venerdì 20 aprile 2018

Il Papa riceve l’equipe del Cammino Neocatecumenale




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Papa Francesco ha ricevuto oggi 19 aprile, alle 11.30, l’equipe internazionale del Cammino Neocatecumenale nel Palazzo Apostolico vaticano. Motivo principale dell’incontro è stato parlare del 50esimo anniversario del Cammino che si celebrerà con un grande evento presieduto dallo stesso Pontefice a Tor Vergata il prossimo 5 maggio. 

Durante l’udienza - informa una nota - Francesco ha voluto ringraziare Kiko Argüello per il bene che il Cammino sta facendo alla Chiesa e si è rallegrato di sapere che invierà 36 nuove missio ad gentes in tutto il mondo e 20 comunità in missione alle periferie di Roma. Tra gli altri temi affrontati quello dell’evangelizzazione e del lavoro missionario che l'itinerario neocatecumenale sta portando avanti nei cinque continenti. 


Francesco ha quindi dato appuntamento a Kiko Argüello al 5 maggio quando le comunità neocatecumenali dei cinque continenti si ritroveranno a Tor Vergata per celebrare il 50esimo anniversario dell’arrivo di questa diffusa realtà ecclesiale a Roma, dopo i suoi inizi a Madrid alla fine degli anni '60. 

Il luogo scelto per l’incontro - che si terrà alle 11 - è l’area universitaria di Tor Vergata, situata nella periferia di Roma, in omaggio a San Giovanni Paolo II, che durante i suoi 26 anni di pontificato ha accolto e sostenuto il Cammino Neocatecumenale. Sullo stesso enorme prato Wojtyla celebrò anche l’indimenticabile incontro con i giovani per la Giornata Mondiale della Gioventù del 2000. 

All’evento del 5 maggio parteciperanno circa 150 mila persone da tutto il mondo, in rappresentanza delle 135 nazioni in cui è presente il Cammino. Esso si concluderà con il canto dell’inno Te Deum. Vi prenderanno parte anche cardinali, vescovi e altre personalità.

25.mo della morte di mons. Tonino Bello. La visita del Papa. Discorso ad Alessano e omelia a Molfetta



25.mo della morte di mons. Tonino Bello. La visita del Papa a Molfetta. L'omelia: "Don Tonino, proprio nel tempo di Pasqua, augurava di accogliere la grande novità di vita alla quale richiama il Risorto, passando finalmente dalle parole ai fatti. Perciò esortava accoratamente chi non aveva il coraggio di cambiare: «gli specialisti della perplessità. I contabili pedanti dei pro e dei contro. I calcolatori guardinghi fino allo spasimo prima di muoversi"


Visita Pastorale del Santo Padre ad Alessano (Lecce), nella Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, e a Molfetta (Bari) nella Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, nel 25.mo anniversario della morte di S.E. Mons. Tonino Bello (20 aprile 2018) 
Omelia del Santo Padre
Le Letture che abbiamo ascoltato presentano due elementi centrali per la vita cristiana: il Pane e la Parola.
Il Pane. Il pane è il cibo essenziale per vivere e Gesù nel Vangelo si offre a noi come Pane di vita, come a dirci: “di me non potete fare a meno”. E usa espressioni forti: “mangiate la mia carne e bevete il mio sangue” (cfr Gv 6,53). Che cosa significa? Che per la nostra vita è essenziale entrare in una relazione vitale, personale con Lui. Carne e sangue. 
L’Eucaristia è questo: non un bel rito, ma la comunione più intima, più concreta, più sorprendente che si possa immaginare con Dio:
una comunione d’amore tanto reale che prende la forma del mangiare. La vita cristiana riparte ogni volta da qui, da questa mensa, dove Dio ci sazia d’amore. Senza di Lui, Pane di vita, ogni sforzo nella Chiesa è vano, come ricordava don Tonino Bello: «Non bastano le opere di carità, se manca la carità delle opere. Se manca l’amore da cui partono le opere, se manca la sorgente, se manca il punto di partenza che è l’Eucaristia, ogni impegno pastorale risulta solo una girandola di cose»[1].
Gesù nel Vangelo aggiunge: «Colui che mangia me vivrà per me» (v. 57). Come a dire: chi si nutre dell’Eucaristia assimila la stessa mentalità del Signore. Egli è Pane spezzato per noi e chi lo riceve diventa a sua volta pane spezzato, che non lievita d’orgoglio, ma si dona agli altri: smette di vivere per sé, per il proprio successo, per avere qualcosa o per diventare qualcuno, ma vive per Gesù e come Gesù, cioè per gli altri. Vivere per è il contrassegno di chi mangia questo Pane, il “marchio di fabbrica” del cristiano. Si potrebbe esporre come avviso fuori da ogni chiesa: “Dopo la Messa non si vive più per sé stessi, ma per gli altri”. Sarebbe bello che in questa diocesi di don Tonino ci fosse questo avviso fuori la chiesa perché sia letto da tutti. Don Tonino ha vissuto così: tra voi è stato un Vescovo-servo, un Pastore fattosi popolo, che davanti al Tabernacolo imparava a farsi mangiare dalla gente. Sognava una Chiesa affamata di Gesù e intollerante ad ogni mondanità, una Chiesa che «sa scorgere il corpo di Cristo nei tabernacoli scomodi della miseria, della sofferenza, della solitudine»[2]. Perché, diceva, «l’Eucarestia non sopporta la sedentarietà» e senza alzarsi da tavola resta «un sacramento incompiuto»[3]. Possiamo chiederci: in me, questo Sacramento si realizza? Più concretamente: mi piace solo essere servito a tavola dal Signore o mi alzo per servire come il Signore? Dono nella vita quello che ricevo a Messa? E come Chiesa potremmo domandarci: dopo tante Comunioni, siamo diventati gente di comunione?
Il Pane di vita, il Pane spezzato è infatti anche Pane di pace. Don Tonino sosteneva che «la pace non viene quando uno si prende solo il suo pane e va a mangiarselo per conto suo. […] La pace è qualche cosa di più: è convivialità». È «mangiare il pane insieme con gli altri, senza separarsi, mettersi a tavola tra persone diverse», dove «l’altro è un volto da scoprire, da contemplare, da accarezzare»[4]. Perché i conflitti e tutte le guerre «trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti»[5]. E noi, che condividiamo questo Pane di unità e di pace, siamo chiamati ad amare ogni volto, a ricucire ogni strappo; ad essere, sempre e dovunque, costruttori di pace.
Insieme col Pane, la Parola. Il Vangelo riporta aspre discussioni attorno alle parole di Gesù: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (v. 52). C’è un’aria di disfattismo in queste parole. Tante nostre parole assomigliano a queste: come può il Vangelo risolvere i problemi del mondo? A che serve fare del bene in mezzo a tanto male? E così cadiamo nell’errore di quella gente, paralizzata dal discutere sulle parole di Gesù, anziché pronta ad accogliere il cambiamento di vita chiesto da Lui. Non capivano che la Parola di Gesù è per camminare nella vita, non per sedersi a parlare di ciò che va e non va. Don Tonino, proprio nel tempo di Pasqua, augurava di accogliere questa novità di vita, passando finalmente dalle parole ai fatti. Perciò esortava accoratamente chi non aveva il coraggio di cambiare: «gli specialisti della perplessità. I contabili pedanti dei pro e dei contro. I calcolatori guardinghi fino allo spasimo prima di muoversi»[6]. A Gesù non si risponde secondo i calcoli e le convenienze del momento, ma si risponde col “sì” di tutta la vita. Egli non cerca le nostre riflessioni, ma la nostra conversione. Punta ai cuori.
È la stessa Parola di Dio a suggerirlo. Nella prima Lettura, Gesù risorto si rivolge a Saulo e non gli propone sottili ragionamenti, ma gli chiede di mettere in gioco la vita. Gli dice: «Alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare» (At 9,6). Anzitutto: «Alzati». La prima cosa da evitare è rimanere a terra, subire la vita, restare attanagliati dalla paura. Quante volte don Tonino ripeteva: “In piedi!”, perché «davanti al Risorto non è lecito stare se non in piedi»[7]. Rialzarsi sempre, guardare in alto, perché l’apostolo di Gesù non può vivacchiare di piccole soddisfazioni.
Il Signore poi dice a Saulo: «Entra in città». Anche a ciascuno di noi dice: “Va’, non rimanere chiuso nei tuoi spazi rassicuranti, rischia!”. La vita cristiana va investita per Gesù e spesa per gli altri. Dopo aver incontrato il Risorto non si può attendere, non si può rimandare; bisogna andare, uscire, nonostante tutti i problemi e le incertezze. Vediamo ad esempio Saulo che, dopo aver parlato con Gesù, sebbene cieco, si alza e va in città. Vediamo Anania che, sebbene pauroso e titubante, dice: «Eccomi, Signore!» (v. 10) e subito va da Saulo. Siamo chiamati tutti, in qualsiasi situazione ci troviamo, a essere portatori di speranza pasquale, “cirenei della gioia”, come diceva don Tonino; servitori del mondo, ma da risorti, non da impiegati. Senza mai contristarci, senza mai rassegnarci. È bello essere “corrieri di speranza”, distributori semplici e gioiosi dell’alleluia pasquale.
Infine Gesù dice a Saulo: «Ti sarà detto ciò che devi fare». Saulo, uomo deciso e affermato, tace e va, docile alla Parola di Gesù. Accetta di obbedire, diventa paziente, capisce che la sua vita non dipende più da lui. Impara l’umiltà. Perché umile non vuol dire timido o dimesso, ma docile a Dio e vuoto di sé. Allora anche le umiliazioni, come quella provata da Saulo per terra sulla via di Damasco, diventano provvidenziali, perché spogliano della presunzione e permettono a Dio di rialzarci. E la Parola di Dio fa così: libera, rialza, fa andare avanti, umili e coraggiosi al tempo stesso. Non fa di noi dei protagonisti affermati e campioni della propria bravura, ma dei testimoni genuini di Gesù morto e risorto nel mondo.
Pane e Parola; cari fratelli e sorelle, ad ogni Messa ci nutriamo del Pane di vita e della Parola che salva: viviamo ciò che celebriamo! Così, come don Tonino, saremo sorgenti di speranza, di gioia e di pace.

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[1] «Configurati a Cristo capo e sacerdote», Cirenei della gioia, 2004, 54-55.
[2] «Sono credibili le nostre Eucarestie?», Articoli, corrispondenze, lettere, 2003, 236.
[3] «Servi nella Chiesa per il mondo», ivi, 103-104.
[4] «La non violenza in una società violenta», Scritti di pace, 1997, 66-67.
[5] «La pace come ricerca del volto», Omelie e scritti quaresimali, 1994, 317.
[6] «Lievito vecchio e pasta nuova», Vegliare nella notte, 1995, 91.
[7] Ultimo saluto al termine della Messa Crismale, 8 aprile 1993

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25.mo anniversario della morte di Mons. Tonino Bello. La visita di Papa Francesco alla tomba (Alessano). Discorso: "In questa terra, Antonio nacque Tonino e divenne don Tonino. Questo nome, semplice e familiare, che leggiamo sulla sua tomba, ci parla ancora. Racconta il suo desiderio di farsi piccolo per essere vicino, di accorciare le distanze, di offrire una mano tesa"


Se la guerra genera povertà, anche la povertà genera guerra. La pace, perciò, si costruisce a cominciare dalle case, dalle strade, dalle botteghe, là dove artigianalmente si plasma la comunione. Diceva, speranzoso, don Tonino: «Dall’officina, come un giorno dalla bottega di Nazareth, uscirà il verbo di pace che instraderà l’umanità, assetata di giustizia, per nuovi destini».
Visita Pastorale del Santo Padre ad Alessano (Lecce), nella Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, e a Molfetta (Bari) nella Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, nel 25.mo anniversario della morte di S.E. Mons. Tonino Bello (20 aprile 2018).
Cari fratelli e sorelle,
sono giunto pellegrino in questa terra che ha dato i natali al Servo di Dio Tonino Bello. Ho appena pregato sulla sua tomba, che non si innalza monumentale verso l’alto, ma è tutta piantata nella terra: Don Tonino, seminato nella sua terra, sembra volerci dire quanto ha amato questo territorio. Su questo vorrei riflettere, evocando anzitutto alcune sue parole di gratitudine: «Grazie, terra mia, piccola e povera, che mi hai fatto nascere povero come te ma che, proprio per questo, mi hai dato la ricchezza incomparabile di capire i poveri e di potermi oggi disporre a servirli»[1].
Capire i poveri era per lui vera ricchezza. Aveva ragione, perché i poveri sono realmente ricchezza della Chiesa. Ricordacelo ancora, don Tonino, di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro ai potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda. Il Vangelo – eri solito ricordarlo a Natale e a Pasqua – chiama a una vita spesso scomoda, perché chi segue Gesù ama i poveri e gli umili. Così ha fatto il Maestro, così ha proclamato sua Madre, lodando Dio perché «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52). Una Chiesa che ha a cuore i poveri rimane sempre sintonizzata sul canale di Dio, non perde mai la frequenza del Vangelo e sente di dover tornare all’essenziale per professare con coerenza che il Signore è l’unico vero bene.
Don Tonino ci richiama a non teorizzare la vicinanza ai poveri, ma a stare loro vicino, come ha fatto Gesù, che per noi, da ricco che era, si è fatto povero (cfr 2 Cor 8,9). Don Tonino sentiva il bisogno di imitarlo, coinvolgendosi in prima persona, fino a spossessarsi di sé. Non lo disturbavano le richieste, lo feriva l’indifferenza. Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l’incertezza del lavoro, problema oggi ancora tanto attuale. Non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità. Non stava con le mani in mano: agiva localmente per seminare pace globalmente, nella convinzione che il miglior modo per prevenire la violenza e ogni genere di guerre è prendersi cura dei bisognosi e promuovere la giustizia. Infatti, se la guerra genera povertà, anche la povertà genera guerra[2]. La pace, perciò, si costruisce a cominciare dalle case, dalle strade, dalle botteghe, là dove artigianalmente si plasma la comunione. Diceva, speranzoso, don Tonino: «Dall’officina, come un giorno dalla bottega di Nazareth, uscirà il verbo di pace che instraderà l’umanità, assetata di giustizia, per nuovi destini»[3].
Cari fratelli e sorelle, questa vocazione di pace appartiene alla vostra terra, a questa meravigliosa terra di frontiera – finis-terrae – che Don Tonino chiamava “terra-finestra”, perché dal Sud dell’Italia si spalanca ai tanti Sud del mondo, dove «i più poveri sono sempre più numerosi mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e sempre di meno»[4]. Siete una «finestra aperta, da cui osservare tutte le povertà che incombono sulla storia»[5], ma siete soprattutto una finestra di speranza perché il Mediterraneo, storico bacino di civiltà, non sia mai un arco di guerra teso, ma un’arca di pace accogliente[6].
Don Tonino è uomo della sua terra, perché in questa terra è maturato il suo sacerdozio. Qui è sbocciata la sua vocazione, che amava chiamare evocazione: evocazione di quanto follemente Dio predilige, ad una ad una, le nostre fragili vite; eco della sua voce d’amore che ci parla ogni giorno; chiamata ad andare sempre avanti, a sognare con audacia, a decentrare la propria esistenza per metterla al servizio; invito a fidarsi sempre di Dio, l’unico capace di trasformare la vita in una festa. Ecco, questa è la vocazione secondo don Tonino: una chiamata a diventare non solo fedeli devoti, ma veri e propri innamorati del Signore, con l’ardore del sogno, lo slancio del dono, l’audacia di non fermarsi alle mezze misure. Perché quando il Signore incendia il cuore, non si può spegnere la speranza. Quando il Signore chiede un “sì”, non si può rispondere con un “forse”. Farà bene, non solo ai giovani, ma a tutti noi, a tutti quelli che cercano il senso della vita, ascoltare e riascoltare le parole di Don Tonino.
In questa terra, Antonio nacque Tonino e divenne don Tonino. Questo nome, semplice e familiare, che leggiamo sulla sua tomba, ci parla ancora. Racconta il suo desiderio di farsi piccolo per essere vicino, di accorciare le distanze, di offrire una mano tesa. Invita all’apertura semplice e genuina del Vangelo. Don Tonino l’ha tanto raccomandata, lasciandola in eredità ai suoi sacerdoti. Diceva: «Amiamo il mondo. Vogliamogli bene. Prendiamolo sotto braccio. Usiamogli misericordia. Non opponiamogli sempre di fronte i rigori della legge se non li abbiamo temperati prima con dosi di tenerezza»[7]. Sono parole che rivelano il desiderio di una Chiesa per il mondo: non mondana, chiesa non mondana   ... che il Signore ci dia una chiesa non mondana ...ma per il mondo, al servizio del mondo. Una Chiesa monda di autoreferenzialità ed «estroversa, protesa, non avviluppata dentro di sé»[8]; non in attesa di ricevere, ma di prestare pronto soccorso; mai assopita nelle nostalgie del passato, ma accesa d’amore per l’oggi, sull’esempio di Dio, che «ha tanto amato il mondo» (Gv 3,16).
Il nome di “don Tonino” ci dice anche la sua salutare allergia verso i titoli e gli onori, il suo desiderio di privarsi di qualcosa per Gesù che si è spogliato di tutto, il suo coraggio di liberarsi di quel che può ricordare i segni del potere per dare spazio al potere dei segni[9]. Don Tonino non lo faceva certo per convenienza o per ricerca di consensi, ma mosso dall’esempio del Signore. Nell’amore per Lui troviamo la forza di dismettere le vesti che intralciano il passo per rivestirci di servizio, per essere «Chiesa del grembiule, unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo»[10].
Da questa sua amata terra che cosa don Tonino ci potrebbe ancora dire? Questo credente con i piedi per terra e gli occhi al Cielo, e soprattutto con un cuore che collegava Cielo e terra, ha coniato, tra le tante, una parola originale, che tramanda a ciascuno di noi una grande missione. Gli piaceva dire che noi cristiani «dobbiamo essere dei contempl-attivi, con due t, cioè della gente che parte dalla contemplazione e poi lascia sfociare il suo dinamismo, il suo impegno nell’azione»[11], della gente che non separa mai preghiera e azione. Caro don Tonino, ci hai messo in guardia dall’immergerci nel vortice delle faccende senza piantarci davanti al tabernacolo, per non illuderci di lavorare invano per il Regno[12]. E noi ci potremmo chiedere se partiamo dal tabernacolo o da noi stessi. Potresti domandarci anche se, una volta partiti, camminiamo; se, come Maria, Donna del cammino, ci alziamo per raggiungere e servire l’uomo, ogni uomo. Se ce lo chiedessi, dovremmo provare vergogna per i nostri immobilismi e per le nostre continue giustificazioni. Ridestaci allora alla nostra alta vocazione; aiutaci ad essere sempre più una Chiesa contempl-attiva, innamorata di Dio e appassionata dell’uomo!
Cari fratelli e sorelle, in ogni epoca il Signore mette sul cammino della Chiesa dei testimoni che incarnano il buon annuncio di Pasqua, profeti di speranza per l’avvenire di tutti. Dalla vostra terra Dio ne ha fatto sorgere uno, come dono e profezia per i nostri tempi. E Dio desidera che il suo dono sia accolto, che la sua profezia sia attuata. Non accontentiamoci di annotare bei ricordi, non lasciamoci imbrigliare da nostalgie passate e neanche da chiacchiere oziose del presente o da paure per il futuro. Imitiamo don Tonino, lasciamoci trasportare dal suo giovane ardore cristiano, sentiamo il suo invito pressante a vivere il Vangelo senza sconti. È un invito forte rivolto a ciascuno di noi e a noi come Chiesa. Davvero ci aiuterà a spandere oggi la fragrante gioia del Vangelo.

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[1] «Grazie, Chiesa di Alessano», La terra dei miei sogni. Bagliori di luce dagli scritti ugentini, 2014, 477.
[2] Cfr S. Giovanni Paolo II, «Se cerchi la pace, va’ incontro ai poveri», Messaggio per la Giornata mondiale della Pace, 1° gennaio 1993.
[3] La terra dei miei sogni, 32.
[4] «Il pentalogo della speranza», Scritti vari, interviste aggiunte, 2007, 252.
[5] «La speranza a caro prezzo», Scritti di pace, 1997, 348.
[6] Cfr «La profezia oltre la mafia», ivi, 280.
[7] «Torchio e spirito. Omelia per la Messa crismale 1993», Omelie e scritti quaresimali, 2015, 97.
[8] «Sacerdoti per il mondo», Cirenei della gioia, 2004, 26.
[9] «Dai poveri verso tutti», ivi, 122 ss.
[10] «Configurati a Cristo capo e sacerdote», ivi, 61.
[11] Ivi, 55.
[12] Cfr «Contempl-attivi nella ferialità quotidiana», Non c’è fedeltà senza rischio, 2000, 124; «Soffrire le cose di Dio e soffrire le cose dell’uomo»,

mercoledì 18 aprile 2018

Catechesi di Papa Francesco.Il battesimo, segno della vita cristiana




Il Santo Padre oggi, al termine dell'Udienza, han lanciato ancora una volta un  appello in difesa della vita di Alfie e Vincent, due malatti gravi sotto severo sostegno di cure medicali. Francesco ha ribadito con forza che l'unico padrone della vita è Dio e poi ha chiesto silenzio e preghiera per queste due persone.
Domenica alla fine del Regina Coeli, il Sato Padre aveva detto:
"Affido alla vostra preghiera le persone, come Vincent Lambert, in Francia, il piccolo Alfie Evans, in Inghilterra, e altre in diversi Paesi, che vivono, a volte da lungo tempo, in stato di grave infermità, assistite medicalmente per i bisogni primari. Sono situazioni delicate, molto dolorose e complesse. Preghiamo perché ogni malato sia sempre rispettato nella sua dignità e curato in modo adatto alla sua condizione, con l’apporto concorde dei familiari, dei medici e degli altri operatori sanitari, con grande rispetto per la vita."

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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Proseguiamo, in questo Tempo di Pasqua, le catechesi sul Battesimo. Il significato del Battesimo risalta chiaramente dalla sua celebrazione, perciò rivolgiamo ad essa la nostra attenzione. Considerando i gesti e le parole della liturgia possiamo cogliere la grazia e l’impegno di questo Sacramento, che è sempre da riscoprire. Ne facciamo memoria nell’aspersione con l’acqua benedetta che si può fare la domenica all’inizio della Messa, come pure nella rinnovazione delle promesse battesimali durante la Veglia Pasquale.

Infatti, quanto avviene nella celebrazione del Battesimo suscita una dinamica spirituale che attraversa tutta la vita dei battezzati; è l’avvio di un processo che permette di vivere uniti a Cristo nella Chiesa. Pertanto, ritornare alla sorgente della vita cristiana ci porta a comprendere meglio il dono ricevuto nel giorno del nostro Battesimo e a rinnovare l’impegno di corrispondervi nella condizione in cui oggi ci troviamo. Rinnovare l'impegno, comprendere meglio questo dono che è il Battesimo, ricordare il giorno del nostro Battesimo, mercoledì scorso vi ho chiesto di fare i compiti a casa e di scoprire il giorno del nostro Battesimo, chi non lo ha fatto lo faccia perché è una rinascita ed è come se fosse un secondo compleanno.
Anzitutto, nel rito di accoglienza, viene chiesto il nome del candidato, perché il nome indica l’identità di una persona. Quando ci presentiamo diciamo subito il nostro nome, così da uscire dall’anonimato. L'anonimo è chi non ha nome. Senza nome si resta degli sconosciuti, senza diritti e doveri. Dio chiama ciascuno per nome, amandoci singolarmente, nella concretezza della nostra storia. Il Battesimo accende la vocazione personale a vivere da cristiani, che si svilupperà in tutta la vita. E implica una risposta personale e non presa a prestito, con un “copia e incolla”. La vita cristiana infatti è intessuta di una serie di chiamate e di risposte: Dio continua a pronunciare il nostro nome nel corso degli anni, facendo risuonare in mille modi la sua chiamata a diventare conformi al suo Figlio Gesù. E’ importante dunque il nome! È molto importante. I genitori pensano al nome da dare al figlio già prima della nascita: anche questo fa parte dell’attesa di un figlio che, nel nome proprio, avrà la sua identità originale, anche per la vita cristiana legata a Dio.
Certo, diventare cristiani è un dono che viene dall’alto (cfr Gv 3,3-8). La fede non si può comprare, ma chiedere sì, e ricevere in dono sì. Signore regalami il dono della Fede, è una bella preghiera, si può chiedere, non si può comprare. Infatti, «il Battesimo è il sacramento di quella fede, con la quale gli uomini, illuminati dalla grazia dello Spirito Santo, rispondono al Vangelo di Cristo» (Rito del Battesimo dei Bambini, Introd. gen., n. 3). A suscitare e a risvegliare una fede sincera in risposta al Vangelo tendono la formazione dei catecumeni e la preparazione dei genitori, come l’ascolto della Parola di Dio nella stessa celebrazione del Battesimo.
Se i catecumeni adulti manifestano in prima persona ciò che desiderano ricevere in dono dalla Chiesa, i bambini sono presentati dai genitori, con i padrini. Il dialogo con loro, permette ad essi di esprimere la volontà che i piccoli ricevano il Battesimo e alla Chiesa l’intenzione di celebrarlo. «Espressione di tutto questo è il segno di croce, che il celebrante e i genitori tracciano sulla fronte dei bambini» (Rito del Battesimo dei Bambini, Introd., n. 16). «Il segno della croce esprime il sigillo di Cristo su colui che sta per appartenergli e significa la grazia della redenzione che Cristo ci ha acquistata per mezzo della sua croce» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1235). Nella cerimonia facciamo sui bambini il segno della croce, vorrei tornare su un argomento su cui vi ho già parlato: i nostri bambini sanno farsi bene il segno della Croce, tante volte ho visto che non lo sanno fare e voi papà, mamme, nonne, nonni dovete insegnare ai bambini a farsi il segno della croce perché è importante!
La croce è il distintivo che manifesta chi siamo: il nostro parlare, pensare, guardare, operare sta sotto il segno della croce, ossia dell’amore di Gesù fino alla fine. I bambini sono segnati in fronte. I catecumeni adulti sono segnati anche sui sensi, con queste parole: «Ricevete il segno della croce sugli orecchi per ascoltare la voce del Signore»; «sugli occhi per vedere lo splendore del volto di Dio»; «sulla bocca, per rispondere alla parola di Dio»; «sul petto, perché Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori»; «sulle spalle, per sostenere il giogo soave di Cristo» (Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, n. 85). Cristiani si diventa nella misura in cui la croce si imprime in noi come un marchio “pasquale” (cfr Ap 14,1; 22,4), rendendo visibile, anche esteriormente, il modo cristiano di affrontare la vita. Fare il segno della croce quando ci svegliamo, prima dei pasti, davanti a un pericolo, a difesa contro il male, la sera prima di dormire, significa dire a noi stessi e agli altri a chi apparteniamo, chi vogliamo essere. E, come facciamo entrando in chiesa, possiamo farlo anche a casa, conservando in un piccolo vaso adatto un po’ di acqua benedetta: così, ogni volta che rientriamo o usciamo, facendo il segno della croce con quell’acqua ci ricordiamo che siamo battezzati. Non dimenticare ripeto: insegnate ai bambini a fare bene il segno della Croce, grazie!

domenica 15 aprile 2018

Il Regina Coeli di Papa francesco: "L’insistenza di Gesù sulla realtà della sua Risurrezione...


Dopo il Regina Coeli. L'appello di Francesco per la giustizia e la pace nel mondo, in particolare in Siria. Le preghiere per le persone in stato di grave infermità, assistite medicalmente per i bisogni primari

Sala stampa della Santa Sede 


Cari fratelli e sorelle, 

oggi, a Vohipeno, in Madagascar, viene proclamato beato il martire Luciano Botovasoa, padre di famiglia, coerente testimone di Cristo fino al dono eroico della vita. Arrestato e ucciso per aver manifestato la sua volontà di rimanere fedele al Signore e alla Chiesa, rappresenta per tutti noi un esempio di carità e di fortezza nella fede.
Sono profondamente turbato dall’attuale situazione mondiale, in cui, nonostante gli strumenti a disposizione della comunità internazionale, si fatica a concordare un’azione comune in favore della pace in Siria e in altre regioni del mondo. Mentre prego incessantemente per la pace, e invito tutte le persone di buona volontà a continuare a fare altrettanto, mi appello nuovamente a tutti i responsabili politici, perché prevalgano la giustizia e la pace. 

Con dolore ho ricevuto la notizia dell’uccisione dei tre uomini rapiti alla fine di marzo al confine tra Ecuador e Colombia. Prego per loro e per i loro familiari, e sono vicino al caro popolo ecuadoriano, incoraggiandolo ad andare avanti unito e pacifico, con l’aiuto del Signore e della sua Santissima Madre. 
Affido alla vostra preghiera le persone, come Vincent Lambert, in Francia, il piccolo Alfie Evans, in Inghilterra, e altre in diversi Paesi, che vivono, a volte da lungo tempo, in stato di grave infermità, assistite medicalmente per i bisogni primari. Sono situazioni delicate, molto dolorose e complesse. Preghiamo perché ogni malato sia sempre rispettato nella sua dignità e curato in modo adatto alla sua condizione, con l’apporto concorde dei familiari, dei medici e degli altri operatori sanitari, con grande rispetto per la vita. 
Saluto con affetto tutti voi, pellegrini provenienti dall’Italia e da tante parti del mondo: le famiglie, i gruppi parrocchiali, le scuole, le associazioni. Saluto in particolare i fedeli della California; come pure quelli di Arluno, Pontelongo, Scandicci, Genova-Pegli e Vibo Valentia; i bambini della Scuola “Figlie di Gesù” di Modena e il gruppo “Amici di Paolo VI” di Pescara.  
A tutti auguro una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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Il Regina Coeli di Papa francesco: "L’insistenza di Gesù sulla realtà della sua Risurrezione illumina la prospettiva cristiana sul corpo: esso non è un ostacolo o una prigione dell’anima"

"Ogni offesa o ferita o violenza al corpo del nostro prossimo, è un oltraggio a Dio creatore! Il mio pensiero va, in particolare, ai bambini, alle donne, agli anziani maltrattati nel corpo."


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Al centro di questa terza domenica di Pasqua c’è l’esperienza del Risorto fatta dai suoi discepoli, insieme. Ciò è evidenziato specialmente dal Vangelo che ci introduce ancora una volta nel Cenacolo, dove Gesù si manifesta agli Apostoli, rivolgendo loro questo saluto: «Pace a voi!» (Lc24,36). Il saluto del Cristo Risorto. Ci dà la pace del Risorto. Si tratta sia della pace interiore, sia della pace che si stabilisce nei rapporti tra le persone.

L’episodio raccontato dall’evangelista Luca insiste molto sul realismo della Risurrezione. E' lui, reale, non un fantasma. Infatti, non si tratta di un’apparizione dell’anima di Gesù, ma della sua reale presenza con il corpo risorto.
Gesù si accorge che gli Apostoli sono turbati nel vederlo, che sono sconcertati perché la realtà della Risurrezione è per loro inconcepibile. Credono di vedere un fantasma; ma Gesù risorto non è un fantasma, è un uomo con corpo e anima. Per questo - per convincerli - dice loro: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho» (v. 39). E poiché questo non sembra bastare a vincere l’incredulità dei discepoli, (...) Gesù chiede loro: «Avete qui qualche cosa da mangiare?» (v. 41). Essi gli offrono del pesce arrostito; Gesù lo prende e lo mangia davanti a loro. Per convincerli.
L’insistenza di Gesù sulla realtà della sua Risurrezione illumina la prospettiva cristiana sul corpo: esso non è un ostacolo o una prigione dell’anima. Il corpo è creato da Dio e l’uomo non è completo se non è unione di corpo e anima. Gesù, che ha vinto la morte ed è risorto in corpo e anima, ci fa capire che dobbiamo avere un’idea positiva del nostro corpo. Esso può diventare occasione o strumento di peccato, ma il peccato non è provocato dal corpo, bensì dalla nostra debolezza morale. Il corpo è un dono stupendo di Dio, destinato, in unione con l’anima, ad esprimere in pienezza l’immagine e la somiglianza di Lui. Pertanto, siamo chiamati ad avere grande rispetto e cura del nostro corpo e di quello degli altri.
Ogni offesa o ferita o violenza al corpo del nostro prossimo, è un oltraggio a Dio creatore! Il mio pensiero va, in particolare, ai bambini, alle donne, agli anziani maltrattati nel corpo. Nella carne di queste persone noi troviamo il corpo di Cristo. Deriso, calunniato, umiliato, flagellato, crocifisso, Gesù ci ha insegnato l’amore. Un amore che, nella sua Risurrezione, si è dimostrato più potente del peccato e della morte, e vuole riscattare tutti coloro che sperimentano nel proprio corpo le schiavitù dei nostri tempi.
In un mondo dove troppe volte prevalgono la prepotenza contro il più debole e il materialismo che soffoca lo spirito, il Vangelo di oggi ci chiama ad essere persone capaci di guardare in profondità, piene di stupore e di gioia grande per avere incontrato il Signore risorto.
Ci chiama ad essere persone che sanno raccogliere e valorizzare la novità di vita che Egli semina nella storia, per orientarla verso i cieli nuovi e la terra nuova. Ci sostenga in questo cammino la Vergine Maria, alla cui materna intercessione ci affidiamo con fiducia.

venerdì 13 aprile 2018

La vera libertà



In un mondo «schizofrenico», sempre «più schiavo» di mode, ambizioni e denaro, ecco la vera libertà proposta da Gesù stesso e realizzata, anche nelle prove, dagli apostoli e dai tanti cristiani che oggi sono vittime delle persecuzioni, restando comunque sempre liberi. È un vero e proprio inno alla libertà quello rilanciato da Papa Francesco nella messa celebrata venerdì mattina 13 aprile a Santa Marta.
«Una delle parole che si ripete tanto in questo tempo pasquale è “libertà”, essere liberi» ha subito fatto notare il Papa all’inizio dell’omelia. E «Gesù, con la sua opera redentrice, ci ha ridonato la libertà, la libertà dei figli».
«Nel parlato quotidiano — ha riconosciuto Francesco — tante volte pensiamo che essere libero significa fare quello che io voglio e tante volte»; ma significa anche «diventare schiavo, perché se quello che io voglio è una cosa che mi tiene oppresso dal cuore, io sono schiavo di quello, non libero».

«La liturgia di oggi ci fa riflettere su tre persone, libere tutte e tre» ha spiegato il Pontefice riferendosi ai brani degli Atti degli apostoli (5, 34-42) e del Vangelo di Giovanni (6, 1-15) proclamati durante le letture. E «ci farà bene riflettere su ognuno di loro». A cominciare da Gamaliele che viene presentato «in questo passo, che è la fine di quella lunga storia della guarigione del paralitico, che abbiamo letto in questi giorni, dove i dottori della legge, i sacerdoti, avevano la “patata bollente” in mano e non sapevano come risolvere questo problema». Ma già «ne avevano risolto bene, secondo loro, un altro»: quello «dei soldati davanti al sepolcro: avevano pagato con i soldi». Però, ha affermato il Papa, «in questo caso non si poteva usare lo stesso sistema» e «neppure risolvere mettendo» gli apostoli «in carcere, perché hanno visto che l’angelo di Dio li ha liberati». Il loro problema era dunque cosa fare con i discepoli.
«Gamaliele, uomo libero, pensa a mente fredda, li fa ragionare e» guardando anche alla «storia recente», suggerisce: «Abbiate pazienza, non affrettatevi, date un po’ di tempo alla situazione, pensate a cosa è accaduto con Tèuda, con Giuda il Galileo, che sembravano essere proprio i salvatori e sono finiti male tutti». Insomma, il consiglio di Gamaliele è che «il tempo» faccia «il suo lavoro: prendete il tempo».
«L’uomo libero non ha paura del tempo: lascia fare a Dio» ha spiegato Francesco. E, appunto, «dà spazio perché Dio agisca nel tempo: l’uomo libero è paziente». Gamaliele «era un ebreo — non era un cristiano, non aveva riconosciuto Gesù salvatore — ma era un uomo libero: fa il suo pensiero, lo offre agli altri ed è accettato». Del resto «la libertà non è impaziente» ha riconosciuto il Papa. Anzi, «la vera libertà ha la pazienza di saper aspettare, di lasciar fare a Dio».
È vero, ha proseguito il Pontefice, «anche Pilato pensa a mente fredda», tanto che si «accorse che Gesù era innocente», Oltretutto «anche la moglie» si era aggiunta «con quella storia dell’incubo a dargli un po’ di paura». Però Pilato «non è riuscito a risolvere il problema perché non era libero, era attaccato alla promozione». Il suo pensiero fisso era più o meno questo: «Se a me va bene qui in Giudea, poi verrà una promozione verso un altro posto più grande». Insomma, Pilato non era un uomo «libero: pensava bene, ma gli mancava il coraggio della libertà perché era schiavo del carrierismo, dell’ambizione, del suo successo».
Invece «Gamaliele è un esempio di uomo libero, che oggi la Chiesa ci offre» ha rilanciato Francesco. Indicando poi come un «altro esempio Pietro e Giovanni che avevano guarito il paralitico e adesso erano davanti al sinedrio». Alla fine «il sinedrio li rimise in libertà ma “li fecero flagellare” — erano innocenti — “e ordinarono loro di non parlare in nome di Gesù”». Dunque Pietro e Giovanni, se anche «sono stati flagellati ingiustamente, dopo “se ne andarono via dal sinedrio lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”».
Ecco «la gioia di imitare Gesù: è un’altra libertà, più grande, più ampia, più cristiana». E Pietro sarebbe potuto anche andare «dal giudice e fare causa contro il sinedrio — dicendo “sono stato flagellato ingiustamente” — e chiedere un risarcimento». Invece «Pietro era gioioso, Giovanni era gioioso, perché avevano sofferto in nome di Gesù». E «forse — ha aggiunto Francesco — nella mente loro, venivano quelle parole di Gesù: “Beati voi, quando sarete insultati, perseguitati, a causa mia. Beati voi”». Proprio «questa è la gioia che loro sentivano: erano liberi — diciamolo così — nella sofferenza per seguire Gesù». È «quell’atteggiamento cristiano» che ci porta a riconoscere: «Signore, tu mi hai dato tanto, hai sofferto tanto per me. Cosa posso fare per te? Prendi, Signore, la mia vita, la mia mente, il mio cuore, tutto è tuo».
Il Papa ha voluto, di nuovo, riproporre l’atteggiamento dei discepoli, così come è descritto negli Atti: «Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù». Un atteggiamento che rivela, ha spiegato, «un’altra libertà». Se infatti «la prima era la libertà di un uomo giusto», che «ragionava bene e cercava il bene, questa è la libertà di un innamorato di Gesù Cristo, sigillato dallo Spirito Santo, con la fede in Gesù Cristo: tu hai fatto questo per me, io faccio questo per te». E non bisogna dimenticare, ha ricordato Francesco, che «anche oggi ci sono tanti cristiani in carcere, torturati, che portano avanti questa libertà di confessare Gesù Cristo». Dunque, ha insistito, «ecco il secondo esempio di uomini liberi: il primo è Gamaliele, il secondo gli apostoli, ma con motivi differenti».
«Il terzo esempio è Gesù stesso — ha rilanciato il Pontefice — che fa questo miracolo della moltiplicazione dei pani, che non è stato fatto con la bacchetta magica: è stato proprio fatto dal potere di Dio che Gesù aveva in lui, perché lui era Dio». E «la gente se ne accorse» ha affermato il Papa, ripetendo le parole del Vangelo: «La gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: “Questi è davvero il profeta — è questo, alla fine è tornato, è venuto — colui che viene nel mondo!”».
Davanti alla gente «entusiasta», Gesù, «sapendo che venivano a prenderlo per farlo re — perché, quando il popolo si muove così, fa la rivoluzione, e lo fanno re — si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo». Insomma «si staccò dal trionfalismo, non si lasciò ingannare da questo trionfalismo: era libero».
Francesco ha suggerito di pensare alla «prima volta che Gesù sentì questa libertà, e ce l’ha insegnata, nel deserto quando è stato tentato da Satana» che gli offrì ricchezze» dicendogli «tu puoi convertire le pietre in pane, e anche le pietre in oro, in argento». E la riposta di Gesù è «no». Ma ecco che subito Satana rilancia, dicendo ancora «tu puoi fare un miracolo tale, buttarti dal tempio, e la gente crederà». Ma la risposta di Gesù è sempre «no, perché era libero». E «la libertà che aveva era seguire la volontà del Padre». Così quando, di nuovo, Satana propone «uno scambio: fa a me un atto di adorazione, e io ti darò tutto», Gesù dice ancora «no: il Padre vuole un’altra via di salvezza». E «finirà nella croce: Gesù è l’esempio di libertà più grande».
«Pensiamo in questo giorno alla mia libertà, la nostra libertà» ha invitato il Pontefice, riproponendo i tre esempi: «Gamaliele, Pietro e Giovanni e Gesù stesso». E suggerendo alcune domande dirette: «La mia libertà è cristiana? Sono libero o sono schiavo delle mie passioni, delle mie ambizioni, di tante cose, delle ricchezze, della moda?». È vero, ha fatto presente il Papa, «sembra uno scherzo, ma quanta gente è schiava della moda!».
Dunque, ha proseguito Francesco nella proposta delle domande per un esame di coscienza, «sono libero e so pensare a mente fredda, come Gamaliele, e dare spazio a Dio, nella mia vita? Sono libero? E quando viene qualche sofferenza, parlo con Gesù, e ho detto “tu hai sofferto tanto per me, per ridarmi la dignità di figlio, io offro questo? Sono libero come Gesù, che seguì la volontà del Padre per risanare la nostra figliolanza?».
«Pensiamo alla nostra libertà — ha concluso il Pontefice — in questo mondo che è un po’ “schizzoide”, “schizofrenico”», a tal punto che «grida “libertà, libertà, libertà!” ma è più schiavo, schiavo, schiavo: pensiamo a questa libertà che Dio, in Gesù, ci dona». 
L'Osservatore Romano

mercoledì 11 aprile 2018

L'Udienza generale del Papa. "Siamo cristiani nella misura in cui lasciamo vivere Gesù Cristo in noi"




L'Udienza generale di Papa Francesco in San Pietro. "Siamo, infatti, cristiani nella misura in cui lasciamo vivere Gesù Cristo in noi"


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
I cinquanta giorni del tempo liturgico pasquale sono propizi per riflettere sulla vita cristiana che, per sua natura, è la vita che proviene da Cristo stesso. Siamo, infatti, cristiani nella misura in cui lasciamo vivere Gesù Cristo in noi. Da dove partire allora per ravvivare questa coscienza se non dal principio, dal Sacramento che ha acceso in noi la vita cristiana? Questo è il Battesimo. La Pasqua di Cristo, con la sua carica di novità, ci raggiunge attraverso il Battesimo per trasformarci a sua immagine: i battezzati sono di Gesù Cristo, è Lui il Signore della loro esistenza.
Il Battesimo è il «fondamento di tutta la vita cristiana» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1213). Ricordate bene questo, il Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana. E’ il primo dei Sacramenti, in quanto è la porta che permette a Cristo Signore di prendere dimora nella nostra persona e a noi di immergerci nel suo Mistero.
Il verbo greco “battezzare” significa “immergere” (cfr CCC, 1214). Il bagno con l’acqua è un rito comune a varie credenze per esprimere il passaggio da una condizione a un’altra, segno di purificazione per un nuovo inizio. Ma per noi cristiani non deve sfuggire che se è il corpo ad essere immerso nell’acqua, è l’anima ad essere immersa in Cristo per ricevere il perdono dal peccato e risplendere di luce divina (cfr Tertulliano, Sulla risurrezione dei morti, VIII, 3: CCL 2, 931; PL 2, 806). In virtù dello Spirito Santo, il Battesimo ci immerge nella morte e risurrezione del Signore, affogando nel fonte battesimale l’uomo vecchio, dominato dal peccato che divide da Dio, e facendo nascere l’uomo nuovo, ricreato in Gesù. In Lui, tutti i figli di Adamo sono chiamati a vita nuova. Il battesimo è quindi una rinascita, sono sicuro che tutti noi ricordiamo la nostra nascita, ma mi domando e lo faccio anche a voi: ricordate la data del vostro battesimo, alcuni rispondono di si ma è un po' debole, perché non dovremmo ricordare e festeggiare il giorno della rinascita così come festeggiamo la nostra nascita? Chiedete a casa ai vostri cari il giorno del vostro Battesimo, della nostra rinascita, esso è un altro compleanno, il compleanno della rinascita.
Ricordiamo le ultime parole del Risorto agli Apostoli; sono un mandato preciso: «Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19). Attraverso il lavacro battesimale, chi crede in Cristo viene immerso nella vita stessa della Trinità.
Non è infatti un’acqua qualsiasi quella del Battesimo, ma l’acqua su cui è invocato lo Spirito che «dà la vita» (Credo). Pensiamo a ciò che Gesù disse a Nicodemo per spiegargli la nascita alla vita divina: «Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito» (Gv 3,5-6). Perciò il Battesimo è chiamato anche “rigenerazione”: crediamo che Dio ci ha salvati «per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito» (Tt 3,5).
Il Battesimo è perciò segno efficace di rinascita, per camminare in novità di vita. Lo ricorda san Paolo ai cristiani di Roma: «Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,3-4).
Immergendoci in Cristo, il Battesimo ci rende anche membra del suo Corpo, non siamo isolati, noi Battezzati non siamo isolati, ma membra del corpo di Cristo che è la Chiesa, e partecipi della sua missione nel mondo (cfr CCC 1213). La vitalità che scaturisce dal fonte battesimale è illustrata da queste parole di Gesù: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto» (cfr Gv 15,5). Una stessa vita, quella dello Spirito Santo, scorre dal Cristo ai battezzati, unendoli in un solo Corpo (cfr 1 Cor 12,13), crismato dalla santa unzione e alimentato alla mensa eucaristica.
Il Battesimo permette a Cristo di vivere in noi e a noi di vivere uniti a Lui, per collaborare nella Chiesa, ciascuno secondo la propria condizione, alla trasformazione del mondo. Ricevuto una sola volta, il lavacro battesimale illumina tutta la nostra vita, guidando i nostri passi fino alla Gerusalemme del Cielo. C’è un prima e un dopo il Battesimo. Il Sacramento suppone un cammino di fede, che chiamiamo catecumenato, evidente quando è un adulto a chiedere il Battesimo. Ma anche i bambini, fin dall’antichità, sono battezzati nella fede dei genitori (cfr Rito del Battesimo dei bambini, Introduzione, 2). Su questo vorrei dire una cosa: alcuni si domandano se battezzare un bambino al di là della sua coscienza, questo però significa non avere fiducia nello Spirito Santo, bisogna quindi dare a tutti l'opportunità di avere dentro lo Spirito Santo che ci guida in tutta la vita.
Nessuno merita il Battesimo, che è sempre dono gratuito per tutti, adulti e neonati. Ma come accade per un seme pieno di vita, questo dono attecchisce e porta frutto in un terreno alimentato dalla fede. Le promesse battesimali che ogni anno rinnoviamo nella Veglia Pasquale devono essere ravvivate ogni giorno affinché il Battesimo “cristifichi”, non bisogna aver paura di questa parola, chi lo ha ricevuto assomiglia e si trasforma in Cristo, rendendolo davvero un altro Cristo. Per favore chiedete a casa la vostra data di Battesimo, il vostro secondo compleanno, la vostra rinascita. Grazie!

martedì 10 aprile 2018

"Gaudete et Exsultate", terza Esortazione apostolica di Papa Francesco sulla chiamata universale alla santità nel mondo contemporaneo

Vatican.va




Testi integrali della terza Esortazione apostolica del Santo Padre, "Gaudete et Exsultate" sulla chiamata universale alla santità nel mondo contemporaneo.
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Testo della lettera di accompagnamento di Papa Francesco ai vescovi del mondo per consegnare copia della Gaudete et Exsultate


Vaticano, 8 aprile 2018
Caro fratello: 
Con l'intercessione di tutti i santi del popolo di Dio, sono lieto di mandarti la nuova exortazione " Gaudete et Exsultate". L'ho scritta per animare tutti a accogliere la chiamata alla santità sulla vita quotidiana. 
Uniti nella sequela di Gesù Cristo ti chiedo, per favore, di non dimenticarti di pregare per me.  
Fraternamente, 
Franciscus
(fonte: @ArchbishopMark)

***

La Civiltà Cattolica
(Antonio Spadaro) A cinque anni dalla sua elezione papa Francesco ha deciso di pubblicare la sua terza Esortazione apostolica dal titolo Gaudete et exsultate (GE). Essa, come è detto esplicitamente nel sottotitolo, ha come argomento la «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo». Il Pontefice lancia un messaggio «nudo», essenziale, che indica ciò che conta, il significato stesso della vita cristiana, che è, nei termini di sant’Ignazio di Loyola, «cercare e trovare Dio in tutte le cose», seguendo l’indicazione del suo invito ai gesuiti: curet primo Deum[1]. Questo è il cuore di ogni riforma, personale ed ecclesiale: mettere al centro Dio. (...)