domenica 28 giugno 2015

Now the law of the land...



Quel “fanatismo” che va a nozze gay e Califfato islamico per soldi e avversione al cristianesimo


di Luigi Amicone
Antonio Gramsci era un marxista che rimproverava al cristianesimo una visione dell’uomo che ha plasmato «tutte le filosofie». «È su questo punto – diceva Gramsci – che occorre riformare il concetto dell’uomo». Come? «Se ci pensiamo, vediamo che ponendoci la domanda che cosa è l’uomo vogliamo dire: che cosa l’uomo può diventare, se cioè l’uomo può dominare il proprio destino, può “farsi”, può crearsi una vita. Diciamo dunque che l’uomo è un processo e precisamente è il processo dei suoi atti». (Il materialismo storico, Ed. Riuniti, Roma 1977, pp. 32-35).
«Bisogna riformare il concetto di uomo». Se ci pensiamo, la militanza sotto il Califfato in Oriente e la militanza sotto l’agenda Lgbt in Occidente sono due apparenti opposizioni che incarnano un unico gigantesco sforzo (jihad) di “riforma” dell’uomo. E nello stesso identico “spirito di servizio”. Quale spirito di servizio? Lo spirito anticristiano. Se ci pensiamo, infatti, l’essere che oggi proclama la propria radicale avversione all’uomo in nome di Dio e la propria radicale avversione a Dio in nome dell’uomo, è un essere che, in particolare, proclama la propria radicale avversione al cristianesimo. E questa sarebbe la “riforma” fondamentale dell’uomo, l’aveva vagheggiata Gramsci e realizzata Nietzsche, «è il nostro gusto che decide contro il cristianesimo».
Fin qui l’osservazione di carattere, diciamo così, filosofico. Ma se dall’esame della filosofia che sembra ispirare l’attuale spirito del tempo che vede due opposte volontà di potenza convergere nichilisticamente contro il nemico comune – il cristianesimo – importa anche rilevare la pratica di dominio che questa filosofia-spirito-del-tempo sottende. Perché, solo per fare un esempio, l’attuale amministrazione democratica americana che si è fatta “luce del mondo” nobilitando l’indifferenza sessuale, rimane ad oggi quasi del tutto indifferente (o “riluttante”, come si dice) all’intervento contro il Califfato, il più bestiale dei fenomeni totalitari che si siano visti dopo il Terzo Reich e il comunismo asiatico alla Pol Pot? Siamo sicuri che il “fanatismo economico”, per dirla con il giovane filosofo marxista Diego Fusaro, non sia giunto a sposarsi con il fanatismo tout-court, si tratti di negare l’evidenza di ciò che sta alla base della famiglia o di impedirsi l’uso della forza davanti all’evidenza della ferocia dispiegata?
Le osservazioni di Fusaro sul Fatto Quotidiano sono in effetti molto interessanti. Riguardano solo un aspetto della questione sopra esposta e sono state scritte all’indomani del Family Day del 20 giugno scorso. Sentiamo cosa dice.
«Tra gli ostacoli che il capitale mira ad abbattere vi è, anzitutto, la comunità degli individui solidali che si rapportano secondo criteri esterni al nesso mercantile del do ut des. Il capitale aspira, oggi più che mai, a neutralizzare ogni comunità ancora esistente, sostituendola con atomi isolati incapaci di parlare e di intendere altra lingua che non sia quella anglofona dell’economia di mercato». E ancora. «Se la famiglia comporta, per sua natura, la stabilità affettiva e sentimentale, biologica e lavorativa, la sua distruzione risulta pienamente coerente con il processo oggi in atto di precarizzazione delle esistenze. Il fanatismo economico aspira a distruggere la famiglia, giacché essa costituisce la prima forma di comunità ed è la prova che suffraga l’essenza naturaliter comunitaria dell’uomo. Il capitale vuole vedere ovunque atomi di consumo, annientando ogni forma di comunità solidale estranea al nesso mercantile».
Da tutto ciò ne consegue «che l’odierna difesa delle coppie omosessuali da parte delle forze progressiste non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, di tutte le forme ancora incompatibili con l’allargamento illimitato della forma merce a ogni ambito dell’esistenza e del pensiero». Conclusione: «La “destra del denaro” detta le leggi strutturali, la “sinistra del costume” fornisce le sovrastrutture che le giustificano sul piano sul piano simbolico. Così, se la “destra del denaro” decide che la famiglia deve essere rimossa in nome della creazione dell’atomistica delle solitudini consumatrici, la “sinistra del costume” giustifica ciò tramite la delegittimazione della famiglia come forma borghese degna di essere abbandonata, silenziando come “omofobo” chiunque osi dissentire. Chi, ad esempio, si ostini a pensare che vi siano naturalmente uomini e donne, che il genere umano esista nella sua unità tramite tale differenza e, ancora, che i figli abbiano secondo natura un padre e una madre è immediatamente ostracizzato con l’accusa di omofobia. La categoria di omofobia non fa valere soltanto una giusta presa di posizione contro l’intolleranza di chi non rispetta le differenze: diventa essa stessa una nuova categoria dell’intolleranza, con cui non si accetta l’esistenza di prospettive diverse. È, per dirla con Orwell, una categoria con cui si punisce lo “psicoreato” di chi osi violare l’ortodossia del politicamente corretto».
Ma facciamo un ulteriore un passo avanti nel segno dell’interrogativo e dello spirito sopra accennati: da che parte arriva l’ondata di migranti e profughi che sta invadendo l’Europa? Dalla destabilizzazione del mondo musulmano operata dall’offensiva jihadista dall’Iraq alla Nigeria. Ma come si sostiene economicamente e militarmente tale offensiva? Con i petrodollari dei paesi islamici del Golfo. Gli stessi paesi alleati dell’Occidente che con i loro oligarchi e fondi sovrani che gestiscono bilanci per migliaia di miliardi di dollari (si pensi che l’Arabia Saudita, che ha finanziato la fondazione della iper Lgbt Hillary Clinton, solo per l’anno 2014 ha annunciato un bilancio di 228 miliardi di dollari con un surplus di quasi 55 miliardi) fanno correre i mercati grazie a investimenti ciclopici – in Borsa, in acquisizioni immobiliari, in partecipazioni azionarie in aziende multinazionali – e costituiscono un asset fondamentale per il capitalismo (fanatico?) internazionale.


Tempi


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Usa, la libertà di religione è ora in pericolo
di Massimo Introvigne

Il giorno dopo la sentenza della Corte Suprema che ha imposto a tutti gli Stati degli Stati Uniti d’introdurre nelle loro leggi il «matrimonio» omosessuale, l’America s’interroga: «è in pericolo la libertà religiosa? Si potrà ancora parlare male delle “nozze” tra omosessuali senza essere arrestati i base alle leggi sull’omofobia? Preti e pastori saranno costretti a “sposare” persone dello stesso sesso?». La sentenza fa seguito a una del tutto analoga della Corte Suprema messicana dello scorso 19 giugno, contro cui hanno protestato con una durissima lettera i vescovi cattolici del Messico, i cui argomenti sono così simili a quelli della decisione di Washington da fare fortemente sospettare che i due tribunali siano ispirati dalle stesse fonti e lobby
Ora dopo ora emerge come il quesito sia molto serio. Il giudice Kennedy, il magistrato cattolico che con il suo voto ha fatto pendere l’ago della bilancia – cinque giudici hanno votato a favore, quattro (tutti a loro volta cattolici) contro – dalla parte del “matrimonio” omosessuale, se n’è subito preoccupato. Scrive infatti nella sentenza che «le religioni, e coloro che aderiscono con sincera convinzione a dottrine religiose, potranno continuare a sostenere che per precetto divino il matrimonio fra persone dello stesso sesso non può essere ammesso».
Questa frase, che ha tutta la forza di una sentenza della Corte Suprema, ha già cominciato a essere oggetto di studio da parte dei giuristi, tanto più che molti Stati americani hanno leggi sull’omofobia. La sentenza, dunque, afferma che tesi contrarie al «matrimonio» omosessuale potranno continuare a essere sostenute dalle «religioni» e da «coloro che aderiscono con sincera convinzione a dottrine religiose». E la tesi che si potrà sostenere senza andare in prigione è che il «matrimonio» gay non può essere ammesso «per precetto divino». Queste affermazioni vanno lette con attenzione. La Costituzione americana prevede una fortissima protezione della libertà religiosa, non facile da erodere neppure da parte della Corte Suprema. Ma questa protezione tutela, appunto, le religioni. E le tutela quando si comportano da religioni. Se dunque un non credente volesse sostenere che il «matrimonio» omosessuale è inammissibile sulla base di argomenti puramente laici, rischierebbe di cadere sotto le leggi sull’omofobia. Ma anche se un prete, un pastore, un laico cristiano invocassero argomenti di buon senso e di bene comune anziché i «precetti divini» non starebbero esercitando la libertà religiosa, e dunque cadrebbero fuori dall’eccezione.
Nella sua opinione in dissenso che accompagna la sentenza contro la quale ha votato, non un neo-laureato in legge ma il presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti, il giudice John Roberts, svela il trucco. Insiste sul fatto che mentre la Costituzione tutela due cose, la libera espressione e il «libero esercizio» della religione, qui con un gioco di prestigio il «libero esercizio» sparisce. «Bontà sua – scrive Roberts – la maggioranza dei miei colleghi afferma che le persone religiose potranno continuare a “pensare” e “insegnare” la loro dottrina sul matrimonio. Però il Primo Emendamento della Costituzione Americana prevede il loro libero “esercizio” della religione. In un modo che non lascia bene sperare per il futuro, la maggioranza si astiene scrupolosamente dall’usare questa parola».
Detto in altre parole, preti e pastori potranno predicare dal pulpito che il «matrimonio» omosessuale è sbagliato, facendo molta attenzione a usare come argomento i «precetti divini» e non argomentazioni naturali, perché altrimenti cadrebbero fuori dal discorso strettamente religioso e dentro le leggi sull’omofobia. Ma potranno rifiutarsi di «sposare» due persone dello stesso sesso? O di accoglierli come padrini o madrine di battesimo? Nulla è meno certo, e in America non c’è un Concordato che regoli i rapporti fra Stato e Chiesa.
Il nostro giornale ha già dato conto della causa pendente a Coeur d’Alene, nell’Idaho, la capitale americana dei matrimoni, dove il sindaco cerca di obbligare i pastori di una comunità pentecostale a celebrare «matrimoni» omosessuali perché la loro chiesa sul lago è un luogo ideale per le fotografie ed escludere i gay dalle nozze nuoce al turismo. Prima di arrivare a questo, come succede già in Canada – il caso della Trinity Western University, di cui pure abbiamo parlato su queste colonne, insegna –, si cercherà di ritirare il riconoscimento legale e le esenzioni fiscali alle università dove s’insegnano tesi ostili al «matrimonio» omosessuale o dove gli studenti dello stesso sesso, ancorché «sposati», non possono dormire nella stessa stanza. 
Anche qui non si tratta di speculazioni, ma di parole del presidente della Corte Suprema Roberts, il quale paventa che dopo la sentenza del 26 giugno le università cristiane statunitensi non potranno più adottare regole di comportamento che implichino un giudizio negativo sull’omosessualità e le agenzie di adozione, molte delle quali cattoliche, non potranno rifiutarsi di consegnare bambini alle coppie omosessuali. Dal canto loro, nelle opinioni in dissenso il giudice Scalia ha scritto che «la sentenza minaccia la libertà religiosa che la nostra nazione ha cercato tanto a lungo di proteggere» e il giudice Thomas che ci sono «conseguenze potenzialmente rovinose per la libertà religiosa».
Thomas prevede che si partirà dal ritirare i benefici fiscali a istituzioni religiose che rifiutano il «matrimonio» omosessuale – l’avvocato generale dello Stato, su incarico del presidente Obama, ha già annunciato che procederà in questo senso – e che presto i giudici passeranno a occuparsi delle «chiese che rifiutano di accettare e di celebrare matrimoni omosessuali». «La maggioranza dei miei colleghi – scrive Thomas – non sembra turbata da questa conseguenza inevitabile. Fa solo un debole gesto verso la libertà religiosa in un singolo paragrafo. E anche quel gesto indica un equivoco su che cos’è la libertà religiosa nella nostra tradizione nazionale. La libertà religiosa è più della protezione della possibilità per le organizzazioni e persone religiose di “parlare e insegnare” (…) È libertà di “agire” nelle materie che in modo molto generale hanno a che fare con la religione». Per questo, conclude Thomas, la materia del «matrimonio» omosessuale avrebbe dovuto essere lasciata ai parlamenti federale e statali, dove almeno i parlamentari avrebbero potuto inserire clausole di salvaguardia specifica per la libertà religiosa.

Ma questo non è avvenuto. I giudici americani hanno già deciso che i fotografi sono obbligati a fotografare un «matrimonio» omosessuale, i pasticceri a preparare torte per «John e Jim sposi», e che una fioraia non può rifiutarsi di preparare una composizione con un festone che inneggia alle «nozze» tra due lesbiche. I giudici dissidenti della Corte Suprema – che non sono «fondamentalisti» allarmisti ma alcune delle menti giuridiche più note degli Stati Uniti – sembrano non avere torto quando concludono che il prossimo passo sarà obbligare anche università cristiane, agenzie di adozione, preti e pastori a obbedire alla nuova dittatura dell’omosessualismo. O a finire in prigione. Altro che diritti riconosciuti agli omosessuali che non minacciano né fanno del male a nessun altro!