mercoledì 30 settembre 2015

KASPER: "NESSUNA CONTRADDIZIONE TRA VERITÀ E MISERICORDIA"


30/09/2015  Il Segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani ha presentato il suo libro intervista “Testimone della misericordia” (Garzanti): "Linguaggio e atteggiamento inclusivi saranno la cifra del confronto tra i padri sinodali. Il magistero della Chiesa è fatto di ascolto. Poi sarà il Papa a decidere"


«Dio ha un cuore per l’uomo. Ha un cuore per ciascuno. E vuole la vita del peccatore. E chi dice che bisogna scegliere tra misericordia e verità non capisce che non c’è contraddizione tra le due cose: la misericordia è la verità del Vangelo». Il cardinale Walter Kasper, alla vigilia del Sinodo dei vescovi presenta il suo libro intervista “Testimone della misericordia” (conversazioni con Raffaele Luise, edizioni Garzanti). Cerca i termini giusti in italiano per non essere frainteso mentre spiega che «nella Chiesa non ha senso parlare di conservatori e riformisti. Il Papa è un conservatore della dottrina che propone costantemente la novità del Vangelo. Il Vangelo si rinnova continuamente non nel senso che cambia la dottrina, ma nel senso che ha sempre qualcosa di nuovo da dire agli uomini e alle donne di oggi. Il Vangelo ha una ricchezza inesauribile. Se ci si ferma nell’immobilismo non si trasmette il fuoco della fede, ma soltanto ceneri». Anche nel libro  aveva specificato:  «Durante il Sinodo straordinario io non ho parlato molto, ho preferito ascoltare e cercare di capire le motivazioni dei critici. Non è mia intenzione promuovere il cambio di dottrina, quello che voglio è renderla rilevante per i problemi che la gente vive e sui quali si interroga». E sui punti caldi dei separati, dei divorziati risposati, delle unioni gay, della contraccezione il cardinale non avanza ipotesi: «Sarà il Sinodo a discutere e non solo su questi punti, ma su tutti i problemi della famiglia. Con il cuore aperto, con un linguaggio e un atteggiamento inclusivi, con l’ascolto. Il Papa ha questa “teologia del popolo” argentina che risale al Concilio Vaticano II. In questa visione  il magistero della Chiesa non può essere che di ascolto e di grande apertura verso la pietà popolare perché il popolo possiede il fiuto e la saggezza per andare avanti. Ma essere magistero che ascolta non vuol dire essere magistero che non decide. E il Papa, dopo aver ascoltato, lo farà. Non è un nuovo modo di operare, è il ritorno alla tradizione. Pensiamo al Concilio degli Apostoli a Gerusalemme. Pietro presiede l’assise e parla per primo, poi ascolta, soprattutto Paolo con il quale ha dibattiti molto accesi. Infine decisero insieme con il plauso della comunità. Penso che quel Concilio debba essere, ora e in futuro, modello per il Sinodo».
Famiglia Cristiana

Prolusione del cardinale presidente Angelo Bagnasco al Consiglio permanente della Cei


Firenze, 30 settembre-2 ottobre 2015
Cari Confratelli,
sono rientrato ieri da Filadelfia, dove ho preso parte – anche a nome vostro – all’VIII Incontro mondiale delle Famiglie, culminato con la parte conclusiva del viaggio di Papa Francesco a Cuba e negli Stati Uniti: un viaggio che può essere raccontato con la profondità dei discorsi offerti dal Santo Padre nelle più alte sedi, ma – e più ancora – con la verità dei suoi gesti, la sua disponibilità e attenzione per la gente di tutti i giorni. Personalmente, sono rimasto molto colpito da quanto ha detto a noi Vescovi domenica scorsa. Ci ha ricordato che “vivere lo spirito di gioiosa familiarità con Dio, diffonderne l’emozionante fecondità evangelica, è il tratto fondamentale dello stile del Vescovo”. Ci ha esortati a “mostrare che il Vangelo della famiglia è davvero buona notizia in un mondo dove l’attenzione verso sé stessi sembra regnare sovrana”. E ci ha richiamati ad accettare, a nostra volta, “umilmente l’apprendistato cristiano delle virtù familiari del popolo di Dio” per “assomigliare sempre di più a padri e madri”. Al riguardo, sono state veramente significative le testimonianze offerte durante la Veglia di preghiera: hanno raccontato come, con l’aiuto della grazia, sia possibile e affascinante vivere la vocazione della famiglia anche nelle situazioni più difficili.

Quelli del Santo Padre sono testi che ci impegniamo a riprendere in mano e che, nel frattempo, ci spingono ora a riprendere con gioia i lavori del Consiglio Permanente, dopo i mesi estivi nei quali l’impegno pastorale è continuato, oltre che nella vita ordinaria delle Parrocchie, anche nei gruppi e campi estivi. Grazie ai nostri Sacerdoti, Religiosi e Religiose, e a tanti educatori, migliaia di ragazzi, giovani, famiglie, si sono ritrovati per esperienze di preghiera, vita fraterna, servizio, ossigenando le arterie pulsanti della fede e gustando la vita buona del Vangelo.

Ora ci troviamo di fronte ad un nuovo anno pastorale, un anno ricco di grazie e di responsabilità: il Sinodo Ordinario che si apre domenica prossima, preceduto dalla “nostra” Veglia delle famiglie in preghiera con il Papa; il Giubileo straordinario della Misericordia, che apriremo l’8 dicembre; l’Assemblea generale del prossimo maggio sulla vita e la formazione permanente del Clero, quindi la Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia in luglio e, in settembre, il Congresso Eucaristico Nazionale a Genova.

Siamo qui a Firenze – città d’arte e di storia, di fede e di carità – non a caso: siamo venuti per sottolineare l’importanza che ha per la Chiesa che è in Italia il Convegno Ecclesiale di metà decennio. È una tradizione che continuiamo non tanto per consuetudine, ma convinti della opportunità di fare il punto sui primi cinque anni del decennio, che abbiamo dedicato alla responsabilità e alla missione educativa. In particolare, se nella prima parte abbiamo voluto guardare in modo prevalente all’interno delle comunità cristiane, nella seconda intendiamo intensificare alleanze rispettose e collaborative con la società civile. Ringraziamo il Pastore di questa Chiesa, Cardinale Giuseppe Betori, per la fraterna accoglienza e per il grande lavoro che, insieme al Comitato preparatorio del Convegno presieduto da S.E. Mons. Cesare Nosiglia, ha seguito. Ai Presidenti delle Commissioni Episcopali, che rinnovano il nostro Consiglio, giunga il benvenuto più cordiale.

1. Il Giubileo della misericordia: il grande orizzonte
Ci prepariamo a entrare in un tempo di grazia: l’Anno giubilare, che coinvolgerà anzitutto la Chiesa, ma che sarà un segno forte per tutta la società. Nella Bolla di indizione, Papa Francesco ne rivela il significato profondo: «tenere fisso lo sguardo sulla misericordia, per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre». Il nostro è un momento – secondo la lettura offertaci dal Santo Padre – nel quale ciò è particolarmente urgente.

Il nostro mondo rimane spesso avvinto dentro logiche individualistiche e fatica a scrollarsi quell’egoismo che, se apparentemente rende più forti, in realtà riveste di vulnerabilità ogni iniziativa, segnata da scarsa progettualità, dal perseguimento di interessi di parte, dall’oblio delle generazioni future e della sostenibilità del sistema. Questa, quindi, è la medicina prescritta dal Santo Padre: fermarsi a contemplare la misericordia che è stata usata verso di noi, e della quale sempre abbiamo bisogno, per non diventare insensati e illudersi che tutto ci appartenga, chiudendoci nell’indifferenza di un mondo sempre meno solidale. L’esperienza di essere continuamente rinnovati dal perdono ci spinge a usare a nostra volta misericordia verso chi ha sbagliato e verso chi è in difficoltà. Una comunità che giudica ed esclude non ha futuro, ma si condanna alla divisione sociale che non giova ad alcuno. Tanto più che – come diceva domenica scorsa il Papa incontrando un gruppo di carcerati – “tutti abbiamo bisogno di essere purificati, di essere lavati” per “andare a tavola”, “una tavola dalla quale il Signore vuole che nessuno rimanga fuori” .

Ecco allora il grande orizzonte che ci è posto davanti: ricostruire la nostra società alla luce della misericordia, rivedendo le logiche che la reggono. Si tratta di ri-progettare, ri-fondare e ri-costruire un tessuto più umano, fondato sulla fiducia e sulla comprensione. Ciò non significa abdicare alla giustizia, ma renderla più giusta e umana. In questo processo di rinnovamento e di autentica rinascita, la Chiesa sente di avere un fondamentale ruolo di testimonianza e di richiamo ai valori del rispetto vicendevole e della promozione umana. È una missione nella quale Papa Francesco apre la cordata e ci trascina con il suo esempio e la sua inesauribile carica interiore, con il suo desiderio di incontrare tutti e di annunciare a tutti – nessuno escluso – che Dio ci ama e ci accompagna, e per questo un mondo migliore è veramente possibile.

2. Parlare dell’uomo all’uomo contemporaneo
Il fenomeno migratorio non è l’unico segno del cambiamento epocale in atto. Il Santo Padre, nella recente Enciclica, ha sottolineato che “non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia”, affermando così la radicalità della questione antropologica: questa, a seconda dei contenuti, ispira una civiltà umana o antiumana. E aggiunge con chiarezza che “l’antropocentrismo moderno, paradossalmente, ha finito per collocare la ragione tecnica al di sopra della realtà”.

Proprio questo vuol essere il centro del Convegno Ecclesiale di novembre: le parole del Papa non solo confermano, ma illuminano la nostra riflessione e incoraggiano la strada del decennio sul tema educativo. Educare, infatti, richiede un fulcro da cui partire e a cui tornare, richiede cioè una visione antropologica vera e completa, aperta alla trascendenza, alla relazione e alla unitarietà della persona. La crisi antropologica sta all’interno di quella che il Papa chiama “cultura del relativismo”: “Questa è la stessa patologia che spinge una persona ad approfittare di un’altra e a trattarla come un mero oggetto, obbligandola a lavori forzati o riducendola in schiavitù” . La distorsione antropologica porta a uno squilibrio sempre più vasto nelle relazioni con gli altri, con l’ambiente e con il mondo, con la vita. E, innanzitutto, con se stessi, giungendo a quella cultura dell’ “usa e getta” che porta a scartare tutto ciò che non rientra nei propri scopi: “Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola” , e così la stessa vita sociale, ritenendosi ciascuno in diritto di decidere qualunque cosa a prescindere. Quando la cultura si corrompe, non si riconosce più alcuna verità oggettiva né principi universalmente validi.

È significativo che i Presidenti delle Conferenze Episcopali d’Europa abbiano affermato la centralità e l’urgenza della questione antropologica, rispetto alle derive che si moltiplicano e dilagano nei rispettivi Paesi. Tutti si sono chiesti come poter operare affinché il rinnovato annuncio del Signore Gesù possa toccare i cuori e illuminare le menti, per non essere omologati dalla dittatura del pensiero unico di cui spesso parla il Santo Padre. In questa prospettiva, non pochi di loro guardano con interesse al nostro prossimo Convegno nazionale, dove, al di là di analisi già note, come Chiesa italiana ci impegniamo a individuare strade da percorrere e obiettivi da perseguire.

3. Un esodo di disperazione
A metà settembre si è riunita la Plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE) in Terra Santa, in segno di solidale vicinanza ai Pastori, alle comunità cristiane e alle popolazioni di quel martoriato territorio, dove il Figlio di Dio si è incarnato e ci ha redenti. Abbiamo vissuto toccanti momenti di preghiera, di ampio scambio tra gli Episcopati del nostro Continente, e di ascolto delle molteplici realtà locali. Il Consiglio, inoltre, ha prestato attento ascolto alla disperazione incarnata da migranti, profughi e rifugiati: “Non dobbiamo lasciarci spaventare dal loro numero – avvertiva il Papa intervenendo al Congresso degli Stati Uniti – ma piuttosto vederle come persone, guardando i loro volti e ascoltando le loro storie, tentando di rispondere meglio che possiamo alle loro situazioni. Rispondere in un modo che sia sempre umano, giusto e fraterno”.

“La complessità di questo esodo, con le sue inevitabili differenziazioni – abbiamo evidenziato a nostra volta nel Messaggio finale – richiede da parte dei singoli Stati, le cui situazioni sono radicalmente diverse, molta attenzione al fine di rispondere tempestivamente alle necessità di aiuto immediato e di accoglienza (…). Gli Stati devono mantenere l’ordine pubblico, garantire la giustizia per tutti e offrire una generosa disponibilità per chi ha veramente bisogno, nella prospettiva di una integrazione rispettosa e collaborativa” . Nello stesso tempo, è stato riconosciuto il “grande impegno delle Chiese che, seguendo le indicazioni del Santo Padre Francesco, collaborano con gli Stati i quali restano i primi responsabili della vita sociale ed economica dei loro popoli”.

Poiché il fenomeno costituisce una svolta storica, anche l’Onu è chiamato in causa: all’Assise, che rappresenta al massimo livello le Nazioni della Terra, si è fatto riferimento auspicando che “prenda in deciso esame la situazione e giunga ad efficaci soluzioni non solo rispetto alla prima accoglienza, ma anche ai Paesi di provenienza dei migranti, adottando misure adeguate per fermare la violenza e costruire la pace e lo sviluppo di tutti i popoli”. In sostanza, di fronte a persone che per fuggire alla disperazione rischiano la vita, non si può né stare a guardare con fastidio – come l’Europa ha fatto per anni – né fare i sofisti. La coscienza umana esige di intervenire: è quanto ha fatto l’Italia fin dalla prima ora, e continua con impegno, generosità, al meglio del possibile. Nessuno può dar lezione o muovere rimproveri: in prima linea sulle coste l’Italia c’era, a differenza di altri. Ora l’onda di piena si allarga poiché, come ho detto in altre sedi, il Sud del mondo si è messo in marcia e non è disposto a fermarsi. Sembra essere giunta l’ora della concertazione: vogliamo sperare che tale processo non si fermi e sia nel segno di una gratuità senza calcoli. Così come speriamo che – senza bisogno di barriere – si progetti un futuro sicuro, produttivo e sereno per tutti, per chi ospita come per chi arriva.

Il fenomeno richiede di intervenire su un triplice fronte: l’oggi, il domani e i Paesi di provenienza. A chi ha fame bisogna, innanzitutto, dar da mangiare con urgenti interventi. Le comunità cristiane lo sanno e operano con trasparenza, lontane da qualunque basso interesse, seguendo le normative delle Prefetture. Del resto, da ben prima dell’onda migratoria, sono impegnate sulla frontiera della povertà nostrana che non sembra avere termine. Il secondo fronte è quello di un futuro di dignità, poiché non si può vivere perennemente da assistiti: ciò richiede condivisione della stessa lingua, lavoro e casa. Infine, la Comunità internazionale deve concretamente intervenire favorendo lo sviluppo dei Paesi di provenienza, perché nessuno sia costretto a fuggire da guerra, persecuzione e miseria. Tale impegno necessita di risorse ingenti, tempi lunghi e volontà politiche certe. La sfida è grande, ma ineludibile: chi credesse di porvi rimedio attraverso improbabili scorciatoie, sbaglierebbe sul piano etico e sarebbe miope su quello politico.

Vogliamo rinnovare il nostro grazie al Santo Padre per il recente invito ad accogliere una famiglia di immigrati in ogni Parrocchia, comunità religiosa, santuario, monastero d’Europa. Lo ringraziamo perché, anche nelle situazioni più complesse, Egli ci indica la via del Vangelo. Vogliamo essere in prima fila nel rispondere a questo pressante appello. Già lo siamo con la generosa collaborazione con le Amministrazioni locali; in questi giorni cercheremo le vie più sicure e praticabili per corrispondere all’appello del Papa, facendo anche una mappa dei migranti che già sono ospitati nelle strutture ecclesiali o sono accompagnati dai nostri volontari in enti non diocesani. E – nella responsabilità dei singoli Vescovi – prenderemo in attento esame le norme civili, alle quali attenerci in vista di una accoglienza più capillare.

4. Le persecuzioni
Parlando dell’onda migratoria, abbiamo accennato anche alla fuga da sanguinarie persecuzioni di ordine religioso o etnico. La maggior parte colpiscono i cristiani, come ha denunciato Papa Francesco nel suo intervento alle Nazioni Unite: “I cristiani, insieme ad altri gruppi culturali o etnici e anche con quella parte dei membri della religione maggioritaria che non vuole lasciarsi coinvolgere dall’odio e dalla pazzia, sono stati obbligati ad essere testimoni della distruzione dei loro luoghi di culto, del loro patrimonio culturale e religioso, delle loro case ed averi e sono stati posti nell’alternativa di fuggire o di pagare l’adesione al bene e alla pace con la loro stessa vita o con la schiavitù”.

La mattanza continua, programmata e feroce sia in Terra Santa che in altri Paesi del Medio Oriente e del Continente africano: sembra che qualcuno abbia deciso di sradicare i cristiani per bonificare il territorio! Colpevoli di che cosa? Forse di portare il sigillo di Cristo? Forse di essere operatori di pace e di bene senza colori, come si vede nelle mille istituzioni e opere di bontà che anche noi – Vescovi italiani – colà sosteniamo? Perché, domandiamo al mondo occidentale, perché non alza la voce su tanta ferocia e ingiustizia? E, allargando la domanda, chi procura armi per alimentare i molti conflitti? Chi compera petrolio da chi taglia le gole o affama o violenta senza pietà? Chi vuole la destabilizzazione sistematica di intere aree servendosi di ogni pretesto, religioso, politico, culturale? Chi soffia sul fuoco della confusione, della paura, del fanatismo, dell’ignoranza, e manipola gruppi, etnie, popoli? Chi sono i grandi burattinai che – dietro la maschera del perbenismo – decidono le sorti dei poveri e dei deboli con il criterio di incrementare il proprio lucro e il proprio potere? Questi due idoli non hanno colore e trovano facili alleanze! Ma ricordiamo: la disperazione umana ha una soglia di limite, che – una volta raggiunta – nessuno potrà fermare.

5. La famiglia
“La famiglia, per la Chiesa, non è prima di tutto un motivo di preoccupazione, ma la felice conferma della benedizione di Dio al capolavoro della creazione – ha sottolineato domenica scorsa Papa Francesco – per cui la stima e la gratitudine devono prevalere sul lamento, nonostante tutti gli ostacoli che abbiamo di fronte”.

Riuniti attorno al Papa, da domenica prossima la famiglia – papà, mamma, figli – sarà il fulcro della riflessione dei Padri: una considerazione a tutto campo, ancorata alla fede cattolica, attenta al popolo di Dio e alle dinamiche di questo tempo, e insieme libera dalle logiche del mondo.

Anche il Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee ne ha parlato con grande attenzione: “La Chiesa crede nella famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna: essa è la cellula basilare della società umana e della stessa comunità cristiana. Non si vede perché realtà diverse di convivenza debbano essere trattate nello stesso modo. Particolare preoccupazione desta il tentativo di applicare la ‘teoria del gender’: è un progetto del pensiero unico che tende a colonizzare anche l’Europa, e di cui spesso ha parlato Papa Francesco”.

Il Santo Padre, parlando dell’ecologia umana, fa sue le parole di Benedetto XVI –“Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere” – e le commenta dicendo che “anche apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità è necessario per poter riconoscere se stessi nell’incontro con l’altro diverso da sé (…). Pertanto non è sano un atteggiamento che pretenda di cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa” . Le parole più sacre della vita e della storia umana – come persona e libertà, amore e famiglia, vita e morte, sessualità e generazione – sono sottoposte da decenni a forti pressioni culturali. Così che ciò che fino a ieri era impensabile oggi diventa plausibile e addirittura oggetto di legislazione. In diversi Paesi europei, perfino certe aberrazioni come la pedofilia, l’incesto, l’infanticidio, il suicidio assistito sono motivo di discussioni e di interrogativi non astratti.

È risaputo che tutto ciò non è casuale: attraverso alcune tecniche di persuasione delle masse – la più nota è la cosiddetta “finestra di Overton”, una finestra mentale che si allarga sempre di più attraverso sei fasi precise – si riesce a far accettare l’introduzione e la successiva legalizzazione di qualsiasi idea o fatto sociale, fosse anche la pratica che, al momento, l’opinione pubblica ritiene maggiormente inaccettabile. Uno di questi passaggi è quello che potremmo chiamare la “cultura degli eufemismi”: consiste nel chiamare le cose peggiori con nomi meno brutali e respingenti per la sensibilità generale.

In questa prospettiva, l’educazione delle giovani generazioni deve nascere in famiglia ed essere in ogni modo custodita e vigilata dai genitori nelle istituzioni e in particolare nella scuole. Come prevede il Ministero, infatti, “le famiglie hanno il diritto, ma anche il dovere, di conoscere prima dell’iscrizione dei propri figli a scuola i contenuti del Piano dell’offerta formativa (POF)”. Quindi le scuole sono chiamate ad “assumere le iniziative utili per assicurare da parte delle famiglie una conoscenza effettiva e dettagliata del POF”; la stessa “partecipazione a tutte le attività extracurriculari, anch’esse inserite nel POF, prevede la richiesta del consenso dei genitori per gli studenti”.

Le pressioni europee sono sempre più pesanti e insistenti anche in materie che non competono all’Unione, come il diritto di famiglia e – più ampiamente – i valori morali e spirituali che hanno formato la coscienza e la storia delle singole Nazioni. Anche a tale proposito sono illuminanti le parole del Papa: “La visione consumistica dell’essere umano, favorita dagli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata, tende a rendere omogenee le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità”. Veramente tra i luoghi deteriorati dall’individualismo, laddove sono custodite le fondamenta dell’umanità, c’è la famiglia, ancor prima che il sociale e il politico: “Una società cresce forte, cresce buona, cresce bella e cresce sana se si edifica sulla base della famiglia”. Rispetto a tali problemi, a volte si sente parlare di “irrilevanza” dei cattolici nella società: la vera questione non è però essere rilevanti per il mondo, ma il rimanere fedeli a Cristo. L’esempio di tanti martiri del nostro tempo ce ne dà ampia testimonianza.

6. La missione educativa
Molti sono i fatti tristi di cronaca che ogni giorno invadono le nostre case: violenze, soppressione di vite umane, corruzione, un potere mafioso sempre più arrogante e sfidante, il malaffare, la vergogna del caporalato, la speculazione sui poveri, la prevaricazione verso chi non può difendersi, il bullismo fisico o cibernetico, il traffico di droghe sempre più sofisticate, il rifiuto del diverso, la piaga tollerata e “intoccabile” del gioco d’azzardo… Tale spettacolo non deve farci dimenticare il popolo degli onesti, popolo grande, maggioritario, che porta avanti non solo la propria esistenza con dignità, ma anche le proprie famiglie e la vita della Nazione. Senza questo popolo, nessuna legge o programmazione potrebbe avere risultati. A questa moltitudine rendiamo onore e vorremmo che sentisse la nostra vicinanza di Pastori e di cittadini, unita alla gratitudine e all’incoraggiamento a non cedere mai alla sfiducia e ai cattivi esempi.

Lo spettacolo a cui siamo sottoposti ogni giorno, dovrebbe però provocare tutto il Paese ad un serio esame di coscienza a partire da una verità molto semplice: si raccoglie ciò che si semina. Le buone leggi sono necessarie e doverose, devono mirare al bene comune, non all’interesse di pochi; ma non bastano senza un’intensa, costante, vera opera educativa. Se si semina l’idea che esistono solo diritti ma non anche doveri; se si afferma che ogni desiderio individuale deve essere riconosciuto da tutti e diventare legge; se chi è più forte e ha più voce vince sugli altri; se la fatica e il sacrificio, la fedeltà e il quotidiano vengono di fatto negati e sbeffeggiati come negazione dell’affermazione di sé e della propria felicità, allora si sta seminando vento: si raccoglierà tempesta!

Educare integralmente significa non solo puntare al meglio – spirituale e morale, sociale e lavorativo – ma anche riconoscere che il limite, la misura, la prova, l’impossibilità, l’insuccesso e la sofferenza, fanno parte della vita. E che accettarli non significa cedere a un atteggiamento rinunciatario, ma partire col piede giusto.

Ritorna la bellezza e preziosità della famiglia, cellula sorgiva di relazioni, il più efficace modello di società, dove si scopre che gli altri sono la condizione affinché si possa vivere liberi e felici. Ogni sfida, dunque, in ultima analisi arriva a questo snodo, quello educativo. Noi Vescovi non abbiamo particolari competenze in certi ambiti, ma in quello educativo riconosciamo la missione che il Signore ci ha affidato con assoluta chiarezza: essa è parte integrante della evangelizzazione, consapevoli che è in Gesù Cristo la possibilità di un umanesimo vero e pieno. E quindi di un vivere insieme autenticamente umano. Sappiamo che sono in causa i primi e insostituibili maestri dei figli, i genitori e le famiglie, a cui la Chiesa – esperta in umanità – continuerà ad affiancarsi con il suo patrimonio di sapienza educativa. Lo stesso riteniamo che sarà per la scuola italiana, grazie soprattutto a docenti competenti e dediti, ai quali rinnoviamo la nostra stima e incoraggiamento con l’auspicio che la loro missione sia sempre meglio riconosciuta da tutti.

Vorremmo dire una parola anche alla società intera, senza la quale l’opera educativa risulterà un insieme di voci discordi e di esempi contradditori. Incisive sono le parole di un grande educatore del secolo scorso, Romano Guardini: “Si può dire che il primo fattore è ciò che l’educatore è; il secondo ciò che l’educatore fa; solo il terzo, ciò che egli dice”.

7. Il Paese
Prima di concludere, come non far nostro l’appello che Papa Francesco ha rivolto ai governanti perché facciano “tutto il possibile affinché tutti possano disporre della base minima materiale e spirituale per rendere effettiva la loro dignità e per formare e mantenere una famiglia, che è la cellula primaria di qualsiasi sviluppo sociale”.

La gente chiede lavoro per tutti, a cominciare dai giovani che, senza, non possono fare un progetto di vita, e così per coloro che, più avanti negli anni, l’hanno perso pur avendo famiglia da mantenere e impegni da onorare. Gli esperti ripetono che i segnali positivi sono cominciati; nell’agone politico e mediatico, però, le informazioni e i dati forniti si rincorrono e non di rado si contraddicono. Ciò non giova a restituire fiducia. È soprattutto l’economia reale che deve fornire dati certi e concreti. Molti guardano al nostro Paese con interesse sia politico che economico: ma l’Italia non è né una “provincia” di qualche impero, né un “protettorato”, né un “laboratorio”. La globalizzazione non sia, quindi, l’occasione per allargare gli orizzonti industriali a scapito della proprietà e del patrimonio professionale dei lavoratori, patrimonio che è frutto di studio serio e di apprendimento sul campo, in un passaggio di esperienza, valori, partecipazione, che non ha confronti né prezzo.

Insieme al dato dell’occupazione – legato alla produzione e allo sviluppo – vi è un altro indicatore che, almeno nei Paesi occidentali, rivela lo stato di salute di una società: i figli. Quando un Paese assicura casa e lavoro sufficiente, e quando il suo quadro culturale e valoriale, la sua filosofia di vita è sana, allora nel cuore della gente nasce la fiducia e nuove vite germogliano benvenute, accolte come un dono per tutti. La natalità è la prova più evidente e sicura dello sviluppo e del futuro, almeno per i nostri Paesi. In questa direzione singoli, famiglie, istituzioni civili e religiose devono remare con lealtà e forza, senza distrazioni su problemi secondari.

Come Chiesa offriamo un leale contributo di speranza e di condivisione operosa alla gente, senza distinzioni. Non è inutile riaffermare anche che le strutture che sono riconducibili a realtà ecclesiastiche e che svolgono attività di natura commerciale, rispettano gli impegni a cui per legge sono tenute. Cerchiamo di rispondere in ogni modo ai bisogni crescenti delle persone – provate da un welfare sempre meno organico – mettendo in campo volontari, risorse e servizi. Ne sono un esempio i sei milioni di pasti assicurati ogni anno dalle nostre mense e i 15.000 servizi rivolti ai più indigenti, quali i senza dimora, i coniugi impoveriti dalla separazione, le vittime del disagio psichico e molti altri. In una cultura dello scarto e della fretta, dove tutto diventa anonimo, è importante che le persone si sentano accolte e ascoltate: in questa prospettiva, ai nostri centri di ascolto ogni giorno approdano almeno 500.000 solitudini, bisognose di uno sguardo, di un sorriso, di considerazione.

“Il mondo contemporaneo apparentemente connesso, sperimenta una crescente e consistente e continua frammentazione sociale che pone in pericolo «ogni fondamento della vita sociale» e pertanto «finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi»”, notava il Papa nel suo intervento all’Onu. Come Chiesa che vive in Italia non rinunciamo a confrontarci e impegnarci per “privilegiare azioni che possano generare nuovi dinamismi nella società e che portino frutto in importanti e positivi avvenimenti storici”.

A Santa Maria del Fiore affidiamo con fiducia i nostri lavori, il nostro confronto fraterno e la vita delle nostre Comunità cristiane. 
Avvenire

Cari giovani universitari...


"Il tuo debito per gli altri è solo quello dell’amare"

La lettera del vescovo Leuzzi agli universitari di Roma per il mese di ottobre e in vista del Giubileo della Misericordia



Cari giovani universitari, buon anno accademico.
Un particolare saluto desidero rivolgere alle matricole che per la prima volta varcheranno la soglia delle Aule universitarie. Questo anno accademico è davvero particolare. È l’Anno giubilare della Misericordia indetto da papa Francesco e che inizierà martedì 8 dicembre, giorno della Solennità dell’Immacolata Concezione, a cinquant’anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II. Il nostro cammino, che potrete seguire con il vademecum distribuito nelle cappellanie, nelle Parrocchie, nei collegi e nelle associazioni e movimenti ecclesiali, mira al cuore dell’esperienza cristiana: siamo discepoli di un Dio misericordioso o del Vangelo della Misericordia?
L’icona mariana descritta da Luca, il vangelo che ascolteremo ogni domenica nel prossimo anno liturgico, è per tutti noi significativa: “Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc. 2,19). In silenzio Maria serbava e meditava: due verbi che ci fanno capire che Maria stava vivendo qualcosa di impensato per la sua esistenza. Non tanto per la nascita “straordinaria” di Gesù. Quanto piuttosto per il mistero che nascondeva in sé quel Bambino. Il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, che Maria invocava godendo per le grandi opere che aveva realizzato nella vita del popolo di Israele, stava compiendo qualcosa di grande per la sua vita: facendosi bambino rinunciava alla sua onnipotenza e optava per la collaborazione.
Collaborare con Javhè, il Dio forte e potente! Maria era stupita: aveva bisogno di ritornare continuamente riflettendo su ciò che stava accendendo. Cari amici, in questo anno giubilare siamo chiamati a fermarci e a interrogarci: può esistere un Dio che possa rinunciare alle sue prerogative? O meglio: sono disponibile ad accogliere la proposta di un Dio che mi chiede di collaborare e non semplicemente di obbedire? Maria aveva intuito che la potenza di Javhè si stava manifestando in qualcosa di più semplice ma più potente della liberazione dalla schiavitù d’Egitto: era la potenza della misericordia. La liberazione dall’Egitto non era un’esperienza di misericordia? Sì, ma non ancora il Vangelo della Misericordia. Alla liberazione è seguita la legge.
È la libertà fondata sulla legge: sarai libero se obbedirai. È la via dell’imperativo. Maria conosceva questa via. E Lei, pia ebrea, l’ha percorsa con fiducia e fedeltà. Ma quel Gesù… Sì, quel Gesù che aveva portato in grembo l’aveva insospettita, non sorpresa. Javhè è grande, è potente, è misericordioso. Poteva fermarsi all’imperativo? Cari amici, il Vangelo della Misericordia è il dono del passaggio dall’imperativo all’indicativo. È il Vangelo della liberazione dal bisogno di dover essere riconosciuto. Tu sei, non devi! Tu sei il collaboratore di quel Dio che ti dona e garantisce la tua piena dignità e non hai bisogno di lottare per essere riconosciuto.
Il tuo debito per gli altri è solo quello dell’amare. Ricordo sempre quando studiavo filosofia il grande tentativo di Kant di fondare una morale privata e pubblica fondata sul rispetto dell’altro. Il tentativo è stato vano. L’uomo ha bisogno di essere liberato dal cammino verso la morte che lo costringe al bisogno di essere riconosciuto. La morale del tu devi non è in grado di bloccare questo bisogno inarrestabile. Solo il Vangelo della Misericordia può invertire la rotta della nostra esistenza. Tu sei grande! Non è vero che sei nessuno, che sei un oggetto, un numero. Tu sei qualcuno!
Ecco perché abbiamo bisogno di fermarci per fare la stessa esperienza di Maria: serbare e riflettere. Lo faremo insieme in tante tappe del nostro percorso, vivendo pienamente il cammino dello studio universitario che sarà un grande alleato nel sostenere il vostro desiderio di essere pienamente sé stessi per fare non solo della vostra preparazione, ma di tutta la vostra vita, un dono per i fratelli. Tu sei, non devi! È il Vangelo della Misericordia che scopriremo e vivremo insieme.
Buon anno accademico.
Vostro,
Lorenzo Leuzzi

Il problema della SUPPOSTA...



di Giuliano Guzzo

... inesistenza della teoria del gender – da alcuni presentata come allucinazione cattolica – lei non se l’è neppure posto. O, meglio, lo ha fatto, ma diverso tempo fa; ritrovandosi, poi, talmente tanto materiale da poterci redigere una tesi di laurea. Elena Lauletta, ventiquattrenne di San Giuliano del Sannio, un piccolo paesino in provincia di Campobasso, si è infatti laureata all’Università degli Studi del Molise in Scienze della formazione primaria con un elaborato dal titolo inequivocabile: “Scuola, educazione sessuale e prospettive legislative: la teoria gender e le nuove frontiere“. Ora impegnata, come primo incarico, come insegnante di sostegno in un istituto scolastico un po’ lontano da casa e col sogno di continuare a lavorare a scuola, la coraggiosa neolaureata ha accettato di rispondere a qualche nostra domanda.
Dottoressa, anzitutto una curiosità: come le è saltato in mente di laurearsi con una tesi sulla teoria gender? Non ha considerato i possibili rischi che un tema così spinoso avrebbe potuto farle correre? «Nel 2013 mi sono trovata a discutere con un’attivista LGBT a proposito delle Linee guida per l’educazione sessuale in Europa (redatte dall’associazione di sessuologi “BZgA – Federal Centre for Health Education” di Colonia per conto dell’OMS). Un anno dopo stavo per scegliere l’argomento della mia ultima tesi di laurea e avrei voluto seguire la mia vecchia passione per l’entomologia, tuttavia da una parte la mole delle notizie e degli studi riguardanti la teoria gender e l’educazione sessuale olistica mi spingevano a continuare ad approfondire, dall’altra mi accorgevo che riguardo a queste tematiche c’era una grande disinformazione, soprattutto tra i colleghi e gli educatori di vario tipo. La chiamata era forte, non ho potuto non ascoltarla, nonostante le critiche siano state molte. Grazie a Dio ho avuto il coraggio di raccogliere questa sfida ed ho incontrato l’appoggio e la fiducia del mio relatore, il Professor Fabio Calandrella. La cosa peggiore è stata scoprire i forti pregiudizi che una parte dell’opinione pubblica ha verso i cristiani e verso chi difende la famiglia e i bambini. Tutto questo purtroppo può trasformarsi in insulti e diffamazione, ma ho anche avuto la fortuna di vivere confronti civili e preziosi con persone che hanno un’opinione diametralmente opposta alla mia».
Venendo al suo elaborato, anche se le sembrerà una domanda superflua: la teoria del gender esiste, ha dei fondatori? E che cosa afferma esattamente? «La teoria gender è nata negli anni Cinquanta e da pensiero filosofico è passata oggi giorno ad essere proposta politica. Come fondatori potremmo individuare l’entomologo Alfred Kinsey (1894-1956), autore dellaRelazione sul comportamento sessuale degli americani, e il sessuologo John Money (1921-2006), discepolo di Kinsey. Entrambi accaniti sostenitori della pedofilia. Money elaborò una teoria secondo cui il sesso biologico di nascita non conta, ma ogni bambino può essere cresciuto indifferentemente come maschio o femmina. I suoi studi vennero ampiamente smentiti dal tragico caso di Bruce, bambino da lui fatto crescere come una bambina, che morì suicida. Nel 1960 circa questi primi studi si innestarono sul secondo femminismo radicale, che già individuava come un limite le differenze biologiche tra uomo e donna. Ad esempio Judith Butler teorizzò il sesso fluido o queer: l’unico modo che l’uomo ha per essere davvero libero di autodeterminarsi sarebbe quello di riservarsi una continua e autonoma ridefinizione della propria identità sessuale. Altre tappe fondamentali sono quelle dei Gay and Lesbian Studies, fino ad arrivare ai 58 generi diversi tra i quali si può scegliere all’atto dell’iscrizione sul Facebook americano o ai 23 generi ufficialmente riconosciuti dall’Australian human rights commission. Inoltre esistono centri come il Nordic Gender Institute, nato a sostegno dell’ideologia di genere, sapientemente criticato dal documentario girato dal comico norvegese Harald Meldal Eia».
Che legame c’è fra la lotta alla cosiddetta discriminazione di genere e l’educazione sessuale scolastica? Non dovrebbero, comunque la si pensi, essere cose ben distinte oppure una implica l’altra? «Le due cose vengono a coincidere quando si parla di educazione sessuale olistica (quella degliStandard BZgA-OMS) che fornisce a bambini e ragazzi informazioni dettagliate su tutti gli aspetti della sessualità, sostenendo che il bambino deve essere visto come una “persona indipendente” che deve poter esprimere la propria sensualità. Lascio immaginare la pericolosità di questa particolare concezione della sessualità infantile. Cosa accadrebbe se ad esempio un bambino di quell’età dovesse decidere da solo con cosa nutrirsi e quando, quale attività ludica o fisica svolgere, quando e come praticare l’igiene del corpo e via dicendo? È significativo il fatto che, in nome di documenti e leggi a tutela delle donne, contro la violenza sulle medesime e per la parità tra i sessi, poi vengono introdotte iniziative e progetti sulla decostruzione degli stereotipi che riguardano l’orientamento sessuale, come il DDL Fedeli e l’emendamento n. 16 alla Buona Scuola. Per capire la pericolosità di questo emendamento bisogna andare a leggere i riferimenti legislativi indicati in esso, tenendo conto che parlare di lotta alla discriminazione in ordine all’orientamento sessuale ha già portato a dei tristi episodi avvenuti nelle scuole italiane, come l’introduzione di un romanzo porno-gay in un liceo di Roma o come l’asilo, sempre romano, in cui sono state abolite le feste del papà e della mamma perché fonte di discriminazione o ancora i libretti dell’UNAR distribuiti nelle scuole all’insaputa del MIUR. È preoccupante questa intromissione nell’educazione dei bambini e nelle scuole sia estere che italiane. Tutto lascia credere che l’urgenza riguardi la violenza sulle donne, eppure grandi forze vengono dispiegate per combattere preconcetti sull’orientamento sessuale. Si dimentica che quest’ultimo caratterizza un uomo o una donna solo in quanto tali e che, perciò, la distinzione tra i sessi resta primaria nell’identificazione di un individuo sia a norma di legge sia ai fini biologici. Anche in base ai dati OSCAD le due problematiche a confronto non reggono (in tre anni le discriminazioni per orientamento sessuale risultano il 27% del totale). Durante i mesi di lavoro per la tesi ho ideato e realizzato un progetto didattico di educazione sessuale dal titolo “Uguali ma diversi” in una quinta della scuola primaria. Nel corso delle attività è emersa con facilità la naturalezza con cui i bambini individuano le differenze tra maschio e femmina, avendo la certezza che esse non si pongono ad ostacolo perché ad esempio una donna possa diventare medico, informatico o meccanico».
Se le cose stanno così, perché tanti negano l’esistenza della teoria del gender, affermando che al massimo esistono i Gender Studies, che sarebbero ben altra cosa? «La maggior parte delle persone che negano l’esistenza del gender non sono informate a riguardo ma vengono spinte dalla propaganda anti-cattolica, non sapendo che anche molti omosessuali sono contrari ai principi dell’ideologia gender. Infatti ogniqualvolta ho avuto occasione di parlare con attivisti LGBT non ne hanno affatto negato l’esistenza, al massimo ne minimizzano gli effetti. In Francia esistono associazioni contrarie ai principi del gender come “Homovox” e “Plus gay sans mariage”, fondata dall’ateo Xavier Bongibault. Femministe di tutto il mondo alla Conferenza dell’Aia si sono trovate concordi nel condannare l’utero in affitto come una nuova forma di schiavitù. Insomma molti puntualizzano sul nome, ma possiamo chiamarla teoria gender, ideologia gender o Gender Studies, la sostanza non cambia».
E’ eccessivo, secondo lei, definire la teoria del gender espressione di una ideologia, per di più pericolosa, oppure un pericolo reale c’è sul serio?«Purtroppo questa ideologia è fin troppo reale in Europa e anche in Italia. Nel novembre 2006 un gruppo di organizzazioni internazionali impegnate nel settore dei diritti umani (NGO, International Service for Human Rights e una commissione di 29 esperti di Diritto Internazionale) si sono riunite in Indonesia a Yogyakarta per stilare una carta dei principi internazionali su orientamento sessuale e identità di genere. I Principi di Yogyakarta vengono posti come guida per individuare gli standard legali a cui gli Stati devono conformarsi. Questi esperti non hanno ricevuto alcun incarico ufficiale da parte delle Nazioni Unite, eppure il documento è finalizzato all’applicazione della legge internazionale sui diritti umani alla vita e alle esperienze delle persone con diverso orientamento sessuale e identità di genere. Tutto ciò implica: una tutela rafforzata o privilegiata degli omosessuali, una capziosa limitazione della libertà di espressione nei confronti del mondo gay attraverso la previsione del reato di omofobia, l’introduzione dell’insegnamento delle teorie del genere e dell’orientamento sessuale nei programmi scolastici, nonché la protezione dei diritti dei gay anche nei confronti delle organizzazioni religiose. A seguito della elaborazione dei Principi di Yogyakarta il Consiglio d’Europa si è espresso con la Raccomandazione CM/Rec(2015)5 del Comitato dei Ministri agli Stati membri. In Italia tutto ciò è stato recepito dal governo Monti, da parte del Ministero delle Pari Opportunità, il quale ha elaborato e approvato, il 29 aprile del 2013, la Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere 2013-2015, oggi in attuazione. Le associazioni LGBT sono state accreditate come educatori, decretando la possibilità che entrino nelle scuole per portare progetti. Inoltre sono state redatte le Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT, scritte con la partecipazione del Dipartimento per le Pari Opportunità e dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidisciminazioni Razziali a difesa delle differenze). Tutti documenti che invito a leggere per capire la reale portata di quanto sta avvenendo».
Un’ultima curiosità, tornando alla sua tesi: la discussione com’è andata?«Davvero molto bene! Nonostante si tratti di un argomento così attuale, che quindi inevitabilmente spacca l’opinione pubblica e scientifica, non ho avuto particolari difficoltà ad esporre i miei studi ed ho raggiunto il punteggio massimo per la discussione. Devo anche dire che tantissimi amici mi hanno incoraggiata, sostenuta, accompagnata e hanno pregato per me e per il compito che mi ero prefissa: fare informazione, suscitare domande e curiosità, spingere le persone, in particolare gli educatori e i genitori, a prendere parte attiva a questo dibattito, sempre nel rispetto di tutti e nella fermezza di intenti che la difesa dei diritti dei bambini viene prima di tutto il resto. Anche da questo punto di vista posso dire che è stato un successo perché, nonostante io non abbia fatto granché per diffonderla, la notizia della mia tesi non è rimasta tra le mura dell’Università degli Studi del Molise e, anzi, ringrazio La Croce – Quotidiano per questa opportunità».
(“La Croce”, 29.9.2015, p.3)

L'ABBRACCIO DEL PAPA ALLA VIA STRETTA


Il Papa negli Usa ha incontrato l'impiegata anti-gay. "Mi ha ringraziato per il mio coraggio"

di Mario Adinolfi
Papa Francesco ha incontrato Kim Davis, la funzionaria statunitense che per farsi obiettore di coscienza rispetto alla sentenza della Corte Suprema americana sui matrimoni gay ha pagato con il carcere. Il potere che lo Stato ha nei confronti di un funzionario pubblico peraltro eletto consentiva di sospenderla, rimuoverla, persino di licenziarla con un classica procedura di impeachement che è stata usata addirittura contro un presidente degli Stati Uniti, figuriamoci contro una oscura piccola funzionaria. Ma no. Il potere ha deciso di punire Kim Davis in maniera esemplare, abbiamo scritto su La Croce "con una logica maoista": colpirne una per educarne cento. Il Papa, senza clamore, ha dato la sua risposta a quel potere. E ha detto a Kim Davis, dopo averle donato due rosari: "Resisti". L'incontro si è concluso con un abbraccio e la donna in lacrime.
I mass media "progressisti", scandalizzati da cotanta sfrontatezza di Papa Francesco, hanno subito storto il naso. Si sa che questo Pontefice piace loro solo quando possono strumentalizzarlo. Quella Kim Davis lì, poi, l'avevano irrisa, avevano scavato nel suo privato, tirato fuori i suoi divorzi e i suoi figli da più partners. Si sa, nessuno è più moralista di chi non ha nessuna morale. Ma il Papa non è moralista. Il Papa è il Vicario di Cristo, che non a caso ha indicato nei suoi discorsi americani "la samaritana con i suoi cinque non mariti e Zaccheo il ladro" come coloro a cui far annunciare la verità. Il cristianesimo è scandalo esso stesso, così denso di puttane e pubblicani da essere sconveniente da portare in società. Il cristianesimo è una via stretta, non è la comoda strada del politically correct di Repubblica e Corriere della Sera. L'abbraccio del Papa a Kim Davis è l'abbraccio alla via stretta.
In realtà se i giornali volevano parole chiare, al di là dell'incontro riservato con l'obiettrice di coscienza, Papa Francesco ne aveva pronunciate di nettissime nella conferenza stampa sul volo di ritorno verso Roma già passata alla storia come quella su "Marino l'imbucato". Troppo attenti però alle questioni del cortile italico, i giornalisti nostrani si erano persi un lungo passaggio del Pontefice che testualmente recitava così, a chi gli chiedeva lumi proprio sul caso Kim Davis, senza nominarla: "Non posso avere in mente tutti i casi specifici, ma posso dire che l’obiezione di coscienza è un diritto. E se a una persona non si permette di fare l’obiezione di coscienza, gli si nega un diritto. In ogni struttura giudiziaria deve entrare l’obiezione di coscienza, perché è un diritto umano. Altrimenti, finiamo nella selezione dei diritti: questo è un diritto di qualità, questo no. Sempre mi ha commosso quando da ragazzo ho letto parecchie volte la Chanson de Roland, che descrive la scena dei maomettani in fila davanti al fonte battesimale o alla spada. Dovevano scegliere, non era loro permessa l’obiezione di coscienza. È un diritto umano: un funzionario di governo è una persona umana e ha quel diritto".
Cosa doveva dire di più Papa Francesco? Cosa doveva fare di più? Queste parole, questo abbraccio, confortano anche noi sulla via stretta che abbiamo scelto come linea editoriale. Avremmo potuto anche noi fare i corifei del "Papa comunista", per compiacere le letture mondane della pastorale di questo pontificato, per fare la comoda eco alle interpretazioni di Repubblica. Oppure avremmo potuto fare gli antipapisti, altra autostrada anche commercialmente proficua aperta da coloro che vedono Francesco sbagliare sempre e comunque, descrivendolo come un usurpatore. Su La Croce fin dal primo giorno abbiamo scelto di non percorrere nessuna di queste due strade larghe e comode. La nostra via stretta è stata: stiamo con Pietro, senza se e senza ma, leggendo con completezza le sue parole e raccontando con completezza i suoi atti. Mettendo in luce quelle parole che tutti gli altri media occultano. Come queste sul diritto all'obiezione di coscienza, totalmente chiare, che dicono anche di più del fisico abbraccio a Kim Davis.
Francesco ci indica la via di una Chiesa unita, che tiene insieme chi sembra distante ma non lo è, lo tiene insieme in un unico abbraccio. I mass media vogliono una Chiesa divisa, vogliono che i cattolici si guardino l'un l'altro ringhiando, inventano partiti "progressisti" e "conservatori" secondo schemi che sono i loro, non della Chiesa. Questa attività diventerà parossistica durante il sinodo sulla famiglia che si apre tra pochi giorni. Non cadiamo in questa provocazione, scegliamo ancora una volta la via stretta, quella dell'unità senza inutili polemiche. Pregheremo insieme in San Pietro alla veglia delle famiglie il 3 ottobre e da lì partiranno tre settimane di riflessioni tra fratelli che prevedono anche divergenze d'opinione, ci mancherebbe, ma non devono mai sfociare in meccanismi di delegittimazione. Uniti a Gesù e a quell'uomo vestito di bianco che ne è il rappresentante in terra, questo siamo, non dimentichiamolo mai, non dimentichiamolo in questi giorni difficili in cui come ossessi proveranno a dividerci. E invece staremo insieme, sulla via stretta. Lasciamo agli altri le autostrade del pensiero debole, della debole forza di un potere prepotente e privo di morale, quindi moralista.

Sinodo: voci dall'Africa


Vatican Insider
(Davide Maggiore) La Chiesa continentale, in vista dell’assise di ottobre sulla famiglia è prevalentemente schierata su posizioni tradizionali. Ma alcuni prelati aprono alla flessibilità, dal Ghana al Sudafrica. “Al Sinodo l’Africa parlerà con una voce sola”. Lo aveva affermato mons. Gabriel Mbilingi, arcivescovo di Lubango, in Angola, e presidente del Simposio delle Conferenze episcopali d’Africa e Madagascar (Secam) chiudendo l’11 giugno scorso ad Accra un incontro dedicato dai vescovi del continente alla prossima assise della Chiesa sui temi della famiglia. (...)




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Robert Sarah: "L'ostia ai divorziati tradisce il Vangelo, la Chiesa non può ribellarsi a Dio" 
 La Repubblica 
(Paolo Rodari)  Da poco meno di un anno prefetto della Congregazione per il culto divino su nomina di Francesco, il cardinale africano Robert Sarah ha dato alle stampe, oltre al volume anticipato da Repubblica sui temi del Sinodo (al via il 4 ottobre) scritto assieme ad altri 10 cardinali, il libro "Dio o niente. Conversazioni sulla fede con Nicolas Diat" (Cantagalli). (...)

Somiglianze e differenze con la «Laudato si’». Come l’islam si prende cura del creato.



La dichiarazione di Istanbul

(Damian Howard) Anticipiamo, dalla «Civiltà cattolica» del 10 ottobre prossimo, ampi stralci di un articolo in cui vengono analizzate somiglianze e differenze tra l’enciclica Laudato si’ e il pensiero musulmano in campo ecologico, così come emerge dalla Dichiarazione islamica sul cambiamento climatico redatta al termine di un simposio internazionale che si è tenuto a Istanbul il 17 e il 18 agosto scorsi.
Poiché l’islam è la seconda religione al mondo per diffusione, è particolarmente significativo che nell’agosto 2015 a Istanbul sia stata resa pubblica una «Dichiarazione islamica sul cambiamento climatico». Si tratta di un evento che va nella giusta direzione e va accolto con favore. La diffusione geografica dell’islam è vasta. Molti dei principali Paesi produttori di petrolio si trovano nelle sue roccaforti arabe, mentre alcuni dei Paesi più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, in particolare il basso Bangladesh e l’Indonesia, costituiscono nuclei principali della popolazione musulmana.
Il pensiero musulmano in campo ecologico non è affatto nuovo. Ad apportare un contributo notevole alla preoccupazione ecologica globale è stato uno studioso americano-iraniano, il professor Seyyed Hossein Nasr, attualmente nella George Washington University di Washington d.c., che ha aperto il Simposio di Istanbul. Nasr ha scritto su questo argomento fin dall’inizio degli anni Sessanta e ha ispirato generazioni di musulmani a considerare quella che egli reputa la sensibilità ecologica intrinseca alla visione musulmana del mondo.
La crisi ecologica è, per lui, la più grave manifestazione del tragico allontanamento dell’occidente dalla forma sacra e tradizionale della civiltà che era stata fino ad allora la norma universale. Nasr concorderebbe certamente con Papa Francesco che la crisi ambientale non è un mero problema tecnico, ma il segno di un profondo disordine nel modo in cui gli uomini e le donne moderni concepiscono il loro rapporto con il mondo naturale.
Tuttavia, al di là del significativo terreno comune dell’obiezione di principio rispetto alla visione antropologica sottesa a molte delle pratiche e delle convinzioni della modernità, i cattolici prendono una rispettosa distanza da una posizione che in qualsiasi manifestazione della scienza e della tecnologia moderna vede soltanto un tracollo morale e spirituale. L’enciclica Laudato si’ si guarda bene dal far propria quest’ultima linea, e presenta piuttosto una valutazione equilibrata dei successi e dei mali di tutto il mondo moderno. Sebbene il Papa desideri vedere il cambiamento di questo mondo, tuttavia non ne auspica la rovina, bensì una espressione nuova e radicale, al suo interno, del nostro rapporto creaturale con il cosmo.
Per i cristiani, il testo biblico che racchiude la vocazione umana nel creato è il racconto della creazione contenuto nella Genesi. Gli esseri umani vi vengono descritti come fatti a immagine di Dio, un privilegio costitutivo che comprende il dominio sulle altre creature (cfr. Genesi, 1, 26-28). La Laudato si’ chiarisce ciò che questo comporta ed esclude, e Papa Francesco parla di un antropocentrismo disordinato che ha interpretato il mandato divino in termini di dominio e di sfruttamento piuttosto che di custodia e di cura, che in effetti esso comporta.
La visione coranica può sembrare simile. Il motivo antropologico essenziale compare nel versetto 35 della seconda sura del Corano, al-Baqara, dove Dio annuncia la sua intenzione di creare sulla terra un khalifa, tradotto di solito con il termine “vicegerente”. Questa figura potrebbe richiamare la funzione dell’imago Dei della Genesi, ovvero di rappresentare il dominio di Dio sulla terra. Inoltre il Corano parla degli esseri umani come di destinatari di «compiti fiduciari» da parte di Dio, un dono le cui implicazioni sono state interpretate come cura e custodia della creazione.
Il terreno comune tra le due religioni è sorprendente, ma lascia irrisolte molte questioni. Che cosa significa «rappresentare» il governo di Dio sulla creazione? In che modo gli esseri umani sono chiamati a svolgere il loro ruolo voluto da Dio? Anzi, possono farlo? Le dottrine di imago Dei e khalifa definiscono le risposte meno di quanto inquadrino le domande. L’insegnamento di Papa Francesco nella Laudato si’ delinea una risposta. La sua visione antropologica si concentra sulla parola “cura”, che compare decine di volte nell’enciclica. La cura comporta forti connotazioni affettive, che mettono in primo piano la necessità, per gli esseri umani, di non limitarsi ad assolvere a un dovere morale, ma piuttosto di sentirsi profondamente coinvolti in ciò di cui sono responsabili. La cura non soltanto sottolinea la nostra interconnessione a ogni livello con il mondo naturale, ma è la virtù fondamentale, necessaria per onorarlo. La dignità umana, nella Laudato si’, è concepita in relazione al valore intrinseco di altri esseri creati, non come qualcosa da affermare o negare in sé. Infatti, afferma il Papa, è proprio nell’onorare e rispettare «le leggi della natura e i delicati equilibri tra gli esseri di questo mondo» che l’umanità svolge il suo ruolo di imago Dei.
Alla luce della limpida riflessione ecologica di Papa Francesco, questo fatto ci ricorda che l’islam, in virtù dell’esigenza esclusiva e assoluta del suo monoteismo, è effettivamente riuscito a evitare la trappola dell’antropocentrismo disordinato in cui è caduto un certo pensiero occidentale. In effetti i musulmani in generale sperimentano un tale antropocentrismo e la crisi morale che ne deriva non come scorie della loro storia, ma come un’intrusione estranea che li ha investiti attraverso il passato del colonialismo e il presente della globalizzazione.
Tenendo presente questo, ci accostiamo alla Dichiarazione rilasciata nell’agosto scorso. Una prima cosa da notare fin dal titolo è che essa ha un unico obiettivo: la questione del cambiamento climatico. Altre questioni ecologiche sono citate di sfuggita, ma sono secondarie. Si tratta probabilmente di una scelta strategica: il documento mira a esercitare un impatto sui lavori della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si terrà a Parigi nel dicembre 2015. Il preambolo della Dichiarazione delinea i fattori che hanno portato alla stesura del documento. Prende le mosse dall’affermazione dottrinale che Dio ha creato il mondo e poi passa all’asserzione che il pianeta «esiste da miliardi di anni». Questa accettazione della grande età della terra è degna di nota. Nel mondo musulmano la teoria dell’evoluzione è ancora controversa. Sebbene molte migliaia di scienziati musulmani lavorino nel contesto di discipline fondate sulle teorie darwiniane, resta il fatto che la posizione abituale tra i capi religiosi tende a essere quella del creazionismo.
Il paragrafo successivo dà un’interpretazione teologica del fenomeno del cambiamento climatico: esso è il risultato del nostro fallimento esistenziale nell’assolvere al nostro dovere umano di curare e tutelare il creato, cioè al nostro ruolo di khalifa di Dio sulla terra. Invece di coltivare il dono del mondo, lo abbiamo danneggiato e ne abbiamo abusato. Il testo parla, in termini analoghi alla Laudato si’, dell’«equilibrio delicato della terra» e del nostro essere «inseriti nel tessuto del mondo naturale». Seguono alcuni paragrafi in cui si mette in evidenza la gravità della situazione attuale e si esprime allarme rispetto a quanto poco è stato fatto in vista di una sua soluzione. Segue una serie di affermazioni dottrinali. Per la maggior parte sono semplici espressioni coraniche della signoria di Dio sulla creazione. Assieme tessono un contesto complessivo finalizzato ad affermare che la cura per l’ambiente è una preoccupazione intrinseca dell’islam. Tutti i musulmani, in particolare i sunniti, vedono nei comportamenti del profeta Maometto la parola definitiva sulla giusta condotta. È inevitabile che il suo comportamento debba essere invocato a sostegno delle affermazioni della Dichiarazione. Alcuni suoi tratti vengono richiamati come una guida per riportarci indietro verso l’armonia. Il testo cita la semplicità dello stile di vita di Maometto (tra cui il suo parco uso di carne), la sua raccomandazione di proteggere le scarse risorse del deserto come l’acqua, e la sua costruzione di santuari per la protezione della vita animale e vegetale.
La Dichiarazione si conclude con una serie di appelli: ai negoziatori della Conferenza delle Nazioni Unite a Parigi, ai quali chiede di condurre quei colloqui a una conclusione soddisfacente; ai Paesi ricchi, che vengono esortati a farsi carico in parte preponderante dell’onere finanziario della graduale eliminazione dei combustibili fossili a vantaggio dei poveri; a persone di tutte le nazioni, incoraggiate a rinunciare ai combustibili fossili e ad adottare piuttosto le fonti di energia rinnovabile e a elaborare un nuovo modello di benessere che non danneggi il pianeta. Come l’impatto dell’enciclica Laudato si’ dipende dal modo in cui i fedeli cattolici la prenderanno a cuore e la utilizzeranno per fare un’utile pressione su coloro che li rappresenteranno a Parigi, allo stesso modo la Dichiarazione islamica ha bisogno che molti fedeli musulmani facciano altrettanto.

L'Osservatore Romano

L'otto per mille di Eugenio Scalfari.... ed atre amenità.



Colpo di teatro, ieri sera, a “di martedì” su La7: il fondatore di “Repubblica” Eugenio Scalfari, dinanzi a un divertito Giovanni Floris ha rivelato di aver sottoscritto, per la prima volta in vita sua, l’otto per mille a favore della Chiesa cattolica. Confermandosi rigorosamente “miscredente”, Scalfari ha motivato la sua scelta collegandola al Pontificato di Bergoglio, “un Papa più laico dello stesso Stato” e che combatte il temporalismo della Chiesa. E poi un Papa profetico e rivoluzionario. Motivazioni sufficienti per il laicissimo Scalfari per fidarsi della Chiesa cattolica. Quella Chiesa che con i fondi dell’otto per mille destinati dagli italiani va in soccorso dei poveri in Italia e nel mondo e supplisce, di fatto, a un welfare sempre più traballante. 
Cosa dire della scelta del “miscredente” Scalfari? Benvenuto in quell’esercito di milioni di italiani che da decenni si fidano della Chiesa e le affidano una piccolissima parte delle loro tasse destinate non solo alle esigenze di culto, ma soprattutto ad alleviare, per mille strade, le sofferenze dei poveri. Che stanno a cuore al Papa come a tutti i credenti. E ai laici, laicisti e laicissimi in buona fede.

http://www.agensir.it/

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Caso Marino, in onda la telefonata del finto Renzi a monsignor Paglia: "Il Papa era furibondo" 
 La Repubblica 
Padre Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, ridimensiona la vicenda ma M5s attacca: "Chi ha pagato il viaggio in Usa?". Poi in radio la ricostruzione è impietosa: "Il numero 1 era imbestialito", "Sì, il sindaco Marino si era un pò imbucato" (...)

Mercoledì della XXVI settimana del Tempo Ordinario



L’attualità piena di ciò che siamo 
è possibile solo in vista di un’altra presenza, 
di un altro essere che ha la virtù di porci in esercizio, in atto…
E come sarebbe possibile uscire da sé… 
a meno di non essere irresistibilmente innamorati?

Maria Zambrano, Filosofia y Poesia

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Dal Vangelo secondo Luca 9,57-62. 

Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». 
Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». 
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre». 
Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e annunzia il regno di Dio». 
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa». 
Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio». 

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Con il volto duro del Servo, Gesù cammina sulla strada che lo conduce alla tomba dove è precipitato il figlio prodigo. Non c'è tempo, deve tirarlo fuori da quella disperazione che può diventare, da un momento all'altro, dannazione eterna, esilio senza fine. Gesù, infatti, è il Figlio "adatto", letteralmente "ben messo" per il Paradiso, inviato dal Padre a tutti quelli che, come il figlio minore della famosa parabola, hanno abbandonato la sua casa. Ingannati dalla menzogna del demonio che li ha fatti credere "ben messi" per altre dimore, non hanno ritenuto "adatto" a loro il Regno dei Cieli; ma hanno dovuto sperimentare di "non poter reclinare il capo" in nessun luogo: le "tane" dell'astuzia e della malizia umana e i "nidi" delle sicurezze pagane e dei criteri mondani si sono rivelate dimore inospitali, trasformandosi ben presto in tombe dove i "morti" che non hanno risposte per il male, il peccato e la morte, "seppelliscono i loro morti", e quindi anche il figlio prodigo. Un pochino come accaduto a Pinocchio, finito nella pancia della balena... Ma il Padre non ha mai smesso di seguire quel suo figlio che si stava perdendo; la compassione irrefrenabile per ogni uomo che ha creato nella libertà e nella libertà si è allontanato, si è fatta carne nel Figlio Unigenito - cuore del suo cuore, occhi dei suoi occhi, mani delle sue mani, piedi dei suoi piedi - inviato a camminare sulle sue tracce per raggiungerlo con l'amore capace di farlo rientrare in se stesso. Per questo il brano del Vangelo di oggi descrive innanzitutto il cammino d'amore di Dio alla ricerca della pecora perduta, che ciascuno di noi, raggiunto e issato sulle sue spalle, è chiamato a percorrere con la Chiesa. Il discepolo, infatti, è Cristo stesso che, in ogni generazione, corre verso l'umanità schiava del peccato e della morte. Ascolta le parole del Vangelo e scoprirai di essere l'unica priorità di Gesù; per salvarti non ha ritenuto il suo essere Figlio di Dio, una preda gelosa da difendere, ma si è svuotato di tutto sino a reclinare il capo sulla stessa Croce dove, tuo malgrado, la storia ti ha inchiodato. Nel Getsemani ha preferito te a se stesso, il calice amaro dei tuoi peccati piuttosto che la coppa dolce dell'intimità con il Padre; si è lasciato seppellire nella tomba dove i falsi profeti a cui hai dato ascolto ti hanno tumulato. 

La vita di Gesù è stata dunque il cammino deciso e senza compromessi dell'amore infinito del Padre per ogni figlio perduto e morto; l'amore deposto accanto a ciascuno di loro, a te e a me, per farci convertire, tornare cioè in quella parte di noi incorrotta dove la misericordia desta la nostalgia per l'unica casa per la quale siamo "adatti". In questa luce comprendiamo allora come le tre persone che appaiono oggi accanto a Gesù lungo la strada, sono in fondo l'unico figlio raggiunto su quella via e salvato dalla morte. Ovvi allora l'entusiasmo e la gratitudine che generano il desiderio di seguire il Signore, di stare "appiccicati" a Lui. Ma questo desiderio ha bisogno di purificazione, come quello di Pietro che, sedotto da Gesù, si era detto pronto a morire con Lui. No fratelli, è Lui che ci chiama a seguirlo perché ogni giorno scende nella nostra realtà dove non abbiamo da mangiare neanche il cibo dei porci, seppelliti nelle tane fetide dei peccati dai maestri e dagli idoli "morti" di questo mondo. Seguire Gesù è, infatti, uscire ogni giorno dietro a Lui dal sepolcro, imparando a non guardare a noi stessi e al nostro passato, illudendoci di poter "congedarci" in modo soft da persone e cose. Il discepolo è l'uomo della Pasqua, non può che nutrirsi del pane della fretta, non ha luogo dove riposare; è attratto in un esodo che lo strappa alla schiavitù con un popolo che mostrerà al mondo il destino di libertà preparato per ogni uomo. Per questo si lascia alle spalle gli Egiziani, non ha tempo per guardarsi indietro come fece la moglie di Lot: con Cristo si risuscita e basta, senza guardare Sodoma che ci ha distrutto la vita. Dagli i tuoi peccati, come disse Gesù a San Girolamo, senza tenerne neanche uno per te; diventerebbe un seme di nostalgia che ti spingerebbe a guardare al passato con rammarico per la morte lasciata alle spalle, e resteresti pietrificato in una statua di sale, a mezza strada tra sepolcro e resurrezione. Gesù ci ha raggiunti e, come Elia con Eliseo, ha steso il lembo del suo mantello di misericordia che ha dissolto le opere morte per rivestirci di se stesso. Anche oggi Gesù viene a liberarci, e proprio questo fa di noi i suoi discepoli: la nostra missione, infatti, è fondata sul suo amore gratuito, e si realizza seguendo il Signore sul cammino di conversione che ci riporta a casa. Questa via è, nello stesso tempo, quella che ci conduce a coloro ai quali siamo inviati, a casa, al lavoro, ovunque. La nostra conversione - ovvero il nostro seguire Gesù - fa dell'altro e della sua salvezza la nostra priorità, ci libera dalle sicurezze e dai ricorsi mondani, per reclinare con Lui il nostro capo sulla Croce che ci fa tutto a tutti, la croce di tuo figlio..., per annunciare la Buona Notizia del Regno di Dio preparato per ogni uomo.       

La fede non si piega ai segni dei tempi



Tre Papi. La mia vita

Libro di   Paul Josef Cordes


€ 29,00€ 24,65-15%

L'avventura umana e spirituale del cardinale Paul Josef Cordes, dall'infanzia in Germania durante la seconda guerra mondiale all'approdo in Vaticano. Un arco di tempo attraversato dal regno di tre pontefici ? Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco ? che il cardinale ha avuto modo di conoscere personalmente e di cui riporta interessanti aneddoti. «Negli ultimi decenni Dio ha donato come Papi alla sua Chiesa uomini di straordinario irraggiamento. A chi è stato concesso un rapporto personale con loro, la Chiesa non appare più come un'istituzione incrostata di inaccessibili funzioni. Egli si rende conto che coloro che la supportano sono uomini e che l'intreccio di rapporti della Chiesa ha qualità personale». Paul Josef Cordes


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L’affondo di Cordes: «La fede non si piega ai segni dei tempi. Sciogliere il matrimonio è una bizzarria»
di Lorenzo Bertocchi


Il cardinale tedesco Paul Josef Cordes, presidente emerito del Pontificio consiglio Cor Unum, è uno degli undici cardinali che hanno collaborato al libro Matrimonio e famiglia, in uscita in questi giorni per le edizioni Cantagalli. Il contributo del porporato tedesco ha un titolo che richiama un discorso di Benedetto XVI del 2009 alla Plenaria della Congregazione per il Clero, quando esortava i pastori «alla comunione con l'ininterrotta Tradizione ecclesiale, senza cesure, né tentazioni di discontinuità». Nel suo intervento il cardinale Cordes si occupa in particolare di quel tema che tanto ha movimentato il dibattito sinodale e che riguarda il possibile accesso dei divorziati risposati alla eucaristia. Un tema che, parafrasando il titolo, rischia davvero di generare “cesure e discontinuità” nel sinodo che sta per iniziare. Di questo argomento si parlerà anche oggi, 30 settembre, a Roma nel convegno internazionale "Permanere nella verità di Cristo", co-organizzato da La Nuova Bussola Quotidiana.
Eminenza, a proposito della eucaristia per i divorziati risposati, la Chiesa tedesca da tempo si impegna per risolvere il problema. Al Sinodo delle diocesi della Repubblica Federale Tedesca del 1972-1975 si cercava la “scappatoia della misericordia”. Cosa può insegnare la storia alla chiesa tedesca di oggi?
«Siccome in quel periodo ero il referente per la sezione pastorale nella segreteria della Conferenza Episcopale Tedesca, ho ben presente quello che è accaduto. La Plenaria del Sinodo durante le consultazioni sul tema “Matrimonio e Famiglia” aveva formulato un voto: chiedere alla Santa Sede la possibilità dell'accesso dei divorziati–risposati ai sacramenti. Una commissione di vescovi e di professori universitari progressisti dovevano formulare tale voto. Io ero segretario della commissione. Abbiamo discusso diverse volte l'argomento, ma non riuscivamo a produrre un testo che fosse presentabile: se le formulazioni del Nuovo Testamento e dei Concili dovevano rimanere per noi vincolanti, non si sarebbe trovata nessuna “scappatoia della misericordia”. Inoltre, ci venivano degli scrupoli: quali conseguenze avrebbe provocato per i matrimoni in crisi una nuova disciplina pastorale, che avrebbe permesso ai divorziati-risposati l'accesso alla Comunione? Non avrebbe finito per indebolire la volontà di rimanere fedeli nei momenti di tensione coniugale?»
Il vescovo di Osnabruk, monsignor Franz-Josef Bode, alla plenaria della Conferenza episcopale tedesca del febbraio 2015 ha parlato della necessità di un «cambio di paradigma». Nella pastorale famigliare, secondo Bode, si dovrebbe prestare maggiore attenzione ai cosiddetti “segni dei tempi”. La vita e la storia come fonte della fede?
«Il tentativo di armonizzare l'esperienza di vita dell'uomo con la fede, è motivato senza dubbio da un grande intuito pastorale. Tuttavia, la cura pastorale si perverte in un'illusione rovinosa, se dai “segni dei tempi” vengono dedotti contenuti di fede. Durante l'elaborazione della Costituzione La Chiesa e il mondo contemporaneo del Vaticano II (Gs) questo aspetto occupò i padri conciliari, ed il teologo conciliare Joseph Ratzinger riferisce in modo dettagliato il rifiuto di una tale teoria teologica. La discussione girava intorno alla rilevanza in termini di fede del fenomeno sociale ed ecclesiale e si fermava sull'espressione biblica “segni dei tempi”: Vediamo o sentiamo in questi segni l'indicazione o la voce di Dio? Possiamo interpretarli come verità teologica? Nelle discussioni poi venne rifiutato categoricamente di rintracciare questi “segni dei tempi” nella vita degli uomini come “fonte della fede” - come era stato formulato inizialmente da Gs nr. 11. Occorreva piuttosto discernere tali segni. In questo modo i padri conciliari spiegavano che nuovi avvenimenti e bisogni dei cristiani che si presentavano servivano ai pastori della Chiesa come impulso, e dovevano essere letti alla luce della fede, provati, e occorreva rispondervi a partire dalla verità della Rivelazione. I padri hanno escluso di proposito il cortocircuito penoso, secondo cui un fenomeno che sfida la Chiesa diventerebbe già per se stesso una fonte della fede (locus theologicus); ciò è stato da loro spiegato in modo approfondito. A questo proposito si può ricordare che Joseph Ratzinger descrive in modo dettagliato, come i padri conciliari hanno affrontato questa questione nel commentario al nr. 11 della Costituzione Gs, nel Lexikon für Theologie und Kirche (XIII, Freiburg 1968.) D'altronde la stessa Costituzione del Concilio sulla “Divina Rivelazione” non lascia alcun dubbio sul fatto che la Chiesa cattolica deve la sua fede solamente alla Sacra Scrittura e all'insegnamento della Chiesa (Cfr. H. de Lubac, Die göttliche Offenbarung, Einsiedeln 2001, 140 ss.). La Parola di Dio, interpretata dall'insegnamento della Chiesa cattolica, è pertanto la pietra, che dà alla Chiesa il fondamento sicuro (cfr. Lc 6,47 ss.). La cosiddetta ortoprassi o la “mistica del popolo” sono sempre imbevuti dello “spirito del mondo” (cfr. Rm 12,2) e oscurano la verità della fede».
Leggendo il suo contributo nel libro degli 11 cardinali colpisce il titolo di un paragrafo: “Scurrilità”. Mi scusi la domanda: ma a chi e a cosa si riferisce?
«Il senso esatto della parola italiana “scurrilità” non mi è familiare. In tedesco chiamiamo “skurril” ciò che è strano e bizzarro. La volontà sfrenata di annacquare l'indissolubilità del matrimonio seduce anche professori universitari a proferire astrusità teologiche. Vorrei dimostrarlo con due citazioni. Le ho trovate in un volume pubblicato da Herder-Verlag (G. Augutin/I. Proft (Hg.), Ehe und Familie. Wege zum Gelingen aus katholischer Perspektive, Freiburg 2014). In un contributo l'ordinario di una facoltà cattolica è a favore di un secondo matrimonio dopo il divorzio, a motivo della “sacramentalità generativa, che toglie il limite al sacramento del matrimonio. Il primo matrimonio sacramentale continua ad esistere, ma la rottura fattiva non demolisce il carattere indistruttibile della promessa di fedeltà di Dio, ma mette in azione nuovamente la Sua promessa...” (391).  Con questa speculazione il “secondo matrimonio” viene interpretato come una specifica fonte di grazie! Un altro insegnante universitario cattolico utilizza un passaggio dell'Apostolo delle genti ai Corinzi, per ammettere la possibilità della ricezione indegna del Corpo di Cristo. Mentre Paolo spinge a esaminare se stessi minacciando diversamente il castigo - “Perchè chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore mangia e beve la propria condanna.  É per questo che tra voi ci sono molti malati e infermi e un buon numero sono morti” (1 Cor. 11,29 ss). Il professore rovescia il senso dell'apostolo, facendogli dire che consiglia la Comunione indegna, perchè essa “non porta alla condanna, ma alla salvezza” (418). Veramente una interpretazione sbalorditiva!».