole buone. Questa fede può non essere solo cultura o nostalgia dell’infanzia. Agisce a un livello più profondo della nostra psicologia, opera a nostra insaputa e, qualche volta, a nostro dispetto, come un istinto o un destino. Possiamo non ascoltare i profeti, li possiamo uccidere, ma c’è un "resto" dell’anima che si può intonare con la loro voce. Per questo li vogliamo con noi, non li ascoltiamo, ma li vorremmo vicini, li vogliamo accanto, per quel bisogno di vita e di verità che hanno anche i malvagi. Restiamo umani anche quando siamo cattivi. Siamo Adam prima di essere anche Caino, e restiamo Adam anche dopo Abele. Restiamo immagine e somiglianza di chi possiamo non ascoltare con l’orecchio, ma che non possiamo non ascoltare con le midolla – questa è l’antropologia biblica.

Geremia, giunto con la carovana in Egitto, continua, semplicemente, a fare il suo "mestiere", a compiere il suo destino. A profetizzare in nome di YHWH, a parlare con la bocca e con i gesti: «Allora la parola di YHWH fu rivolta a Geremia a Tafni: "Prendi in mano grandi pietre e sotterrale nel fango nel terreno argilloso all’ingresso della casa del faraone a Tafni, sotto gli occhi dei Giudei"» (43,8-9). Il senso del gesto è subito chiaro: «Io manderò a prendere Nabucodònosor, re di Babilonia, mio servo; egli porrà il trono su queste pietre che hai sotterrato e stenderà il baldacchino sopra di esse» (43,10). Sono fuggiti in Egitto, ma non possono fuggire al loro triste destino. Anche in Egitto YHWH continua a parlare a Geremia, gli consegna messaggi per il popolo. E Geremia obbedisce. Lo ha fatto per tutta la vita, e continua a farlo anche in esilio, senza patria, senza tempio. Questa voce nomade ed errante, che parla senza tempio, tra deportati e in mezzo a nuovi dei, dice ancora una volta la laicità radicale dell’umanesimo biblico: per trovare lo spirito divino sulla terra non c’è bisogno di altro che di persone umane, di voci di uomini e donne, di mani, di occhi, di corpi. Siamo noi l’unico tempio imprescindibile sotto il sole – allora, forse, nel nostro tempo dove il Dio parla sempre meno nei templi, possiamo sperare di riascoltare la sua voce se incontriamo e riconosciamo almeno un profeta.

Geremia continua a profetizzare, e i suoi continuano a non ascoltarlo: «Dice dunque YHWH: "Perché mi provocate con l’opera delle vostre mani, offrendo incenso a divinità straniere nella terra d’Egitto?"» (44,7-8). Al termine della sua missione e della sua vita, Geremia si ritrova dentro le stesse battaglie dei primi tempi ad Anatot. Sopra tutto e tutti, ritroviamo la sua eterna e continua lotta contro l’idolatria, la grande malattia di Israele e di tutte le religioni, della quale i profeti sarebbero la sola cura, se fossero ascoltati: «Allora tutti gli uomini che sapevano che le loro donne avevano bruciato incenso a divinità straniere, e tutte le donne che erano presenti, una grande folla, e tutto il popolo che dimorava nel paese d’Egitto e a Patros, risposero a Geremia: "Quanto all’ordine che ci hai comunicato in nome del Signore, noi non ti vogliamo dare ascolto; anzi decisamente eseguiremo tutto ciò che abbiamo promesso, cioè bruceremo incenso alla regina del cielo e le offriremo libagioni come abbiamo già fatto noi, i nostri padri, i nostri re e i nostri capi nelle città di Giuda e per le strade di Gerusalemme"» (44,15-17). Coerenti e sinceri fino alla fine nel loro rifiuto.

Ritrovare la lotta (vana) all’idolatria anche al termine del libro e della profezia di Geremia, deportato, stanco e vecchio, è qualcosa di una importanza estrema. Il giorno in cui Geremia ricevette la vocazione, YHWH gli aveva detto che i re, i sacerdoti e tutto il popolo «ti faranno guerra, ma non ti vinceranno» (1,19). Perché non hanno "vinto" i suoi nemici? In realtà, se ripercorriamo l’intero suo libro, ci accorgiamo che Geremia sapeva per vocazione che quel popolo era troppo guastato per convertirsi, e gli aveva sempre annunciato la fine. Dove sta allora la "vittoria" di Geremia? I profeti, innanzitutto, non vogliono vincere, vogliono solo rispondere alla loro vocazione, resistere fino alla fine nell’insuccesso e nella frustrazione, non spegnere la loro voce che continua a gridare nel deserto di ascolti. In questo senso Geremia "ha vinto".
I profeti sanno che non possono vincere le loro battaglie idolatriche. L’idolatria è invincibile, perché noi essere umani amiamo troppo costruire idoli. E fino alla fine il libro di Geremia ci spiega e rispiega la natura dell’idolatria, e quindi la sua ineluttabilità: «Da quando abbiamo cessato di bruciare incenso alla regina del cielo e di offrirle libagioni, abbiamo sofferto carestia di tutto e siamo stati sterminati dalla spada e dalla fame» (44,17-19).

La radice dell’idolatria è la nostra tendenza radicale a trasformare il rapporto con la divinità in uno scambio commerciale. Crediamo in un dio se e fino a quando ci conviene, se e fino quando quella particolare divinità soddisfa al meglio i nostri bisogni; e cambiamo dio non appena pensiamo che un nuovo "dio" serva meglio i nostri interessi. E quando si cambia un dio per un altro più conveniente si sta chiaramente dicendo che sia il dio vecchio che il nuovo erano, semplicemente, degli idoli, cioè esperienze di consumo per cercare il nostro tornaconto. I rapporto idolatrico è un mutuo consumo, un consumarsi a vicenda: l’idolo consuma il suo credente, e l’idolatra consuma l’idolo, fino al reciproco olocausto totale. 
L’idolatria torna puntuale tutte le volte che nell’esperienza religiosa o ideale prevale la dimensione del consumo di beni spirituali, la ricerca di emozioni forti, la soddisfazione dei propri interessi e del piacere. Gli uomini e le donne lo hanno sempre fatto, e continuano a farlo, dentro e fuori le religioni, dentro e fuori la chiesa, i movimenti, le comunità religiose. È naturale, è umano cercare anche con Dio un rapporto di convenienza. Ma non è l’esperienza di Dio che i profeti ci donano e difendono. Il rapporto con il Dio biblico conviene massimamente all’uomo, ma è una convenienza che va trovata su un piano diverso da quello economico, del consumo e del piacere – è questo il grande insegnamento di Giobbe, dei vangeli, dei profeti. Non è la convenienza del potere e della ricchezza. La convenienza del Dio biblico è l’impotenza di Giobbe, la sconfitta dei profeti, la "potenza" del Discorso della montagna, la "debolezza" di un Dio onnipotente che non riesce a convertire neanche il suo popolo. Tutte le volte, e sono tante, che misuriamo la convenienza della fede con il metro del nostro consumo e del nostro piacere siamo giàdentro un rapporto idolatrico, anche se al nostro idolo conveniente diamo il nome di Dio. Non bisogna mai dimenticare che alle pendici del Sinai il nome dato al vitello d’oro, il paradigma di ogni idolo, fu YHWH: «Allora dissero: "Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto!". Ciò vedendo, Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò: "Domani sarà festa in onore di YHWH"» (Esodo 32,4-5). Forse la principale ragione che rende le idolatria invincibile è proprio il nome: l’idolo di oggi ha spesso lo stesso nome del Dio di ieri, e lo celebriamo sotto lo stesso monte, sugli stessi altari, con le stesse preghiere.

La tenace lotta dei profeti contro l’idolatria, che la Bibbia ha custodito e custodisce, ci aiuta a prendere coscienza della nostra idolatria (noi invece siamo più bravi a vedere quella degli altri), e poi ci dona la speranza che un giorno potremo udire una voce diversa oltre i molti idoli che riempiono la nostra casa. La fede biblica, ogni fede, è autentica finché ci aiuta a prendere coscienza della nostra naturale e inevitabile condizione idolatrica, e quindi ci fa nascere nell’anima il desiderio di qualcosa di più vero. E perché ce lo ripete cento, mille volte nel corso della vita. Fino alla fine, quando, se non abbiamo smesso di frequentarla e ascoltarla, ci aiuterà a distinguere l’angelo buono della morte dall’ultimo idolo che ancora non conoscevamo. E sarà il nostro ultimo grazie alla Bibbia, ai profeti, alla vita. 
l.bruni@lumsa.it

La schizofrenia gnostica sulla pena di morte



Angela Pellicciari (
(Lanuovabq)
All’inizio del quinto secolo, nel primo libro de La città di Dio Agostino scrive: “L’autorità divina ha stabilito alcune eccezioni al divieto di uccidere”, “Non trasgrediscono perciò il comandamento non uccidere quelli che conducono guerre volute da Dio e, ricoprendo posti di pubblico potere, hanno condannato a morte conformemente alle leggi, cioè secondo i giusti dettami della ragione, delle persone colpevoli”.
Il Catechismo della chiesa cattolica, al numero 2266, chiarisce: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte”. Il catechismo specifica: “La pena ha lo scopo di difendere l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone”. Il potere temporale cristiano e la stessa Chiesa, quando ha avuto potere temporale, si sono sempre attenuti a queste indicazioni.
Negli ultimi decenni il pensiero gnostico, radicale, e liberal massonico, ha aperto un fuoco di sbarramento contro la pena di morte, che non si dovrebbe applicare mai, in nessun caso, nemmeno in presenza di crimini efferati. Curiosamente l’avversione alla pena di morte inflitta ai malfattori si è affermata parallelamente all’esaltazione della pena di morte inflitta agli innocenti: ai milioni di bambini uccisi nel seno della propria madre, e, per ora, alle migliaia ma in un futuro prossimo ai milioni di persone uccise perché vecchie o malate o disabili. L’aborto è definito e propagandato come scelta di libertà e diritto umano, mentre la morte applicata ai malati e alle persone in difficoltà viene detta “buona”, “dolce”: eutanasia, per l’appunto. In definitiva una specie di morte tutta particolare che, in fondo, non sarebbe una morte.
L’alleanza con la morte che il pensiero dominante impone e vuole ratificato per legge si accompagna all’orrore per la morte inflitta ai colpevoli dei più gravi reati. Come spiegare una simile schizofrenia?
L’istituzione che genera, protegge e tutela - anche se, purtroppo, non sempre - la vita in tutte le sue fasi è la famiglia. In particolare è la famiglia che protegge la vita dei neonati, dei bambini e degli adolescenti. La vita di quanti sono il bersaglio privilegiato degli “orchi” che purtroppo esistono e non sono pochi.
Un violento attacco alla famiglia è sempre stato caratteristico del mondo gnostico, ma lo è in modo particolare del mondo gnostico sviluppatosi a partire dalla rivoluzione luterana, trionfante ovunque grazie alla dottrina dei “lumi”. 
E’ possibile che all’origine dell’opposta valutazione della morte (buona per gli innocenti, cattiva per i colpevoli) ci sia, anche, il desiderio degli orchi di sfuggire alle dure condanne in cui potrebbero incorrere? E’ possibile che si voglia smantellare la difesa dell’ordine pubblico e della “sicurezza delle persone” a partire dall’eliminazione del massimo deterrente (per estremo e terribile che possa essere) agli orrendi reati a sfondo sessuale?

L'Humanae vitae 50 anni dopo...



50 anni dopo. L'Humanae vitae di Paolo VI: Chiesa, amore e vita, come si cambia?
Avvenire

(Luciano Moia) Sessualità, generazione e famiglia a 50 anni dall'enciclica di Paolo VI. A livello internazionale si accende lo scontro. Dalla Gregoriana proposta per approfondire e ipotizzare nuovi percorsi. La difesa a oltranza dei metodi naturali dev’essere considerato criterio assoluto e intangibile per la regolazione delle nascite? È vero che il presunto obbligo non discende né da principi scientifici concordemente accettati né da dichiarazioni magisteriali che hanno il sigillo dell’infallibilità e dell’immutabilità?  (...)

Divino rinnovamento



Corsi Alfa. Se la Chiesa è per sua natura missionaria, deve esserlo anche ogni singola parrocchia. Tanto più che, di fronte alla drastica diminuzione del numero dei sacerdoti e al calo dei praticanti, il rinnovamento delle comunità parrocchiali s’impone come una delle questioni cruciali. È quanto mette in evidenza un volume, appena pubblicato in Italia con la prefazione di monsignor Nunzio Galantino, che fotografa l’esperienza pastorale di James Mallon, un giovane sacerdote canadese (Divino rinnovamento. Per una parrocchia missionaria, Padova, Edizioni Messaggero Padova, 2017, pagine 328, euro 24). L’autore, parroco ad Halifax, è noto per aver diffuso i “Corsi Alfa”, una serie di incontri per i cristiani e per coloro che si sono allontanati dalla pratica religiosa.
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(James Mallon) La catechesi centrata sui bambini ha come presupposto una cultura cattolica e una attiva partecipazione alla chiesa. Ma questa cultura cattolica non esiste più nella nostra società e la maggior parte delle famiglie che domandano i sacramenti, non sono membri attivi della parrocchia. Questa nuova realtà significa che, per quanto buoni siano i programmi, il loro valore sarà limitato a meno che non lavoriamo con i genitori dei bambini. Coinvolgere i genitori non può essere un’aggiunta fatta sul modello delle classi scolastiche, ma deve implicare la formazione della fede degli adulti nell’intera parrocchia.
Chiunque di noi abbia preso l’aereo per volare da qualche parte, ha fatto conoscenza con i video di sicurezza che vengono proiettati prima del decollo del velivolo. Questi video mettono sempre in risalto che, nel caso di un calo della pressione, gli adulti devono indossare la propria maschera di ossigeno prima di metterne una sul capo dei propri bambini. Se qualcosa del genere capitasse agli adulti, i bambini sarebbero in difficoltà. Le parrocchie invece si concentrano per lo più sui bambini e trascurano gli adulti. In moltissime parrocchie e diocesi i termini “catechesi” e “istruzione religiosa” significano ciò che si fa per i bambini. La formazione di fede degli adulti rimane troppo spesso una novità che è concessa di tanto in tanto a pochi parrocchiani. Di conseguenza solo raramente gli adulti arrivano alla maturità della fede. E non appena i bambini si accorgono che quanto hanno ricevuto ha poco valore per i propri genitori, anche la loro fede di bambini produce scarsi frutti. Portare gli adulti a maturare la fede è il più grande dono che possiamo fare ai nostri ragazzi.
Nella parrocchia di San Benedetto, e nelle altre in cui ho prestato servizio nel corso degli anni, abbiamo sempre sperimentato ogni settembre la lotta furiosa per trovare un numero sufficiente di catechisti per tutti i livelli di età. Cercando di fornire programmi identici per ogni livello, le nostre risorse diventano troppo esigue e spesso non riusciamo a fare bene nulla. Viene a mancare il centro d’interesse e il lavoro risulta inefficace. Benché ciò possa non essere un problema per parrocchie che possiedono una scuola cattolica, ci sono altre sfide collegate al fatto di operare secondo il modello delle classi scolastiche, specialmente nel mantenere un legame vitale con la parrocchia e la celebrazione dell’eucaristia domenicale. Infine la trasmissione della sola conoscenza, per quanto valido sia il contenuto del programma, non produrrà il risultato che si desidera di “fare discepoli”. Essere discepoli è qualcosa di molto più vasto della catechesi e presuppone che quelli che diventano discepoli siano stati autenticamente evangelizzati. Ricordate le parole del documento di Aparecida del 2007? Ci diceva che se il kerygma o il primo annuncio non viene trasmesso e ricevuto, tutti gli altri passi del processo di fare “discepoli missionari” sono condannati alla sterilità. Tentare di catechizzare famiglie che non sono state evangelizzate è come tentare di piantare dei semi nel cemento. La cosa non funziona. Anche quando lavoriamo con famiglie che sono state evangelizzate, un processo del diventare discepoli deve favorire e incrementare una vera crescita personale non solo nella conoscenza, ma nella maturità di fede, nell’esperienza della preghiera e del discernimento dei doni di ciascuno per «preparare i fratelli a compiere il ministero» (Efesini, 4, 12). La catechesi è un programma prestabilito, con un punto fisso di partenza e uno di arrivo. Invece il diventare discepoli è un modo di vivere.
Parecchi anni fa, in una conferenza internazionale per i direttori degli uffici catechistici, ascoltai suor Edith Prendergast che ci diede un indirizzo chiave. Qualcosa che lei disse mi bloccò di colpo. Era una citazione di Michael Warren: «La catechesi dovrebbe essere occasionale e durare per tutta la vita. Invece l’abbiamo fatta diventare ciclica, con un inizio e una fine». Per me ciò fu uno dei momenti in cui uno dice «Eureka».
La semplicità di questa frase era abbagliante. Perché abbiamo avuto bisogno di far passare i bambini attraverso un ciclo di incontri domenicali oppure di inserirli in classi di istruzione religiosa per nove anni di seguito, per poi bruscamente interrompere tutto, quando conseguivano il diploma della scuola media, pensando che quei ragazzi appena adolescenti fossero formati per il resto della loro vita? Immaginate che ci si possa staccare completamente da un simile modello di programma e che “essere chiesa” sia invece tale programma. Immaginate che ogni parrocchia abbia una cultura del “fare discepoli”, in modo che la formazione di fede sia valorizzata per tutte le persone. Se ciò diventasse un impegno permanente e che dura per tutta la vita, non dovrebbe più essere limitata nel tempo con un inizio e una fine.

L'Osservatore Romano

Lavoro e dignità





(Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto) Si terrà a Cagliari nei prossimi giorni (26- 29 ottobre 2017) la 48ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, sul tema “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale”. Denuncia (“Il lavoro che non vogliamo”), buone pratiche (“per curare la ferita del lavoro”), ascolto (“lavoro degno e futuro”) e proposte (“prospettive”), saranno i motivi dominanti delle quattro giornate di dibattito, riflessione e preghiera, animate dai delegati di tutte le diocesi italiane e arricchite dalla partecipazione di esperti e protagonisti della vita sociale e politica del Paese, fra cui il Presidente del Parlamento Europeo, On. Antonio Tajani, e l’On. Paolo Gentiloni, Presidente del Consiglio dei Ministri. 
Radicata nella tradizione del cattolicesimo sociale, la Settimana che sta per aprirsi si ispira al magistero di Papa Francesco, da cui ha assunto il titolo, che riprende una frase dell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (24 Novembre 2013): “Nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita” (n. 192). Già nel testo preparatorio (l’“Instrumentum laboris”) il “lavoro” è presentato come “un’esperienza umana fondamentale che coinvolge integralmente la persona e la comunità. Esso dice prima di tutto quanto amore c’è nel mondo: si lavora per vivere con dignità, per dar vita a una famiglia e far crescere i figli, per contribuire allo sviluppo della propria comunità. Il lavoro umano è un’esperienza dove coesistono realizzazione di sé e fatica, contratto e dono, individualità e collettività, ferialità e festa. Esso richiede passione, creatività, vitalità, energia, senso di responsabilità, perché nelle imprese, nelle botteghe, negli studi professionali, negli uffici pubblici, la differenza, alla fine, la fanno le persone” (n. 1). Lo stesso testo cita una testimonianza significativa di Primo Levi, tratta dalla memoria della sua terribile esperienza nel lager: “Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del «lavoro ben fatto» è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale”. Sarà questo il centro focale della riflessione che la Settimana vuole stimolare: il rapporto fra lavoro e dignità della persona. Si tratta di una relazione così stretta e necessaria che la mancanza di lavoro produce alla lunga un’inevitabile ferita alla dignità personale, mentre nel lavoro la persona esprime se stessa, affermando la sua più profonda identità e costruendo legami vitali, necessari alla vita dell’individuo e alla realizzazione del bene comune.
Da questa rilevanza che per tutti ha il lavoro conseguono alcune sfide che toccano da vicino l’attualità politica e sociale del nostro Paese: fra di esse quelle del lavoro giovanile e della disoccupazione, della salubrità delle condizioni in cui si lavora e della sostenibilità sociale e ambientale di esse. “Negare ad un giovane di partecipare a questo grande progetto comune o privare un adulto della possibilità di continuare a dare il proprio contributo; sfruttare il lavoro altrui o discriminare in base all’identità di genere o razziale sono atti di violenza che lacerano il tessuto umano e sociale. Anche rispetto al tema degli immigrati, è proprio il lavoro che costituisce lo strumento più efficace per il successo del percorso di integrazione. La questione della disoccupazione ci interpella in modo particolare. L’isolamento sociale, il senso di fallimento, il rischio di depressione sono costi umani che non possono essere dimenticati. E ciò è tanto più vero nelle regioni del Mezzogiorno dove l’aspirazione ad avere un lavoro dignitoso è troppo spesso destinata a non trasformarsi in realtà”. La domanda che emerge è quella di come creare per tutti un lavoro che sia rispettoso della dignità personale e contribuisca al bene comune: la risposta della Settimana Sociale toccherà due livelli. Il primo è quello dell’impresa: “Il lavoro lo crea l’impresa, nella misura in cui risponda in modo adeguato al suo specifico dovere di solidarietà. L'efficienza, rispettosa dei principi di sostenibilità sociale e ambientale, oltre a costituire il motore di una azienda ben organizzata e a fruttare dunque profitto, diventa allo stesso tempo un criterio di giustizia sociale”. L’appello è rivolto agli imprenditori perché - senza rinunciare a una logica di guadagno, indispensabile al funzionamento dell’economia di mercato - sappiano reinvestire in maniera proporzionata e giusta gli utili per creare nuove possibilità di lavoro. Delocalizzare per guadagnare di più è l’esatto opposto di quanto questo comportamento richiede: sui tempi lunghi, anzi, le scelte mirate all’assolutizzazione del profitto risultano perdenti anche rispetto al loro scopo. Coniugare guadagno e solidarietà, temperando gli appetiti e mantenendo una visione del bene comune come orizzonte necessario per tutti, impresa compresa, è la sola via affidabile per un domani condiviso e positivo. L’altra via da mettere al centro dell’attenzione è quella dell’educazione: “Promuovere una cultura d’impresa - afferma il testo preparatorio - significa investire sulla capacità di essere protagonisti della propria vita. Per far ciò, crediamo sia necessario sostenere la ‘creatività’ dei giovani: la virtù dell’iniziativa che sgorga dalla soggettività creativa della persona umana, ossia l’inclinazione a cogliere ciò che altri non riescono ancora a vedere. In secondo luogo, educare alla ‘solidarietà’, ossia al ‘senso della comunità’, in considerazione del fatto che il lavoro è lavoro con gli altri e lavoro per gli altri. In terzo luogo, educare al ‘realismo’, cioè alla fatica e ai tempi lunghi necessari per vincere la sfida della creazione del lavoro attraverso l’impresa”. Ovviamente la Settimana Sociale di Cagliari non proporrà ricette facili. Essa si sforzerà, però, di suggerire stili di vita, modi di fare impresa e tensioni etiche ad essi necessarie, chiamando tutti, dagli imprenditori ai politici, dai lavoratori ai giovani e a quanti sono in cerca di occupazione, ad un impegno collettivo, in cui ciascuno faccia la sua parte al massimo delle sue possibilità, con senso di responsabilità e di partecipazione attiva alla realizzazione del bene comune. Prospettive tanto sagge, quanto esigenti nella pratica: saranno pronti a condividerle, elaborarle e metterle in pratica la politica, le istituzioni, la scuola, le imprese, i giovani, i lavoratori e quanti sono in cerca di lavoro? 

Il Sole 24 Ore