martedì 20 febbraio 2018

La festa del popolo di Sant' Egidio





Appello di Mattarella: "L'Italia ha bisogno di solidarietà, non di divisioni" (Umberto Rosso, Repubblica)
(Paolo Conti) «Sant' Egidio ha svolto una iniziativa di pedagogia civile, nel mondo e nel nostro Paese che ha bisogno di solidarietà, di sentirsi comunità, di avvertire i vincoli che tengono insieme e non che separano e fanno guardare con diffidenza e ostilità. Vi è una quantità di povertà diverse da affrontare e questa Comunità ha accompagnato il Paese intervenendo attivamente, lenendo ferite». Sono parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il mezzo secolo della Comunità fondata a Roma da Andrea Riccardi e da altri ragazzi nel 1968.
In questa storia lunga mezzo secolo, non ci sono solo i bilanci sorprendenti (60.000 aderenti attivi in 73 Paesi, tra questi 29 solo in Africa). C' è il ritratto di quell' Italia poco rumorosa ma attivissima, capace di ritrovarsi intorno a un progetto, di organizzarsi e di lavorare. Metodo ottimo per tante piccole industrie o per recenti Startup. Ma che ha funzionato magnificamente per Sant' Egidio che ha indirizzato la sua energia in tanti e diversi campi: i centri per anziani, le case alloggio per i malati cronici e i senza fissa dimora, le famose mense per i poveri, gli ambulatori medici per gli immigrati o per chi soffre di disagi psichici, le scuole pomeridiane per i bambini, le case famiglia per adolescenti in difficoltà, i centri di prevenzione e cura dell' Aids, l' assistenza ai detenuti, le scuole di lingua e cultura italiana per gli stranieri, le adozioni a distanza. Tutto questo in Italia e nel mondo. E si potrebbe continuare. 
Ieri pomeriggio a Roma, nella sede di Trastevere, il capo dello Stato Sergio Mattarella ha voluto incontrare i vertici dell' associazione insieme ad anziani, persone con disabilità, alcuni senza dimora, profughi arrivati in Italia con i corridoi umanitari. È il «popolo di sant' Egidio», la ragion d' essere della Comunità nata dall' intuizione di Andrea Riccardi e del suo gruppo cinquant' anni fa. Tutto cominciò nel 1968, in parallelo con «il Sessantotto» politico e studentesco: stesso fondale di partenza ma diverse sintesi finali. Il cinico scetticismo che attraversa le nostre esistenze, rendendole impermeabili ai sentimenti e agli ideali, spesso ci impedisce di «vedere» ciò che di straordinario accade accanto a noi. Per esempio le scelte di vita altrui che migliorano la nostra, semplicemente perché la riguardano: in una città si vive meglio, se qualcuno si prende cura degli anziani, dei senza casa o degli immigrati. Ma nel bilancio di mezzo secolo, non c' è solo l' attenzione ai margini. 
Sant' Egidio si è conquistata anche un posto sulla scena internazionale dei conflitti, nel segno della pace (Mattarella ha parlato ieri di una «vocazione glocal» della Comunità). Il primo successo fu, nel 1992, l' accordo di Roma per la fine della guerra civile in Mozambico. Poi il patto di pace per il Guatemala nel 1996 e nel 1997 l' intesa per le prime elezioni in Albania dopo lunga anarchia, nel 2010 l' accordo per la democrazia in Guinea. Ora la chiamano l' Onu di Trastevere perché la Comunità è diventata un punto di riferimento internazionale per quella diplomazia parallela che preferisce la sostanza di un confronto aperto alle freddezze dell' ufficialità e del protocollo. 
Altro capitolo, il dialogo tra le religioni. Un esempio per tutti, la ricorrenza della razzia nazista nell' antico Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 ogni anno è ricordata con una fiaccolata che riunisce insieme Sant' Egidio e la Comunità Ebraica di Roma. E poi la battaglia contro la pena di morte. C' è la Fede, naturalmente, la preghiera e il richiamo al Vangelo cristiano. Ma la caratteristica di sant' Egidio è non confondere il proselitismo con le attività sociali. Chi è assistito, non ha obblighi di alcun tipo. Meno che mai confessionali: quella è materia che riguarda i membri della Comunità. Un approccio, è il caso di dirlo, modernamente «laico». E anche questo va riconosciuto, nel bilancio
Corriere della Sera

#Soul - Fabio Rosini ospite di Monica Mondo

Gli Esercizi del Papa. Terza e quarta meditazione





(a cura Redazione "Il sismografo")
Martedì 20 febbraio
(Debora Donini) L'accidia è il contrario della sete, del desiderio di vita: questo il tema al centro, questa mattina, della quarta meditazione degli Esercizi spirituali per il Papa e la Curia Romana, che si tengono questa settimana ad Ariccia. E’ l’accidia, la perdita del sapore di vivere, il perno della riflessione, stamani, di don Josè Tolentino de Mendonça, il sacerdote che sta predicando gli Esercizi spirituali al Papa e alla Curia Romana ad Ariccia. Nella prima Meditazione di questa mattina - terzo giorno di Esercizi spirituali - ricorda che l’accidia talvolta ci assalga e ci faccia ammalare. E’ in fondo il contrario della sete, filo conduttore di queste meditazioni. (...)

***

Secondo giorno degli Esercizi spirituali del Papa e della Curia (meditazione del pomeriggio)
Vatican News
(Marco Guerra) Lunedì 19 febbraio. Don Tolentino: "Scoprire e interpretare la sete di Dio". E' anelito di tutti gli uomini aspirare all'infinito. Don José Tolentino de Mendonça, predicatore degli Esercizi spirituali al Papa e alla Curia, nella seconda meditazione del lunedì, spiega come educare il proprio "desiderio di Dio". La sete di Dio e la capacità di riconoscerla sono al centro della seconda meditazione di oggi di don Josè Tolentino de Mendonça, predicatore degli Esercizi spiriutali per il Papa e la Curia Romana (...)



lunedì 19 febbraio 2018

KIKO ARGUELLO: ANUNCIO DE CUARESMA 2018


Immagine correlata

(In aggiornamento...)


En la parroquia Santa Catalina Labouré, Madrid
Domingo, 11 de febrero de 2018

§  Oración del párroco que preside la asamblea
§  Invocación cantada al Espíritu Santo
§  Presentación del video: “Hijas de Jerusalén no lloréis por mí”»


KIKO:
Bien hermanos, de momento os pongo un video, muy breve, que dura solo ocho minutos.

Pero primero quiero presentaros, pues ya sabéis la noticia que han dado en todo el mundo de que nuestro equipo ha sido completado con una hermana, porque la Santa Sede, digamos así, nos ha indicado hacerlo según el Estatuto. Nos han escrito varias cartas diciendo que, según el Estatuto, cuando falta uno de los Iniciadores ––y Carmen falta ya desde hace más de un año–– el equipo internacional tiene que ser completado. Entonces, finalmente, nos han escrito una carta el 9 de enero pasado, que nos ha llegado a nosotros el 24 de enero, donde dice que la fecha para hacerlo era a finales de enero.

Total, que hemos tenido seis días para buscar una hermana. Y, pensad: ¿dónde buscamos una hermana? Pensamos en algunas hermanas itinerantes, pero no era posible porque son responsables de naciones. Pues nos encontramos en gran dificultad, pero gracias a Dios, había dos chicas itinerantes que estaban en Rusia y llevaban allí veinticinco años. Una es de Tudela ––figúrate, de Tudela, qué cosa curiosa–– y la otra de Sevilla. Y el responsable de Ucrania nos ha pedido que,absolutamente, necesitaba una chica para el equipo que supiera ruso.

Entonces, no tuvimos más remedio que coger a esta chica de Sevilla y mandarla a Ucrania.

De forma que quedó la otra chica libre. Ésta es de Tudela; ¡bueno, chica!, tiene cerca de 60 años, 57 años me parece que tiene, que ha estudiado en el mismo colegio que Carmen, fíjate. He dicho: «¡Esto es un regalo de Carmen!». Y gracias a Dios, como el P. Mario necesitaba alguien que le ayudase con el ordenador y esta hermana estaba libre, le hemos preguntado si podía ayudarnos. Y ha dicho que sí. Así estuvo con nosotros haciendo una experiencia que fue muy positiva. Y entonces nos pareció providencial. No tuvimos más remedio que dar su nombre.


Se llama María Ascensión Romero.Ven aquí.

(Aplausos).


ASCEN:
Gracias. ¿Qué decir? Que esto me viene grande. Y me he acordado de Juan Pablo I, que cuando fue elegido Papa decía: «Pero yo no estaba preparado para esto. Si lo hubiera sabido me hubiera preparado mejor». Pues, así digo yo: «pero ¿qué puedo hacer? Prepararme ¿en qué?». No sé, me supera todo. Entonces digo: «¡Qué bien que empieza la Cuaresma!». Y ¿qué puedo hacer? Pues pedir amor a Cristo. Me acuerdo de Carmen, leyendo sus libros, del amor que tenía escondido a Cristo. Y es lo que pido al Señor: que me dé amor a Cristo y me ayude a poder hacer este servicio. No sé, el Señor me inspirará cómo ayudar a estos dos, porque yo no sé cómo. Y por eso, pues: ¿qué puedo decir? Pues lo que dice el Papa: «¡Por favor, rezad por mí!». Pues nada más.

KIKO:
Que conste que nos ha instado la Santa Sede. No es que nosotros hayamos buscado una chica, sino que la Santa Sede nos ha dicho que el Estatuto establece que si uno de los iniciadores falta… Pues ya está. Gracias a Dios es bastante maja, por decir una palabra que nos pueda simplificar un poco.

Bien, si queréis empezamos con un video breve de ocho minutos.


Yo estoy preparando un encuentro con el Santo Padre…


…que será fundamental y muy importante y que tendremos el 5 de mayo próximo, donde celebraremos, como sabéis, los 50 años del Camino Neocatecumenal en Roma, si Dios quiere. Y ya están los hermanos de Sudamérica preparándose, etc. Veremos este esquema que tenemos que preparar y donde esperamos que el Papa envíe 30 misiones ad gentes nuevas y 20 comunidades en misión; y cantaremos el Te Deum con el Papa. Ya tenemos la respuesta de la Santa Sede, que el Papa viene a las 11 de la mañana.

Yo estoy intentando hacer una nueva sinfonía.


He hecho el Sufrimiento de los inocentes, pero pensaba hacer una nueva sinfonía que, como dice el P. Mario, sería una trilogía. El primer movimiento sobre el Aquedah, el segundo sobre las Hijas de Jerusalén y el tercero sobre el texto de El Mesías León para vencer se hizo cordero para sufrir. Y estamos trabajando en ello. Tengo dentro de poco el encuentro con todos los músicos, trescientos músicos, para continuar esta obra. Pero quisiera mostraros la segunda parte: Hijas de Jerusalén no lloréis por mí, porque he añadido una parte que es la que más me interesa, que es cuando dice: «Si esto se hace con el leño verde qué no se hará con el leño seco». Dice Jesucristo, que es una frase fortísima del evangelio: «Hijas de Jerusalén, no lloréis por mí. Llorad por vosotras y por vuestros hijos, porque llegará un día en que diréis a las montañas: cubridnos, ¡Ay de la que esté en cinta! Cosas terribles que van a suceder, que no se han realizado todavía». Dice: «Porque si esto se hace con el leño verde, qué no se hará con el leño seco». Yo interpreto esto, que no lo dice el evangelio, y que quiere decir en palabras de Jesucristo: «No tengo más remedio, digamos así, que ir a salvar a la humanidad, porque si esto hacen conmigo, no os digo lo que está preparado para la humanidad en el infierno, de horror, de fuego, de sufrimientos, de terror. Porque si esto se hace con el leño verde, qué no se hará con el leño seco». Es una palabra verdaderamente terrificante (sic). ¿Jesucristo lo ha dicho pensando en que no tiene más remedio, digamos así, que salvarnos a todos del infierno? No sé, el evangelio no lo dice, el evangelio solamente dice: «No lloréis por mí, llorad por vosotras y por vuestros hijos».



De todas maneras, esta es una palabra muy fuerte: «Si esto se hace con el leño verde». A Cristo lo han sometido a una tortura que, según Cicerón, nunca ha existido en el mundo un suplicio mayor, ni existirá: el suplicio de la cruz. Ya sabéis que la cruz era un suplicio inmenso, porque no tocaba ningún órgano vital, solamente el nervio mediano de la mano, que es un nervio sensibilísimo para defender la mano… ¡Algo horrible! Pero como los colgaban así, dice Cicerón, los pulmones se colapsaban y el crucificado no tenía más remedio que, apoyándose en el clavo, lo cual produce unos dolores inauditos y gritaban, levantarse para intentar coger aire. Pero no es que quisiera coger aire, sino que se ve forzado por la propia naturaleza que se resiste, porque él quisiera morir, porque los sufrimientos son indecibles. Y apoyado en los clavos de los pies, tiene que subir hacia arriba. Y el crucificado, constantemente, se estaba moviendo hacia arriba y hacia abajo; constantemente, gritando. Los crucificados gritaban porque el dolor era insufrible. Así que la pobre María ha visto a su Hijo retorcido en este suplicio… ¡Os podéis imaginar! Era un suplicio tan bárbaro que estaba prohibido crucificar a un romano, a un ciudadano romano. Era el suplicio más horrible que había en la tierra, como dice Cicerón, ni jamás habrá, porque estos crucificados podían estar hasta tres días en este sufrimiento indecible: una hora, otra hora, una noche, porque no se morían. ¡Cómo han podido pensar los hombres una cosa semejante! Pero Dios ha permitido que Cristo haya participado de este sufrimiento. Y también la Virgen, que desde las 9 de la mañana hasta las 3 de la tarde, ha visto a su Hijo en este sufrir, en este coger aire.

Pues, si esto se hace con el leño verde, qué no se hará con el leño seco. Por eso es muy interesante ver en el mundo los sufrimientos tan terribles.

Bien, pues antes de hacer la presentación, escuchamos esta música. Si os gusta, me dais un aplauso y, si no os gusta, me silbáis. Yo soy un pobrecillo que tengo que aceptar ser artista para vosotros, que no es fácil ser artista. Y lo tengo que aceptar porque Dios me ha hecho artista para vosotros. Para hacer estas pinturas, para crear una Iniciación cristiana, para todo lo que Dios ha querido que ayude al Camino y la Iglesia en ese sentido.

§  Proyección del video

Qué maravilloso que el Señor que nos haya salvado de tantos sufrimientos. Qué sería el infierno que estaba preparado para nosotros, porque esta es la realidad: «Si esto se hace con el leño verde qué no ser haría (sic), qué no se hará con el seco». Si con el inocente se hace esto, qué no se hará con los verdaderos culpables que hemos sido nosotros.

Ánimo, pues esperemos que este encuentro sea, para todos, una gracia grande. Es un encuentro donde esperamos prepararnos para esta Cuaresma, la Cuaresma del 2018.

Como sabéis, Dios ha preparado la historia nuestra a través de unos hitos que nos tienen que ir ayudando para prepararnos al encuentro con Él. Y el Año Litúrgico tiene un centro que es la Vigilia pascual, que es la Noche Santa, la noche de la Resurrección de Cristo sobre la muerte por todos nosotros. Y la Iglesia, sabiendo que esto es tan importante, quiere que nos preparemos para que este encuentro, este paso de Jesucristo de la muerte a la vida, donde quisiera arrastrarnos a todos nosotros, no sea una liturgia estúpida, una tontería, porque nuestra vida es algo muy serio.

Ahí están todos los cementerios llenos de muertos y muertos.


Y todos nos moriremos. Él es vencedor de la muerte. Y para ello, la Iglesia –aunque la gente no se ha enterado mucho, pero nosotros, que estamos en una educación cristiana, sí nos enteramos– y nosotros, como catequistas vuestros, tendríamos que enseñaros a vivir la Cuaresma. Por eso hacemos este encuentro: para que sea un tiempo de conversión, de preparación a la Noche Santa, de preparación a la Vigilia pascual.


Entonces, la Cuaresma comienza con el Miércoles de Ceniza y luego, cuarenta días de conversión. Nosotros intentamos, para dar un sentido de la Cuaresma en las familias, que por lo menos, los viernes de Cuaresma, hiciéramos ayuno de pan y agua, y hacerlo con lo niños, que les gusta mucho a los niños.

Nos gustaría pues que ese día hicierais alguna lectura de algún santo o les habléis de los santos y de la Iglesia, de forma que vuestros hijos tengan dentro ya sembrado la Cuaresma y la preparación a la Vigilia pascual. Lo hemos dicho hace mucho tiempo, ahora hay comunidades más nuevas y no se han enterado mucho, por eso lo quiero repetir.


Si queréis, es importante que los viernes de Cuaresma, en la comida, se ponga un pan y agua; y comemos eso hablando de Jesucristo, de la vida de un santo, o se lee una lectura espiritual. Lo importante es que nos preparamos a la Noche Santa, al momento más importante de este año 2018. Como sabéis, el Miércoles de Ceniza se hace ayuno y abstinencia, no se puede comer carne, ni tampoco los viernes de Cuaresma. La Iglesia ha querido de esta forma preparar el ayuno, que se ha ido reduciendo y ahora consiste en comer menos, nada más, porque la gente no entiende nada, no están educados, no hay una educación verdadera, profunda.



Ahora, como siempre haremos la presentación.


No tenemos jamás una reunión con un grupo de hermanos que no sabemos quiénes son; por eso hace falta que nos presentemos. Aquí están presentes nuestras comunidades. Y son una gracia porque nos vemos pocas veces y es una forma de veros y ver que estáis vivos o más gorditos o más viejos. A todo esto, nosotros pensamos visitar a las comunidades, como sabéis. No sé si os he dicho ya los encuentros que tendremos, el proyecto, si no lo cambiamos, porque tenemos un calendario que ya no es líquido sino que es gaseoso, lleno, lleno de cosas.


Ahora tenemos un encuentro para preparar con los curas de Roma que quieren comunidades en misión, y también un encuentro con todas las comunidades que han terminado el Neocatecumenado. Pero vamos a visitar todas las comunidades, si Dios nos lo permite. Para nosotros es una gracia y un consuelo. Decimos lo mismo que decía S. Pablo, que él estaba deseando visitar las comunidades porque es un consuelo.


§  Presentación de las comunidades

§  Introducción al canto: “Shemá Israel”

KIKO:
Como todos los anuncios de la Cuaresma comenzamos cantando. Y así como en el anuncio de Pascua cantamos una parte delExultet, aquí cantamosShemá Israel. Porque, como sabéis, la Cuaresma se centra en «Amarás a Dios con todo tu corazón, con toda tu alma y con todas tus fuerzas», lo que dice Dios cuando aparece en el Monte Sinaí. Y la Iglesia nos enseña a amar a Dios con todo el corazón, que significa aceptar sufrir con el cuerpo y, para ello, la Iglesia te invita a ayunar. Amarlo con toda la inteligencia significa reconocer que Dios es Dios y que hace falta hacer oración. Y amarlo con todas tus fuerzas, con el trabajo y con el dinero, pues haciendo limosna. La Iglesia recomienda tres cosas: ayuno, limosna y oración. Vamos a hablar de esto porque es bastante importante, no dicho de cualquier manera, sino seriamente. Y esto tiene como su eje más profundo en el Monte Sinaí cuando Dios aparece a su pueblo y le dice: «Shemá Israel», que en hebreo significa: «Escucha Israel». La primera palabra que dice Dios a su pueblo es escucha, por eso Israel es el pueblo del oído:

«Escucha Israel». Y después dice inmediatamente: «Amarás a Dios con todo tu corazón –no con una parte–, con toda tu alma, tu inteligencia y con todas tus fuerzas; y al prójimo como a ti mismo».

Bien, pues vamos a cantar esto

§  Canto: “Shemá Israel

KIKO:
Como siempre os doy una palabra. Voy a hacer la Palabra de las Tentaciones de S. Lucas. Aunque ya lo conocéis, pienso que es importante.

§  Proclamación del evangelio Lucas 4,1-13


KIKO:
Me han dado este artículo que os voy a leer ahora, de Religión en Libertad, donde habla de que En Reino Unido crean un Ministerio de Soledad, la epidemia del siglo XXI.

Nosotros os hemos dicho que la Santa Virgen María ha inspirado este Carisma. Y de la misma forma que dice a su Hijo: «¡No tiene vino!» (sic), nos ha dicho a nosotros que la gente necesita vivir su fe en una comunidad porque están solos.

Esto que os hemos dicho tantas veces de que en toda Europa hay un fenómeno social verdaderamente terrificante (sic) por la destrucción de la familia, y la gente se divorcia, se junta con otra, pero que, al final, poco a poco, les sucede que después de tres o cuatro matrimonios rotos o arrejuntados, no soportan más y deciden cada uno vivir por su cuenta. Y así aparece un fenómeno: cada vez hay más gente sola, sola, sola. En Italia hay alrededor de nueve millones de personas que están solos.

Esto es un business (negocio) tremendo como ha venido en los periódicos y que le llaman el business de los singles (el negocio de los que viven solos). Esta gente que vive sola son un reclamo para cantidad de empresas que les ofrecen una excursión en barco, fiestas, todo muy bien pagado, para que se junten; le llaman el business del single.

Ahora mismo ha aparecido este artículo que habla de lo que ha sucedido en el Reino Unido (1). Dice:

Europa envejece y la soledad va camino de convertirse en la principal
‘enfermedad’ de Occidente.

O sea, que no os podéis imaginar lo que significa esto, porque aparece un nuevo tipo de pobres, porque se puede estar solo cuando tiene uno cincuenta años, pero si tienes ochenta y siete o noventa años no puedes vivir solo, porque no puedes, ni siquiera, levantarte del wáter. No te digo si te caes, morirás allí, no te puedes levantar; entonces, es imposible vivir solo cuando uno tiene noventa o noventa y dos años.»


Así, la gente en Europa, no llegan esa edad porque se suicidan antes. O sea, que estamos frente a un fenómeno que tiene relación con nuestro Carisma, verdaderamente.


¿Es que nuestros ancianos están solos? Si una familia mete a un anciano en un asilo porque, a lo mejor, no podemos decir que no lo hagan a sus hermanos y familiares, pues los hermanos de la comunidad le van a ver al asilo, preparan con él, celebran con él, lo traen y le llevan en coche; o sea, no está solo. Es una nueva forma de pobreza porque figúrate lo que significa un anciano que ya no puede con su alma, que no puede ni caminar, y está totalmente solo, abandonado por todos.

El mismo día que ha aparecido este artículo que habla de la situación en el Reino Unido, en Gran Bretaña, el mismo día en Italia, el Ayuntamiento de Roma no ha tenido más remedio que crear un sistema de recogida de padres divorciados, porque la mitad, o más de la mitad de los divorciados, al final, están solos y se van a vivir a la calle; se convierten en indigentes y están viviendo en la calle. Y como durmiendo o viviendo en la calle se aguanta pocos años, pues el Ayuntamiento ha decido ir a recogerlos y les ofrecen un sitio donde poder estar y donde les dan de comer. Un hombre al que el juez le ha condenado a pagar a su mujer tanto dinero al mes, pues se queda sin nada, a medida que los hijos se van haciendo mayores, pues deciden irse a vivir a la calle. Pero hay muchísimos, no os podéis ni imaginar.

Gracias a Dios vosotros estáis casados por la Iglesia. Pero es interesante que saquéis la cabeza fuera de este entorno y, así, como un avestruz, que saca la cabeza, y veáis lo que está pasando fuera; porque no nos damos ni cuenta de lo que está sucediendo. Por eso, las familias que mandamos en misión ad gentes nos dicen que todo el ambiente en Holanda, en Alemania o en Suecia ––donde hay muchas comunidades ad gentes en las ciudades de Estocolmo, Göteborg y en otras tantas ciudades–– cuando invitan a los amigos a cenar por la noche, pues no se van; es muy tarde y no sabe ya la mujer qué hacer, les trae una Coca Cola, una pizza, etc. Y ¿por qué no se van? Pues no se van porque en su casa están solos, solos, todo el mundo está solo, y en este ambiente, con las familias con los hijos y con los hermanos del Camino, encuentran un ambiente comunitario, encuentran un ambiente que les impresiona, algo que les llama la atención y que quisieran tener pues lo han perdido; están solos. Por eso sabemos que las familias del
Camino van a evangelizar Europa. Necesitamos miles de familias. Y ya tenemos muchas que parten y donde van crean una presencia de Jesucristo impresionando, que es el amor.

La soledad es el infierno, porque Dios es amor, es una comunidad: Dios Padre, Hijo y Espíritu Santo. El demonio está solo y no puede amar. Y la gente que está sola, sola, sola, está en su casita, con ochenta años, y está sola. Y el Estado intenta, en Suecia, paliar esto y mandan a esta gente que está sola un asistente dos veces por semana, una persona que le recoge la casa, que le limpia un poquito y que si ha caído pues lo levantan; pero lo más que hace el Estado, el gobierno sueco, es enviar a estos asistentes dos veces por semana a esta gente que está sola. Tanto es así que hoy, en Suecia, todo el mundo quisiera tener hijos, porque han descubierto que los que tenían algún hijo, pues los hijos se encargan de ayudar a los ancianos. Pero como nadie tiene hijos, pues hay muchos ancianos que están completamente solos. Entonces ahora, quisieran tener hijos para que les ayuden cuando sean ancianos, porque la ancianidad, el ser anciano y estar solo, es un horror, es una tortura. ¿Quién te va a cuidar? ¡Pero si no puedes casi ni respirar, si no te puedes mover y estás solo! ¿Y quién te hace la comida? ¿Cómo te mueves?


La Virgen nos ha dicho: «Hay que hacer comunidades cristianas como la Santa Familia de Nazaret, que vivan en humildad, sencillez y alabanza; el otro es Cristo». No dónde el otro es Cristo, no dice nada de dónde, sino que dice: el otro es Cristo; tiene mucha más fuerza sin decir dónde, porque así es como lo ha dicho la Virgen: haced comunidades cristianas como la Santa Familia de Nazaret, no pequeñas comunidades, sino comunidades como la Santa Familia de Nazaret que vivan en humildad, sencillez y alabanza; el otro es Cristo. Esto es lo que el Espíritu Santo ha dicho desde el cielo en el momento en que mi habitación estaba iluminada, llena de luz mística, y la Virgen estaba detrás y ha proclamado estas palabras y selladas en mi alma con toda su fuerza. Y son palabras para vosotros. No me ha dicho «tienes tú que hacer» sino que ha dicho: «hay que hacer».

Esto, cada vez tiene más fuerza. Y ahora que vemos lo que está pasando en toda Europa y en el mundo entero, pues nos damos cuenta de que es una gracia grande a lo que Dios nos llama: hace presente en vuestra comunidad el amor mutuo, el amor. «Amaos como yo os he amado, en este amor conocerán todos que vosotros sois mis discípulos», esto es: que sois cristianos.

Y si os amáis y sois perfectamente uno» y vuestro amor llega a la unidad perfecta, entonces, todos los que os conozcan se convertirán.

Esto nos ha prometido el Señor: si nuestro amor es uno como el Padre y el Hijo son uno, perfectamente uno. Y sabéis que Dios quisiera que se realizase esto en nosotros, estar en nosotros, perfectamente uno, dentro de nosotros; profundamente uno. ¿Y cómo podemos hacer esto? Pues mediante la conversión. Este encuentro puede ser un momento de gracia para vosotros porque depende todo de la voluntad de Dios. Es Él el que nos hace escuchar, es Él el que nos abre el oído, es Él el que nos ilumina y nos permite hablar y a vosotros escuchar. Y es Él el que sella en lo profundo de vuestro espíritu las palabras que nos inspira.

Como os decía, en la Iglesia, este tiempo de Cuaresma tiene un inicio que es el Miércoles de Ceniza ––la Iglesia lo llama así––, un tiempo de ayuno y abstinencia para todos. Y, después, se abren cuarenta días que nos pone en relación con lo que habéis escuchado en el evangelio de S. Lucas, donde Jesucristo ha estado cuarenta días y cuarenta noches en combate contra el demonio.

Antes de partir para su misión Dios le ha puesto delante un examen: se tiene que enfrentar al Shemá, que es el centro, como sabéis, de la fe hebraica. Los hebreos se levantan y cantan elShemá; antes de acostarse, y también por la tarde, cantan elShemá, el Shemá Israel; eso hacen todos los hebreos. «Escucha Israel, amarás a Dios con todo el corazón». Por eso, convertirse significa ayudaros a que amemos a Dios con todo el corazón.

Como sabéis, en esta primera tentación el demonio puso a Jesucristo frente a esto. Y Jesucristo, Nuestro Señor Jesús, combate. La fe es un combate, como un combate de boxeo, donde está el demonio y está Jesucristo, y Jesucristo se prepara para este combate. Y se preparó para este combate ayunando. Ayunar en el desierto de Judá, con un calor horrible, si no bebes agua te deshidratas. Y dice el evangelio que después de cuarenta días y cuarenta noches Jesús sintió hambre. ¡Hombre, claro, se estaba muriendo, deshidratado totalmente! Entonces, el demonio ha esperado este momento: que estuviera Jesucristo en las últimas; cuando uno está totalmente deshidratado no puede ni moverse. Jesús está medio muerto.

Y entonces el demonio le dice: «¡Reconoce conmigo por qué en la vida tiene que haber sufrimientos tan atroces!». ¿Por qué Auschwitz? ¿Por qué la gente es torturada? ¿Por qué existen las guerras? ¿Por qué el cáncer y hay tanta gente en los hospitales que está sufriendo tantísimo? «¡Reconoce conmigo, si eres Hijo de Dios, por qué Dios tiene que someterte a este sufrimiento tan horrible que, fíjate, te estás muriendo! ¡Reconoce conmigo que esto es una monstruosidad y no se puede obedecer! ¡Di que estas piedras se conviertan en panes! ¡O sea, reconoce que esto no puede ser así, di que esta cruz te sea quitada, te sea quitado este sufrimiento y puedas comer y vivir! ¿Por qué te tienes que morir?

Entonces, no se puede ser cristiano verdadero si no estás dispuesto a ofrecer al Señor el sufrimiento de tu cuerpo. Por eso la Iglesia te dice que si te quieres convertir, si quieres ser cristiano, en esta Cuaresma tienes que ayunar, pasar hambre y sufrir en el cuerpo; sufrir, aceptar sufrir en el cuerpo por amor a Cristo, que ha sufrido en una cruz enormemente. En la antigüedad, en todos los pueblos de España, durante la Cuaresma no se tomaba vino, se dormía en el suelo… Hacían todos pequeños sacrificios, pequeños o grandes sacrificios; era la tradición de los cristianos, de los católicos durante la Cuaresma para prepararse a la Vigilia pascual. Yo comprendo que en el Camino hemos sido muy buenos con vosotros y no os hemos exigido nada. Y hemos hecho lo que hemos podido con vosotros. Yo os diría como dice S. Pablo: os hemos dado leche porque no erais capaces de tomar alimento sólido, es decir, que os hemos tratado como a niños. Pero quizá llega el momento en que no  tengamos más remedio que deciros –y lo digo para mí también– que esta Cuaresma no tenemos más remedio que intentar ofrecer al Señor algún pequeño o gran sacrificio donde, al demonio, le quitemos la fuerza para tentarnos por el sufrimiento de nuestra vida. ¿Cuáles son los sufrimientos de la vida? ¿La vejez? ¿La enfermedad? ¿La falta de dinero? ¿La desobediencia de los hijos? ¿Los nietos? ¡No sé! ¡No sé! El demonio siempre utilizará estos pequeños o grandes sufrimientos para decirte lo mismo que le dice a Cristo: «Pero ¿por qué? Si eres Hijo de Dios por qué tienes tú que sufrir esto. ¡Di conmigo que esto a ti no te debe suceder!». ¿Qué tu mujer tiene un cáncer? ¡Ni hablar! ¡Que se lo dé a otro! «Pero ¿por qué mi mujer tiene que tener un cáncer de huesos, pobrecilla, que está sufriendo y no soy capaz ni siquiera de ir al hospital a verla? ¡No señor!»

Os acordáis de que se publicó en el ABC de un almirante americano, un hombre muy importante en América, tanto es así que un portaviones lleva su nombre, que cuando su mujer tuvo una enfermedad muy grave decidieron hacer un  testamento, y pusieron en el testamento que no querían la resurrección, que no querían resucitar e ir al cielo y que confesaban él y su mujer Dios era un monstruo y que no querían absolutamente la otra vida; y si iban al infierno mucho mejor. Esto dicho así, porque «¡Cómo se permite Dios tocar a mi mujer!». Bueno, no os digo nada sobre el orgullo que puede cegar al hombre, que nos puede suceder a todos. Por eso la humildad, sin humildad no hay nada.

Entonces, la primera tentación es la tentación del pan, es la tentación del estar bien en el cuerpo, de pasarlo bien; es la tentación de ser un burgués, de estar de vacaciones, de pasarlo bien a costa de lo que sea; como sea hay que estar bien, no tener problemas, no sufrir. Y hay gente que si sufre un poquito murmura contra Dios, no ama a Dios con todo el corazón. Amar a Dios con todo el corazón significa, en el fondo, aceptar, por amor a Cristo, por amor a Cristo crucificado, sufrir en el cuerpo, sufrir por amor a Cristo algún sufrimiento.

La segunda tentación, como sabéis, es la tentación que hace referencia a amar a Dios con toda tu alma, con toda tu inteligencia. Y sabéis lo que el demonio hace con

Jesucristo. Lo lleva al pináculo del Templo y le dice: «¿No dice Dios que a sus ángeles encomendará para que tu pie no tropiece contra la piedra? ¿Cómo te van a aceptar a ti, si eres hijo de un carpintero? ¡Toda la clase sacerdotal no te acogerá, no te escuchará nadie y, al final, te despreciarán y te matarán! Claro, todo hombre que tiene una misión, quiere triunfar. Y si quieres triunfar te digo yo cómo tienes que hacerlo. Mira, yo te llevo al pináculo del Templo, y cuando el viernes por la tarde estén todos preparándose para el shabbat, que está todo aquello lleno lleno de hebreos, tú te tiras. Y como dice el salmo que a sus ángeles encomendará para que tu pie no tropiece contra la piedra, no tiene más remedio Dios que enviar a sus ángeles, porque la palabra de Dios es perfecta, no puede causar el efecto contrario, se tiene que cumplir. O sea: tienes que obligar a Dios a que realice lo que dice el salmo». ¡Tentarás a Dios! El demonio invita a Jesús a tentar a Dios con su propia palabra. «Y si te ven bajar del Templo con los ángeles todos te seguirán.

También Israel en el desierto no podía soportar no tener  agua, algo terrible. Y como sabéis, querían matar a Moisés. Y le dice a Dios: «¡Me quieren apedrear!». Y Dios le pregunta a Moisés: «Pero ¿qué quieren?». «¡Quieren que te manifiestes, no soportan más estar en el desierto sin saber si Tú estás o no, si es una pura coincidencia!». «Y ¿qué es lo que quieren que haga?», como tentando a Dios. «¡Pues que les des agua!». Y Dios le dice: «Pues vete a la roca, háblale y te dará agua». Como sabéis, una de las causas por las cuales dicen los rabinos que Moisés fue castigado a no entrar en la Tierra prometida es porque, como Moisés estaba tan escandalizado de que el pueblo se hubiera olvidado de los milagros y de los prodigios que Dios había hecho, abriendo el mar y sacándolos de Egipto y, ahora, comportándose como estúpidos, quieren tentar a Dios, Moisés se escandalizó de ellos y golpeó la roca. Y Dios le dice: «Yo te dije que hablaras. ¿Por qué no hablaste a la roca? ¿Por qué la golpeaste? Pues porque estabas lleno de rencor contra tus hermanos. ¿Y quién te crees tú? ¿Te crees superior a tus hermanos? ¿De dónde te saqué yo?». Por escandalizarse de sus hermanos Dios le castigó a no entrar en la Tierra prometida; esto dice una corriente rabínica, porque no se sabe exactamente por qué Dios, después de los milagros que ha hecho Moisés, con el que Dios hablaba cara a cara, no le ha permitido entrar en la Tierra prometida. Y una de las tradiciones es esta.

Y es muy interesante porque no podemos escandalizarnos de nadie; ni siquiera de los fascistas o de los nazis o de quien sea. Tú no te puedes escandalizar de nadie porque tú eres el último y el peor de todos. Y si no tienes este espíritu no sabes lo que es el cristianismo.

Considérate el ultimo y el peor de todos! Lo dice S. Pablo: «¡Considerando a tus hermanos de comunidad superiores a ti!»


¡Hombre! ¿Vosotros consideráis a los hermanos de la comunidad superiores a vosotros? ¿Los demás son superiores a ti? ¿Te consideras una porquería, una «eme»? ¿Eres el último y el peor de todos? ¿Te lo crees? ¡No! ¡Qué te vas a creer eso! ¡Pues nos falta mucho para ser cristianos!

Cristianos, enamorados de Cristo, uno con Cristo. ¡Uno con Cristo y solos en el universo! Quien no ha dicho: Cristo y yo somos uno y estamos solos en el universo no sabe lo que significa ser cristiano. Tú y Cristo solos en el universo. ¡Fíjate qué maravilla estar con Cristo uno, profundamente uno!


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[1] Publicado el 23 de enero de 2018 en Religión en Libertad, en su página de Internet: https://www.religionenlibertad.
com/movil/articulo_rel.asp?idarticulo=61904.

Ringraziare Dio per i doni degli altri.



La strada ecumenica tracciata dal Papa 


Gioia e Unità: sono gli ultimi due titoli dell’editrice Ave, che nella collana «Le parole di Francesco» raccoglie in piccole antologie temi ed espressioni care al Pontefice. Interventi da cui emerge la narrazione di un Vangelo amico dell’uomo, i cui frutti sono appunto la gioia e l’unità. La prima antologia è introdotta dall’arcivescovo di Manila, cardinale Luis Antonio G. Tagle. La seconda (Roma, Ave, 2018, pagine 91, euro 9) dal priore della comunità di Taizé, della cui introduzione pubblichiamo ampi stralci.

(Fratel Alois) Nel novembre 2014 il Papa è stato a Istanbul dal suo «carissimo fratello Bartolomeo», come egli chiama Sua Santità il patriarca ecumenico. Parlando nella chiesa patriarcale di San Giorgio, il Papa ha sottolineato l’importanza di ascoltare i giovani: «Sono proprio i giovani — penso ad esempio alle moltitudini di giovani ortodossi, cattolici e protestanti che si incontrano nei raduni internazionali organizzati dalla comunità di Taizé — sono loro che oggi ci sollecitano a fare passi in avanti verso la piena comunione. E ciò non perché essi ignorino il significato delle differenze che ancora ci separano, ma perché sanno vedere oltre, sono capaci di cogliere l’essenziale che già ci unisce».
Si comprende con queste parole quanto il Papa sia attento alla sete d’autenticità che caratterizza le nuove generazioni. Sa che per queste generazioni una parola è credibile solo se corrisponde a un modo di vivere. Quando i cristiani sono separati, ciò che possono dire sull’amore, l’unità, la riconciliazione diventa incomprensibile. Non possiamo trasmettere il messaggio di pace e comunione annunciato da Cristo se non siamo insieme. Ci sono stati momenti nella storia dove, in nome della verità del Vangelo, i cristiani si sono separati. Oggi, in nome della verità del Vangelo, è fondamentale fare tutto il possibile per riconciliarci.
Questo Papa venuto dall’America latina, con la sua semplicità, ha indicato fin dall’inizio del suo ministero quale fosse la fonte del vero rinnovamento nella Chiesa a beneficio di tutti: far vedere Cristo non solo attraverso parole, ma attraverso la vita concreta dei cristiani.
I cristiani potrebbero fare molto per favorire riconciliazioni nel mondo, essi potrebbero diventare fermento di pace nella famiglia umana. Ma un tale impegno è credibile solo se essi stessi vivono tra loro nell’unità visibile. Molti giovani aspirano a questa unità e il Papa desidera che la voce dei giovani venga ascoltata meglio.
Il Papa, come abbiamo visto sopra, ha aggiunto che i giovani chiedono l’unità non perché ignorino le differenze, ma perché sanno guardare oltre, individuando l’essenziale che già unisce. Questa osservazione è profondamente vera. Siamo stupiti nel constatare a Taizé che coloro che trascorrono insieme alcuni giorni sulla nostra collina — ortodossi, protestanti o cattolici — si sentono profondamente uniti, senza limitare la loro fede al minimo denominatore comune e nemmeno livellare i loro valori. Al contrario, essi approfondiscono la propria fede. La fedeltà alla loro origine si concilia con un’apertura verso coloro che sono differenti.
Questo da dove viene? Partecipando a una settimana d’incontro presso la nostra comunità, hanno accettato di mettersi sotto lo stesso tetto e guardare insieme verso Dio. Se è possibile a Taizé, perché non dovrebbe esserlo altrove? Cristiani di diverse Chiese, non dovremmo avere il coraggio di rivolgerci a Cristo insieme e, senza aspettare una totale armonizzazione teologica, decidere di “metterci sotto lo stesso tetto”? Non sarebbe possibile compiere la nostra unità in Cristo (Lui che non è diviso), sapendo che esistono differenze nell’espressione della fede, che certuni pongono delle domande ancora irrisolte, ma che altri, lungi dal dividerci, possono essere la fonte di un arricchimento reciproco?
Il Papa ha detto ai membri del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani il 10 novembre 2016: «L’unità non è uniformità. Le differenti tradizioni teologiche, liturgiche, spirituali e canoniche, che si sono sviluppate nel mondo cristiano, quando sono genuinamente radicate nella tradizione apostolica, sono una ricchezza e non una minaccia per l’unità della Chiesa».
Questo mi porta a un’altra visita che il Papa ha fatto: alla vigilia del 2017, che ha segnato il cinquecentesimo anniversario della riforma protestante, egli si è recato in Svezia, a Lund, il 30 e 31 ottobre 2016 per visitare i cristiani luterani. Quell’incontro è stato una pietra miliare sul cammino verso l’unità. Ero profondamente felice di essere presente. In grande semplicità è stata offerta a Papa Francesco un’accoglienza fraterna e calorosa. Egli stesso si è seduto senza alcuna formalità in mezzo ai vescovi luterani della Chiesa di Svezia, vicino al presidente della Federazione luterana mondiale, il vescovo Munib Younan. Nella preghiera pronunciata nella cattedrale di Lund, il Papa ha espresso in particolare queste parole, mai dette da un Pontefice: «Spirito santo, donaci di riconoscere con gioia i doni che sono giunti alla Chiesa dalla riforma». Così applicava alla riforma ciò che aveva già espresso in modo più generale nella Evangelii gaudium (n. 246): «Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi».
In diverse occasioni il Santo Padre ha citato due doni della riforma: i riformatori protestanti hanno messo la Bibbia nelle mani di tutti i cristiani e hanno dato il primo posto all’amore, alla grazia di Dio.
In questo spirito, insieme ai miei fratelli, ci domandiamo: le parole del Papa rivolte ai cristiani luterani non richiedono forse una risposta? L’apertura del Papa ai doni della riforma non potrebbe essere un invito a dire l’apertura dei protestanti ai doni della Chiesa cattolica? I protestanti potrebbero lodare Dio per la capacità di evolvere che la Chiesa cattolica ha dimostrato dal concilio Vaticano II. Attraverso questa evoluzione ha dato una risposta positiva ai grandi interrogativi posti nel XVI secolo dalla riforma per quanto riguarda la priorità assoluta di Dio, la libertà della sua grazia, l’importanza decisiva della sacra Scrittura per la vita e l’insegnamento della Chiesa, la visione della Chiesa come popolo di Dio, con il sacerdozio comune di tutti i fedeli e i ministeri ecclesiali come servizio, la libertà cristiana e l’inviolabilità della coscienza personale.
In vista della piena attuazione dei doni di cattolicità e universalità particolarmente sviluppati nella Chiesa cattolica, Papa Francesco continua a richiamare alla necessità di maggiore sinodalità. Non sarebbe forse giunto il momento, per le Chiese nate dalla riforma, di lodare Dio anche per il ministero di comunione a livello universale che è tradizionalmente associato al vescovo di Roma, responsabile di assicurare la concordia dei suoi fratelli e sorelle nella loro vasta varietà? Il loro ringraziamento esprimerebbe una relazione con il vescovo di Roma che, pur essendo informale, non rimarrebbe senza una portata ecclesiale e che, anche se provvisoria, è comunque reale.

L'Osservatore Romano


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(Fernando Prado Ayuso) A cinque anni dall’inizio del suo pontificato, il mondo continua a sorprendersi del “genio di Bergoglio”. Il lettore attento potrà scoprire in queste pagine la “magica” semplicità con cui egli entra in sintonia con quanti lo ascoltano.
Questa straordinaria capacità di comunicare che vediamo in Papa Francesco è, senza dubbio, risultato e frutto maturo di una saggezza e di una profondità coltivate piano piano nel dialogo sincero con Dio e con gli uomini. Il che è proprio dei grandi e autentici leader spirituali.
L’edizione spagnola di questa opera raccoglie più di duecento interventi pubblici (omelie, discorsi e messaggi) che padre Jorge Mario Bergoglio ha rivolto ai suoi fedeli a Buenos Aires nei quasi quindici anni in cui ha servito la diocesi come arcivescovo (1999-2013). Non tutte sono parole sconosciute. Da quando lo stesso cardinale Bergoglio ha affidato la pubblicazione delle sue omelie e dei suoi scritti al suo amico El Gordo (padre Gustavo Larrazabal, claretiano) — allora direttore della Editorial Claretiana di Buenos Aires — molti suoi interventi sono stati resi noti in molteplici modi, sebbene forse un po’ a caso, o in opere di carattere più che altro tematico. Ora sono stati tutti raccolti e pubblicati in questa importante opera in castigliano, stavolta a cura della casa editrice Claretiana di Madrid.
Abbiamo aggiunto all’edizione spagnola alcuni testi non compresi nel compendio originale in lingua italiana (edito da Rizzoli). Qualche omelia trascritta dalla nostra equipe o qualche discorso del cardinale Bergoglio agli educatori — apparsi in alcune nostre pubblicazioni anteriori — che ci sembrava non potessero mancare. Ci è parso utile, infine, aggiungere ai testi una numerazione, che possa consentire, al di là dell’impaginazione, un raggruppamento o una ricerca interna dei diversi messaggi o discorsi.
Francesco si mostra seguace e maestro nella pratica della consegna data in passato da Paolo VI nell’esortazione Evangelii nuntiandi su come l’omelia doveva essere «semplice, chiara, diretta e adatta» (n. 42). Nei discorsi e nelle omelie pronunciati a Buenos Aires si può apprezzare come Bergoglio utilizzi magistralmente le risorse della retorica orale, con le sue insistenze, ripetizioni, uso di immagini e termini popolari, e anche di differenti registri lessicali per adattarsi alle diverse fasce di ascoltatori.
Bergoglio nei suoi interventi pubblici affronta i problemi della vita quotidiana del suo popolo. Lo fa senza girarci intorno, in quello stile vicino tanto caratteristico del pastore. In queste pagine possiamo vedere come egli si addentri nelle grandi questioni: la crisi economica, le divisioni politiche, la corruzione, la povertà, la disoccupazione... preoccupandosi sempre per le persone concrete: gli anziani, i bambini, i giovani, i poveri. Ma preoccupandosi anche per i leader, i politici, gli educatori e gli operatori delle comunicazioni.
Bergoglio parla sempre da un “noi” inclusivo, sentendosi parte di quanto accade. Consapevole che la Parola di Dio non risuonerà nel popolo con tutto il suo splendore «se prima non avrà risuonato così nel cuore del suo pastore», Bergoglio ricorre costantemente alla Scrittura per illustrare le sue omelie e i suoi discorsi. Ricorre pure al Magistero della Chiesa e a quello dei suoi predecessori.
Negli scritti e nei discorsi di Buenos Aires appaiono parole e termini che oggi, dopo cinque anni di pontificato, stanno diventando comuni tra noi. Sono termini tipici di Bergoglio, che descrivono la realtà sociale e che si riferiscono anche all’ambito religioso. Dietro le parole ci sono chiaramente le idee che le parole indicano. Molte espressioni, idee e termini che udiamo oggi dalla bocca di Francesco erano già presenti nel Bergoglio pastore di Buenos Aires. Altre, forse, dovranno ancora venire.
Vorremmo sottolineare anche l’importanza dell’eredità ignaziana e il peso specifico che l’essere gesuita ha in Bergoglio. Molte sue parole, che vengono dagli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio, o dal patrimonio della spiritualità ignaziana, sono oggi parte del patrimonio comune della Chiesa.
Una raccolta nuova
È appena uscito En tu ojos está mi palabra (Madrid, Publicaciones Claretianas, 2018, pagine 1168, euro 52), edizione spagnola della raccolta, introdotta e curata nel 2016 da Antonio Spadaro, delle omelie e dei discorsi dell’arcivescovo Jorge Mario Bergoglio pronunciati a Buenos Aires dal 1999 al 2013. Rispetto all’edizione italiana sono stati individuati e integrati alcuni testi, ed è stato aggiunto un indice tematico. La prima copia del libro è stata consegnata in anteprima al Papa durante un incontro privato nel pomeriggio del 14 gennaio da padre Fernando Prado Ayuso, direttore delle Publicaciones Claretianas, e dal direttore della Civiltà Cattolica. En tu ojos está mi palabra sarà presentato il 27 febbraio a Madrid dall’arcivescovo, cardinale Carlos Osoro Sierra, e da Antonio Spadaro. Modererà l’incontro Fernando Prado Ayuso, autore di una premessa all’edizione spagnola della quale pubblichiamo ampi stralci.
L'Osservatore Romano