domenica 31 gennaio 2016

IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) — 31 gennaio 2016. Ambientale e commento al Vangelo.

Croce

Nella quarta Domenica del Tempo ordinario, la liturgia ci presenta il Vangelo che racconta lo sdegno degli abitanti di Nazaret di fronte alle parole di Gesù che in sinagoga annuncia la sua missione:
“Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino”.
Gesù, nella sinagoga di Nazaret, ha proclamato la missione affidatagli dal Padre in favore dei poveri e degli oppressi; la risposta della sua gente, pur meravigliata “delle parole di grazia che escono dalla sua bocca”, è di giudizio e di chiusura, così da rendere inutile la Sua presenza in mezzo a loro. A Gesù che afferma con autorità: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”, la risposta di chi pensa di conoscerlo è: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. “Ma che sta dicendo?”. “Ma chi si crede di essere!”. E lo cacciano fuori dalla città, pronti a precipitarlo giù da un burrone e a farla finita con lui. E’ una pagina del Vangelo molto importante anche per noi oggi: noi abbiamo i nostri progetti e le nostre idee, il nostro modo di concepire quello che è giusto o ingiusto: pretendiamo di sapere molto bene come il mondo deve andare avanti. Non vogliamo un Dio che compie la sua promessa, la sua “storia di salvezza”, che ci chiama a conversione, ad uscire dalle nostre idolatrie, a metterci in cammino sulle sue strade; cerchiamo un “dio” a nostro uso e consumo, che mandi avanti il mondo e le cose che noi vogliamo. E siamo pronti a ricorrere ad “altri santi”, ad altri “maghi”, perché la storia sia come piace a noi! Ed anche oggi tanti fedeli – ed anche non fedeli – sono pronti a precipitare Gesù dal ciglio del monte pur di non aver a che fare con una parola troppo scomoda, troppo diversa (cf T. Federici). Ecco: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”… E noi – tu ed io – dove siamo? Dove ci trova questa parola del Signore? (Pasotti)
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La Patria di Gesù è la Croce

In quel sabato nella sinagoga di Nazaret, era esplosa una bomba: Gesù, il figlio di Giuseppe il carpentiere, l’aveva lanciata nel mezzo dell’assemblea di cui aveva fatto parte tante volte; quel ragazzo che tutti conoscevano aveva appena annunciato che la profezia ascoltata si era compiuta proprio in Lui, proprio in quell’oggi.
E che reazione all’ascolto di una cosa simile! E che mistero l’operare di Dio, lasciare trent’anni il suo Figlio inviato per salvare l’umanità nel semplice e umile nascondimento di Nazaret, a vivere una vita normalissima, mescolata a quella dei suoi compatrioti. I Vangeli registrano un solo segno all’alba della dell’incarnazione, anch’esso segreto e serbato nel cuore della Vergine Maria. E sospetti, giudizi e dolore per quella giovane Madre. Poi più nulla, giorni uguali a quelli di ogni altro abitante di Nazaret, sino a quel sabato quando dalla bocca di Gesù è esplosa la bomba di una notizia sconvolgente. 
Dio, infatti, ha voluto avvolgere di mistero l’identità del Figlio per svelare il mistero del cuore dell’uomo. La carne ed il sangue, da soli, non possono vedere Dio e non morire: “Troppo grande è la forza di verità e di luce! Se l’uomo tocca questa corrente assoluta, non sopravvive” (Benedetto XVI, Catechesi all’Udienza generale del 5 maggio 2010). Per vedere Dio e sopravvivere occorre un cuore puro. Da esso, come da una fonte intima, deve scaturire un’acqua pura capace di irrigare i sensi, la ragione e gli affetti per riconoscere le sembianze di Dio nelle persone e negli eventi.
Per i concittadini di Gesù si trattava dunque di una questione di cuore, qualcosa che muove la ragione e la sospinge verso un abbraccio che accolga, riconosca, ami davvero. Avevano vissuto con Gesù, ma in fondo per loro era rimasto indifferente; anni passati a contatto con Lui ma non lo avevano amato, e per questo non avevano potuto cogliere il suo mistero, che anzi li aveva scandalizzati generando in loro ira e violenza.
Gesù, nel suo mistero, si rivela profeta e profezia, ed è rifiutato. I “figli dello stesso padre” – la parola patria, in greco come in latino e in italiano deriva da padre – non lo possono afferrare e possedere attraverso la carne e il pensiero, perché Egli passa e sfugge ad ogni dominio; l’occhio del loro cuore è impuro, paralizzato sulla soglia del mistero. Accoglierlo significherebbe riconoscere la propria debolezza, il bisogno di purificazione e perdono, umiliarsi e inchinarsi di fronte a qualcosa di più grande, sconosciuto, che nel rivelarsi illumina e sazia. Riconoscerlo nel suo mistero significherebbe riconoscersi peccatori.
Non è dunque la familiarità sociale o di sangue che determina la conoscenza. La vedova di Zarepta e Naaman il Siro erano pagani, eppure hanno visto Dio, perché l’indigenza e il bisogno ne avevano purificato il cuore. Può vedere Dio solo l’occhio purificato dal crogiuolo della sofferenza.
La vera Patria di Gesù non è la Nazaret geografica e i “suoi” non sono quelli che vi sono nati: la Patria di Gesù è la Croce e i suoi compatrioti sono i peccatori. Per loro si è fatto peccato, con loro ha condiviso il destino di morte per trasformarlo in destino di perdono e di vita. E’ questo il mistero celato in Gesù di Nazaret, il Messia sofferente, il Servo di Yahwè umiliato, disprezzato, rifiuto degli uomini, l’agnello che si è caricato di ogni iniquità. 
Anche noi all’apparire del mistero che avvolge chi ci è vicino, temiamo e ci difendiamo chiudendoci a riccio, rifiutando ciò che sfugge ai nostri criteri collaudati. Amare il mistero celato nell’altro infatti è la condizione perché egli entri a far parte di noi stessi, ci stupisca e coinvolga nel prodigio di cui è profezia. L’amore per il mistero è la condizione per la castità, dei sentimenti come della carne, porta dischiusa alla purezza del cuore capace di vedere trasfigurata la realtà.
Si può vivere anni accanto ad una persona, alla moglie, al marito, ai figli, e non aver amato neanche per un giorno il mistero che li avvolge. Siamo indisponibili ad accogliere quanto potrebbe sconvolgere le nostre esistenze, preferiamo presidiare il poco che abbiamo tra le mani, esaltandolo a criterio e verità assoluti. Ci illudiamo di conoscere, mentre ci sforziamo di possedere nella speranza di non perdere quanto vorremmo che ci saziasse.
E così ci ritroviamo a spingere l’altro sul “ciglio del monte per buttarlo nel precipizio”, nell’estremo tentativo di far tacere quel mistero che bussa, tenace, alla porta del nostro cuore. L’esito di ogni possesso infatti, è l’omicidio dell’altro: moglie, marito, chiunque interpelli il nostro cuore, ci svela indigenti e inadeguati, peccatori. Il mistero racchiuso nel prossimo è una chiamata all’amore, e ne siamo sprovvisti. 
Abbiamo bisogno di un cuore contrito e umiliato, un cuore puro capace di vedere Dio nell’amore incarnato in suo Figlio. Paradossalmente, un cuore puro è un cuore che riconosce d’essere malato, sentina di vizi e fonte di peccato. E lì, nella realtà, riconoscere in Gesù il fratello, il compatriota che ha condiviso la nostra patria di morte.
Per il nostro cuore “vedovo e lebbroso” è preparato quest’oggi nel quale Gesù ci annuncia di nuovo la Buona Notizia, la profezia che viene a compiere il Profeta nella sua Patria. In ogni persona che si affaccia all’uscio del nostro cuore è nascosto il mistero di Cristo mendicante i nostri peccati; Egli desidera l’unico linguaggio d’amore di cui siamo capaci, quello di chi, vedovo e impuro, può solo inginocchiarsi e consegnargli la propria infermità, per ricevere la sua misericordia rigenerante. 
Gesù mendica e dona nello stesso momento. Vedere il Messia, il Salvatore, l’amore di Dio nell’altro significa dunque incamminarsi con Lui sul sentiero della Croce, sulla quale consegnargli i nostri peccati, scoprendo in essa la Patria d’amore dove, amati, impariamo ad amare: “Il vedere si realizza nella sequela, che significa vivere nel luogo dove Gesù dimora. Questo luogo è la sua passione, qui soltanto è presente la sua gloria. Che cos’è accaduto? L’idea del “vedere” ha assunto una dinamica insospettata. Si vede prendendo parte alla passione di Gesù. Acquista così tutto il suo alto significato la profezia: “Guarderanno a colui che hanno trafitto”. Vedere Gesù, vedendo in lui allo stesso tempo il Padre, è un atto dell’intera esistenza” (Joseph Ratzinger).
Lo abbiamo trafitto, anche questa settimana; ma ci è data la possibilità di vedere nelle sue ferite la Vita che Egli ci ha offerto ancor prima che gliela strappassimo; oggi possiamo guardare lo Sposo che viene nella sua Patria e accoglierlo perché la trasformi in un giardino di delizie, colmo di frutti maturi, l’amore che vince morte e peccato.

L'Angelus del Papa: attenzione alla "tentazione di considerare la religione come un investimento umano...

L'Angelus del Papa: attenzione alla "tentazione di considerare la religione come un investimento umano e, di conseguenza, mettersi a “contrattare” con Dio cercando il proprio interesse"


"Nessuna condizione umana può costituire motivo di esclusione dal cuore del Padre, e che l’unico privilegio agli occhi di Dio è quello di non avere privilegi, di essere abbandonati nelle sue mani."

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
L’odierno racconto evangelico ci conduce ancora una volta, come domenica scorsa, nella sinagoga di Nazaret, il villaggio della Galilea dove Gesù è cresciuto in famiglia ed è conosciuto da tutti. Egli, che da poco tempo se n’era andato per iniziare la sua vita pubblica, ritorna ora per la prima volta e si presenta alla comunità, riunita di sabato nella sinagoga. Legge il passo del profeta Isaia che parla del futuro Messia e alla fine dichiara: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). I concittadini di Gesù, dapprima stupiti e ammirati, poi cominciano a fare la faccia storta, a mormorare tra loro e a dire: perché costui, che pretende di essere il Consacrato del Signore, non ripete qui, nel suo paese, i prodigi che si dice abbia compiuto a Cafarnao e nei villaggi vicini? Allora Gesù afferma: «Nessun profeta è bene accetto nella sua patria» (v. 24), e si appella ai grandi profeti del passato Elia ed Eliseo, che operarono miracoli in favore dei pagani per denunciare l’incredulità del loro popolo. A questo punto i presenti si sentono offesi, si alzano sdegnati, cacciano fuori Gesù e vorrebbero buttarlo giù dal precipizio. Ma Lui, con la forza della sua pace, «passando in mezzo a loro, si mise in cammino» (v. 30). La sua ora non  era ancora arrivata.
Questo brano dell’evangelista Luca non è semplicemente il racconto di una lite tra compaesani, come a volte avviene anche nei nostri quartieri, suscitata da invidie e da gelosie, ma mette in luce una tentazione alla quale l’uomo religioso è sempre esposto- tutti noi siamo esposti - e dalla quale occorre prendere decisamente le distanze. E qual è questa tentazione? E’ la tentazione di considerare la religione come un investimento umano e, di conseguenza, mettersi a “contrattare” con Dio cercando il proprio interesse. Invece, nella vera religione, si tratta di accogliere la rivelazione di un Dio che è Padre e che ha cura di ogni sua creatura, anche di quella più piccola e insignificante agli occhi degli uomini. Proprio in questo consiste il ministero profetico di Gesù: nell’annunciare che nessuna condizione umana può costituire motivo di esclusione - nessuna condizione umana può essere motivo di esclusione! - dal cuore del Padre, e che l’unico privilegio agli occhi di Dio è quello di non avere privilegi. L’unico privilegio agli occhi di Dio è quello di non avere privilegi, di non avere padrini, di essere abbandonati nelle sue mani.
«Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato (Lc 4, 21). L’“oggi”, proclamato da Cristo quel giorno, vale per ogni tempo; risuona anche per noi in questa piazza, ricordandoci l’attualità e la necessità della salvezza portata da Gesù all’umanità. Dio viene incontro agli uomini e alle donne di tutti i tempi e luoghi nella situazione concreta in cui essi si trovano. Viene incontro anche a noi. E’ sempre Lui che fa il primo passo: viene a visitarci con la sua misericordia, a sollevarci dalla polvere dei nostri peccati; viene a tenderci la mano per farci risalire dal baratro in cui ci ha fatto cadere il nostro orgoglio, e ci invita ad accogliere la consolante verità del Vangelo e a camminare sulle vie del bene. Lui viene sempre a trovarci, a cercarci. 
Torniamo nella sinagoga. Certamente quel giorno, nella sinagoga di Nazaret, c’era anche Maria, la Madre. Possiamo immaginare le risonanze del suo cuore, un piccolo anticipo di quello che soffrirà sotto la Croce, vedendo Gesù, lì in sinagoga, prima ammirato, poi sfidato, poi insultato, minacciato di morte. Nel suo cuore, pieno di fede, lei custodiva ogni cosa. Ci aiuti Lei a convertirci da un dio dei miracoli al miracolo di Dio, che è Gesù Cristo.

venerdì 29 gennaio 2016

Gentile direttore, la stepchild è angosciante.

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Gentile direttore,
sono la persona che con ostinata caparbietà è ricorsa alla Corte europea dei diritti dell’uomo per ottenere un diritto che mi era stato precluso, quello, essendo stata adottata, di conoscere le mie origini biologiche. La Corte ha emesso sentenza favorevole il 25 settembre 2012 – sentenza ratificata dalla Corte costituzionale italiana il 18 novembre 2013. Alla sentenza è seguita una proposta di legge per sancire le modalità di applicazione di tale diritto (la conoscenza delle proprie origini biologiche) passata alla Camera dei deputati e in attesa di approvazione al Senato della Repubblica. Le espongo tutto ciò perché seguo con profonda angoscia l’iter parlamentare sull’adozione da parte delle coppie omosessuali, perché sono sicura che qualsiasi legge verrà varata, si troverà il modo di aggirarla al fine di ottenere maternità o paternità con metodi assolutamente anonimi, precludendo così ai bimbi e futuri adulti un’identità ben precisa. Ho lottato per lunghi anni per spalancare una porta che sembrava definitivamente chiusa per me e per le tante persone che si trovavano nelle mie stesse condizioni, per veder vanificato tutto? Vorrei confrontarmi con qualcuno degli esponenti di queste teorie create sulla pelle altrui, cariche di (falsi) buoni sentimenti che trattano l’argomento con il senso del diritto (proprio) e del conseguente possesso dei bambini-figli come oggetti, senza tenerne in conto dignità e personalità, come se si trattasse di giocattoli creati ad hoc per soddisfare le proprie pulsioni. Non dico di più, perché non vorrei farmi prendere dai sentimenti che sto provando. Mi appello alla sua sensibilità, direttore, per continuare a condurre una battaglia eticamente e moralmente giusta, alla quale sono pronta a dare volentieri un apporto con le testimonianze della profonda sofferenza in cui potrebbero cadere questi “giocattoli” una volta diventati persone adulte. Mi rivolgo a tutti i mass media. E oso sperare nella responsabilità dei nostri legislatori.
Anita Godelli Trieste
Ammetto di aver letto con commozione la sua testimonianza e il suo appello, gentile signora Anita. Con commozione crescente, ma soprattutto con rispetto. Il rispetto che sempre si deve a chi parla a ragion veduta e, soprattutto, a vita vissuta e a battaglie difficili condotte con coraggio e retta coscienza e vinte con umanità e stile. Voglio perciò assicurarle che continueremo a informare in modo sereno, approfondito e chiaro sulla questione del diritto del figlio, di ogni figlio, a non essere ridotto a “oggetto” o a “giocattolo”. Così come continueremo a documentare le conseguenze del rivendicato diritto al figlio e sul figlio da parte di chi ritiene la stepchild adoptionuna mossa necessaria nella battaglia politica per ottenere il riconoscimento della dignità e della “parità” della condizione omosessuale. A mio avviso, e – grazie a Dio, e alla ragione – non solo a mio avviso, ma secondo la stragrande maggioranza degli italiani, non c’è però parità degna di questo nome che possa essere sancita attraverso l’affermazione di una “genitorialità omosessuale” che si realizzi per sottrazione, cioè attraverso la deliberata rimozione del padre o della madre del bimbo generato: padre gravemente ridotto a mero fornitore di seme, madre ancora più gravemente spersonalizzata e rinchiusa nella condizione di “fattrice”, di portatrice di figli per altri attraverso la pratica dell’utero in affitto. Ogni essere umano ha diritto integrale, per quanto questo sia umanamente possibile, a ricollegarsi alle proprie autentiche radici genitoriali e anon essere trattato come un “prodotto”. So poi che ogni figlio ha diritto nativo a crescere con la donna-madre e l’uomo-padre che l’hanno messo al mondo, così come che questo diritto può essere negato o svuotato in molte maniere, ma mai deve succedere per scelta ideologica. Ammiro profondamente chi adotta. E non mi permetto di giudicare la capacità di amore di nessuno perché penso che ogni uomo e ogni donna portino in sé la possibilità e il senso della paternità e della maternità, che non si sviluppano mai – lo dico per esperienza personale e per conoscenza diretta di tante esperienze d’altri – solo in modo per così dire, carnale, ma anche e potentemente in modo spirituale. L’importante, sempre e comunque, è mantenere chiaro che i figli che abbiamo generato e/o accolto non possono essere trattati, proprio come lei sottolinea, alla stregua di un “possesso” o, come ho più di una volta sottolineato, di “bandierine” per contrassegnare e segnalare la conquista ottenuta da altri. Ecco perché sono anch’io tra quanti considerano la stepchild adoption una scelta rischiosa e comunque precipitosa, e perché ho auspicato confortato dal parere di grandi giuristi come Cesare Mirabelli e di altri addetti ai lavori un rinvio della questione a un lavoro complessivo e accurato sulla normativa per l’adozione. Il prezzo di ogni gioco spericolato sulle frontiere dell’umano è la sofferenza: prima di tutto dei bambini e futuri adulti, come lei afferma con giusta forza, ma anche dei già adulti coinvolti in tante maniere in queste storie e, purtroppo, in cinici e sempre più evidenti “affari”. Nulla di ciò che tocca la vita e le relazioni che le danno origine, profondità e valore resta senza conseguenze. Il suo accorato appello, gentile signora, merita fattivo ascolto.
Marco Tarquinio

Lettera di Kiko Argüello sul Family Day

family

Di seguito il testo della lettera. 

E' in atto un tentativo spregiudicato: quello di mons. Galantino che, oltre ad ‘Avvenire’ degli ultimi giorni, utilizza Gianluigi De Palo, neo-presidente del Forum delle Famiglie e fino a poco fa contrario al ‘Family Day’, per ‘commissariare’ mediaticamente  il Comitato promotore, annacquando la manifestazione. (Rusconi)

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Carissimi fratelli,
L’altro ieri ho ricevuto una lettera da Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato che porta avanti la manifestazione al Circo Massimo; in essa mi comunica, e non senza sofferenza, che è più prudente che io non parli dal palco, perché, secondo il Comitato: “Non possono e non devono essere coinvolti nessun movimento, associazione, gruppo, partito, comitato e neppure nessun altro leader religioso; la manifestazione non deve avere alcun connotato confessionale di alcun tipo: non è, solo, una piazza cattolica".
È chiaro che questo ce lo avrebbero dovuto dire prima, ma non importa. Il Cammino neocatecumenale, come realtà della Chiesa cattolica, secondo questa lettera, non dovrebbe apparire in quanto tale, cosicché i fratelli che parteciperanno lo faranno a titolo personale.
Coraggio! Andiamo per amore a Cristo, alla sua Chiesa e alla famiglia e Dio ci ricompenserà.
Pregate per me.
Kiko Argüello
Porto S. Giorgio, 26 Gennaio 2016

Famiglia, misura di civiltà

All'attenzione dei Vescovi l'identità propria e unica dell'istituto matrimoniale e la richiesta di politiche familiari consistenti ed efficaci

CEI

L’identità propria e unica dell’istituto matrimoniale, la richiesta di politiche familiari consistenti ed efficaci, la condivisione per l’umiliazione dei giovani esclusi dal lavoro e degli adulti che l’hanno perso, le condizioni di povertà e di solitudine provate da tante persone, la persecuzione dei cristiani e di altre minoranze, il dramma dei migranti e la riduzione dell’impegno condiviso dell’accoglienza: attorno ai temi della prolusione del Card. Angelo Bagnasco – Arcivescovo di Genova e Presidente della CEI – si è sviluppato il lavoro del Consiglio Episcopale Permanente, riunito a Roma dal 25 al 27 gennaio 2016.
Nelle parole dei Vescovi è stato riaffermato l’impegno a continuare una pastorale di prossimità a chi è nella fatica, oltre all’incoraggiamento perché non venga meno la fiducia. Nel solco dell’eredità spirituale del Convegno ecclesiale di Firenze – e, in particolare, del discorso del Santo Padre e dell’esperienza sinodale – il confronto ha aiutato a mettere a fuoco alcune priorità in vista di un’agenda condivisa: famiglia, scuola e poveri, terreno di quella missionarietà che trova nell’educazione la propria finalità.
La volontà di valorizzare gli orientamenti contenuti nell’Evangelii gaudium è emersa anche a fronte del processo in corso di secolarizzazione, per arrivare all’individuazione e all’assunzione di nuove forme di presenza testimoniale e di azione pastorale. In questa chiave, il Consiglio Permanente ha affrontato le proposte per un rilancio del Progetto culturale.
Una comunicazione specifica è stata offerta in merito alla riforma del processo matrimoniale canonico, rispetto alla quale i Vescovi hanno espresso la piena condivisione per le ragioni che hanno ispirato il Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus di Papa Francesco.
Il Consiglio Permanente ha approvato i nuovi parametri per l’edilizia di culto per il triennio 2016-2018 e ha esaminato gli Statuti di associazioni di fedeli.
Infine, ha provveduto anche ad alcune nomine, fra le quali quella di membri di Commissioni Episcopali e del Presidente e dei membri del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani.

Family Day. Una grande piazza per dire ciò che pensa la gente

Il Family Day del 20 giugno 2015 - ANSA

La macchina del Family Day 2016 è in piena attività. Per gli organizzatori, sabato 30 gennaio, al Circo Massimo, sono attese almeno un milione di persone. Si annuncia una piazza multireligiosa, animata dalla società civile e autofinanziata dai tanti cittadini che si stanno organizzando con auto, treni e autobus per raggiungere Roma. Intanto, il parlamento italiano, dopo l’accordo di ieri tra i partiti, ha deciso di rinviare le votazioni sulle pregiudiziali al ddl Cirinnà sulle unioni civili a martedì, dopo il Family Day.  Ascoltiamo Massimo Gandolfini, medico neurochirurgo, presidente del Comitato ‘Difendiamo i Nostri Figli’ e promotore del Family Day:

R. – Siamo quasi al traguardo. L’organizzazione sta andando molto bene, le adesioni e le partecipazioni sono veramente numerosissime, direi superiori rispetto alle aspettative. Pensiamo di avere davvero una piazza gremitissima e soprattutto con gente di ogni tipo, di ogni estrazione. Ci sarà la cultura ovviamente, la tradizione cristiano-cattolica, ma non soltanto quella: ci saranno anche cristiani di altre confessioni e persone di religioni diverse: musulmani, addirittura i Sikh. Per cui sarà veramente una piazza importante. Per quanto riguarda l’associazionismo, credo che sarà rappresentato tutto: non c’è praticamente quasi nessuna assenza dell’associazionismo cattolico. E questo ci fa anche molto piacere, perché è un ritrovato valore di grandissima qualità: quello della condivisione, della partecipazione e della comunione tra queste grandi anime della storia, possiamo dire, del laicato cattolico.
D. – Gandolfini, la sensazione è che questo Family Day nasca dal basso, dalla società civile, senza mediazione…
R. – Sì, esatto, la definizione è giustissima. Già il 20 giugno scorso avevamo intercettato questo desiderio della gente di far sentire la propria voce. Allora - il 20 giugno - di fronte all’ideologia gender che stava entrando nelle scuole. E questo desiderio di partecipazione diretta, io lo chiamo di “cittadinanza attiva”, è andato aumentando sempre di più. Noi del Comitato non abbiamo fatto nient’altro che cercare di coagularlo, incanalarlo; per poter dare, come usiamo dire con uno slogan ma che è una profonda verità, ‘poter dare voce a chi non ha voce’. E su questo desiderio di protagonismo da parte del nostro laicato in generale, del laicato cattolico degli uomini e delle donne, delle famiglie, delle parrocchie, poi, si è innescato il grande valore dell’attenzione da parte di tante associazioni. E siamo arrivati – stiamo arrivando – al 30 gennaio, dove penso che ci ritroveremo tutti insieme in una bella piazza. Perché vogliamo che sia una bella piazza. Con la rappresentazione delle famiglie, anche per togliere un po’ quello stereotipo che sembra continuamente vada in onda oggi, per cui la famiglia è il luogo del femminicidio, delle violenze, di ogni bruttura… Le famiglie – ringraziando il cielo! – non sono così. Ci sono dei casi singoli, ma sono singoli.
D. – Non è una manifestazione contro qualcuno…
R. – Esatto, questo va sottolineato. Non è una manifestazione contro le persone. Penso che dal punto di vista cristiano non bisognerebbe sprecare neanche una parola: sappiamo benissimo qual è l’insegnamento di Nostro Signore nei confronti di tutte le persone. Ma anche – mi permetto di dire – da un punto di vista laico; “nessuna persona, per condizioni personali o sociali” – dice l’articolo 3 della Costituzione – “deve essere fatta oggetto di violenza e discriminata”: quindi nessuna persona. Mentre c’è una linea ben precisa nei confronti di queste leggi che stravolgono l’antropologia umana.
D. – Gandolfini, si guarda spesso alla famiglia dal punto di vista religioso. Forse si dovrebbe guardare alla famiglia anche da un punto di vista più sociale, economico, per il ruolo che svolge nella società…
R. – Dal punto di vista religioso, penso che le parole che ha detto il Santo Padre qualche giorno fa parlando alla Sacra Rota Romana siano una summa che non ha bisogno di commento. Dal punto di vista laico è importantissimo dire, ad esempio, che la famiglia è il più grande ammortizzatore sociale che l’Italia abbia. Proviamo a pensare a cosa sarebbe stata la crisi economica se non ci fossero stati i genitori, gli zii, i nonni, che sostengono i figli in difficoltà, di fronte alla disoccupazione e quant’altro. Per cui, anche dal punto di vista laico, la famiglia è un grande dono da preservare e da difendere.
D. – Spesso si dice: “Ce lo chiede l’Europa”. Ma c’è la sensazione di una grande frattura culturale e politica tra il Paese reale e quello legale, in Italia e in Ue…
R. – Assolutamente. Questo mantra “Ce lo chiede l’Europa” deve essere immediatamente cassato, per una serie di ragioni. La prima, la più semplice di tutte, è che non è detto che tutto ciò che fa l’Europa sia automaticamente buono. Se andiamo a pensare alla posizione che molti Stati europei hanno sul gravissimo problema dei migranti, ci manca solo di allinearci da questo punto di vista. Per cui, l’Europa fa cose buone ma anche non buone, e spetta a ogni popolo, al popolo italiano, discriminare fra queste. Questo della frattura è un altro tema molto importante ed è quello che ci ha spinto ad organizzare una grande piazza e manifestazione, perché il popolo italiano manifesti il suo comune sentire. Perché oggi il Parlamento italiano, le forze che sono all’interno, in buona parte non rispecchiano il comune sentire della gente.
D. – L’applicazione del Codice civile può soddisfare le esigenze e il rispetto di tutte le persone?
R. – Assolutamente sì. Nel Codice civile – per motivi di tempo non ne voglio fare la lista – ma in questo ci sono praticamente tutte le garanzie necessarie perché due persone possano vivere una loro convivenza scelta. Non c’è bisogno di aggiungere molte cose.
D. – Il Parlamento ha rinviato il voto sulle unioni civili a dopo il Family Day. Perché secondo lei?
R. – L’interpretazione che ne do io, al di là delle giustificazioni di ordine amministrativo-burocratico, è che tutti gli occhi saranno puntati sul Family Day di sabato prossimo. Gli uomini politici, gli uomini schierati partiticamente, vorranno vedere se davvero questo Family Day è una grande manifestazione del comune sentire della gente o invece è un’adunata di qualche migliaia di persone. È per questo che abbiamo lanciato appelli dovunque; e vorrei usare questa occasione che Radio Vaticana mi dà per lanciare un ulteriore appello: dobbiamo essere in tantissimi! Arrivo a dire che, al di là delle parole che suoneranno dal palco, il vero messaggio mandato alla politica è una piazza piena con centinaia di migliaia di persone. Perché allora non si potrà più dire che il popolo italiano è d’accordo con certe derive inaccettabili.
D. – Quanti partecipanti al Family Day è possibile ipotizzare ad oggi?
R. – Penso, dai dati organizzativi che abbiamo, che – realmente - e quindi non con slogan mediatici, saremo un milione di persone.
D. – Sarà, tra l’altro sarà anche un momento interreligioso?
R. – Esatto: saranno presenti musulmani. Siamo molto contenti, perché anche questo conferma l’importanza del tema famiglia. Saranno presenti sia sunniti che sciiti che, normalmente, non hanno un rapporto facile tra loro. E saranno presenti anche gli evangelici, i pentecostali, addirittura la religione indiana dei Sikh. Sarà, davvero, una piazza multi-religiosa.
D. – La manifestazione di sabato al Circo Massimo è autofinanziata?
R. – Esatto la manifestazione è autofinanziata. Abbiamo delle persone molto generose che ci stanno aiutando. Ma, se lei vedesse questo conto corrente che abbiamo aperto chiedendo aiuto, ci sono delle persone che vanno in banca e fanno l’IBAN per dieci euro. E questo dice la passione e il sentimento degli italiani.

Udienza ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede. Discorso del Santo Padre




Udienza ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede. Discorso del Santo Padre 
 Sala stampa della Santa Sede 
"Occorre promuovere, a tutti i livelli della vita ecclesiale, la giusta sinodalità (...) e lo studio circa la complementarietà tra doni gerarchici e carismatici."
Alle ore 12 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti alla Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede. 
Discorso del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle,
vi incontro a conclusione dei lavori della vostra Sessione Plenaria; vi saluto cordialmente e ringrazio il Cardinale Prefetto per le sue cortesi parole.
Ci troviamo nell’Anno Santo della Misericordia. Spero che in questo Giubileo tutti i membri della Chiesa rinnovino la loro fede in Gesù Cristo che è il volto della misericordia del Padre, la via che unisce Dio e l’uomo. Perciò la misericordia costituisce l’architrave che sorregge la vita della Chiesa: la prima verità della Chiesa, infatti, è l’amore di Cristo.
Come non desiderare allora che tutto il popolo cristiano – pastori e fedeli – riscopra e rimetta al centro, durante il Giubileo, le opere di misericordia corporale e spirituale? E quando, alla sera della vita, ci sarà chiesto se avremo dato da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete, ugualmente ci sarà domandato se avremo aiutato le persone a uscire dal dubbio, se ci saremo impegnati ad accogliere i peccatori, ammonendoli o correggendoli, se saremo stati capaci di combattere l’ignoranza, soprattutto quella riguardante la fede cristiana e la vita buona. Questa attenzione alle opere di misericordia è importante: non sono una devozione. E’ la concretezza di come i cristiani devono portare avanti lo spirito di misericordia. Una volta, in questi anni, ho ricevuto un movimento importante nell’Aula Paolo VI, era piena. E ho toccato il tema delle opere di misericordia. Mi sono fermato e ho fatto la domanda: “Chi di voi ricorda bene quali sono le opere di misericordia spirituali e corporali? Chi le ricorda alzi la mano”. Non erano più di 20 in un’aula di 7 mila. Dobbiamo riprendere a insegnare ai fedeli questa cosa, che è tanto importante.
Nella fede e nella carità si dà una relazione conoscitiva e unificante con il mistero dell’Amore, che è Dio stesso. E, pur rimanendo Dio mistero in Sé stesso, la misericordia effettiva di Dio è diventata, in Gesù, misericordia affettiva, essendosi Egli fatto uomo per la salvezza degli uomini. Il compito affidato al vostro Dicastero, trova qui il suo ultimo fondamento e la sua giustificazione adeguata. La fede cristiana, infatti, non è solo conoscenza da conservare nella memoria, ma verità da vivere nell’amore. Perciò, insieme alla dottrina della fede, bisogna custodire anche l’integrità dei costumi, particolarmente negli ambiti più delicati della vita. L’adesione di fede alla persona di Cristo implica sia l’atto della ragione sia la risposta morale al suo dono. A questo riguardo, vi ringrazio per tutto l’impegno e la responsabilità che esercitate nel trattare i casi di abuso di minori da parte di chierici.
La cura per l’integrità della fede e dei costumi è un compito delicato. Per svolgere bene tale missione è importante un impegno collegiale. La vostra Congregazione valorizza molto il contributo dei Consultori e dei Commissari, che vorrei ringraziare per il loro lavoro prezioso e umile; e vi incoraggio a proseguire nella vostra prassi di trattare le questioni nel Congresso settimanale e quelle più importanti nella Sessione Ordinaria o Plenaria. Occorre promuovere, a tutti i livelli della vita ecclesiale, la giusta sinodalità. In tal senso, l’anno scorso avete opportunamente organizzato una riunione con i rappresentanti delle Commissioni dottrinali delle Conferenze Episcopali europee, per affrontare collegialmente alcune sfide dottrinali e pastorali. In questo modo contribuite a suscitare nei fedeli un nuovo slancio missionario e una maggiore apertura alla dimensione trascendente della vita, senza la quale l’Europa rischia di perdere quello spirito umanistico che pure ama e difende. Vi invito a continuare e intensificare la collaborazione con tali organi consultivi che aiutano le Conferenze Episcopali e i singoli Vescovi nella loro sollecitudine per la sana dottrina, in un tempo di cambiamenti rapidi e di crescente complessità delle problematiche.
Un altro vostro importante apporto al rinnovamento della vita ecclesiale è lo studio circa la complementarietà tra doni gerarchici e carismatici. Secondo la logica dell’unità nella legittima differenza – logica che caratterizza ogni autentica forma di comunione nel Popolo di Dio –, doni gerarchici e carismatici sono chiamati a collaborare in sinergia per il bene della Chiesa e del mondo. La testimonianza di questa complementarietà è oggi quanto mai urgente e rappresenta una espressione eloquente di quella ordinata pluriformità che connota ogni tessuto ecclesiale, quale riflesso della armoniosa comunione che vive nel cuore del Dio Uno e Trino. La relazione fra doni gerarchici e carismatici, infatti, rinvia alla sua radice Trinitaria, nel legame tra il Logos divino incarnato e lo Spirito Santo, che è sempre dono del Padre e del Figlio. Proprio questa radice, se riconosciuta ed accolta con umiltà, consente alla Chiesa di lasciarsi rinnovare in ogni tempo come «un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», secondo l’espressione di san Cipriano (De oratione dominica, 23). Unità e pluriformità sono il sigillo di una Chiesa che, mossa dallo Spirito, sa incamminarsi con passo sicuro e fedele verso quelle mete che il Signore Risorto le indica nel corso della storia. Qui si vede bene come la dinamica sinodale, se rettamente intesa, nasca dalla comunione e conduca verso una comunione sempre più attuata, approfondita e dilatata, al servizio della vita e della missione del Popolo di Dio.
Cari fratelli e sorelle, vi assicuro il mio ricordo nella preghiera e confido nel vostro per me. Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.

Dal peccato alla corruzione



Una preghiera per tutta la Chiesa, perché non cada mai dal peccato alla corruzione, è stata rilanciata dal Papa durante la messa celebrata venerdì mattina, 29 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta. Riferendosi alla prima lettura — tratta dal secondo libro di Samuele (11, 1-4.5-10.13-17) — Francesco ha fatto subito notare: «Abbiamo ascoltato quel peccato di Davide, quel grave peccato del santo re Davide. Perché Davide è santo, ma anche peccatore, è stato peccatore». 
In effetti «c’è qualcosa che cambia nella storia di quest’uomo». Accadde infatti che «al tempo della guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori a combattere e lui restò nel palazzo». Solitamente «lui andava in testa all’esercito», ma questa volta il suo comportamento fu un altro. Il racconto biblico, ha spiegato il Papa, «ci fa vedere un Davide un po’ comodo, un po’ tranquillo, non nel senso buono della parola». Tanto che «un tardo pomeriggio, dopo la siesta, mentre faceva la passeggiata sulla terrazza della reggia, vede la donna e sente la passione, la tentazione della lussuria e cade nel peccato». La donna era Betsabea, moglie di Uria l’Ittita. Si tratta dunque di «un peccato». E Dio, ha osservato Francesco, «voleva tanto bene a Davide». In seguito «le cose si complicano perché, passato un po’ tempo, la donna gli fa sapere che era incinta». Suo marito — ha ricordato il Papa — «combatteva per il popolo Israele, per la gloria del popolo di Dio». Mentre «Davide ha tradito la lealtà di quel soldato per la patria, ha tradito la fedeltà di quella donna verso suo marito ed è caduto in basso». E «quando ha avuto la notizia che la donna era in attesa — si è chiesto il Pontefice — cosa ha fatto? È andato a pregare, a chiedere perdono?». No, è rimasto «tranquillo» e ha detto a se stesso: «io ce la faccio». Così ha convocato «il marito della donna e lo ha fatto sentire importante». Si legge nel passo biblico che Davide «gli chiese come stessero Ioab e la truppa e come andasse la guerra». Insomma, «una pennellata di vanità per farlo sentire un po’ importante». E poi nel ringraziarlo «gli ha fatto dare un bel dono» raccomandandogli di andare a casa a riposarsi. In questo modo Davide «voleva coprire l’adulterio: quel figlio sarebbe stato il figlio del marito di Betsabea». Ma «quest’uomo — ha proseguito il Papa — era una persona dallo spirito nobile, aveva un amore grande e non andò a casa sua: pensò ai suoi compagni, pensò all’arca di Dio sotto le tende, perché portavano l’arca, e passò la notte con i suoi compagni, con i servi, e non andò subito da sua moglie». Così «quando avvisarono Davide — perché tutti sapevano la storia, le chiacchiere giravano — immaginatevi!». Ecco allora che «Davide lo invitò a mangiare e a bere con lui, chiedendogli — e qui il testo è un po’ ridotto — “ma perché non sei andato a casa?”». E la risposta dell’uomo nobile fu: «Potrei permettermi mentre i miei compagni sono sotto le tende, l’arca di Dio è sotto una tenda, in lotta contro il nemico, di andare a casa mia a mangiare, a bere, a giacere con mia moglie? No! Questo non posso farlo». E così «Davide lo fece tornare, gli diede da mangiare e da bere un’altra volta e lo fece ubriacare». Ma «Uria non tornò a casa sua: passò la seconda notte con i suoi compagni». Dunque, ha proseguito il Papa, «Davide si trovava in difficoltà, ma pensò fra sé: “Ma no, ce la faccio”». E così «scrisse una lettera, come abbiamo sentito: “Ponete Uria al comando, sul fronte della battaglia più dura, poi ritiratevi da lui, perché resti colpito e muoia”». In poche parole, si tratta di una «condanna a morte: quest’uomo, fedele — fedele alla legge, fedele al suo popolo, fedele al suo re — viene condannato a morte». «Io — ha confidato Francesco — mi domando leggendo questo passo: dov’è quel Davide, ragazzo coraggioso che va all’incontro del filisteo con la sua fionda e le cinque pietre e gli dice: “La mia forza è il Signore”? No, non sono le armi. Anche le armi di Saul non andavano bene per lui». «È un altro Davide» ha rimarcato il Papa. Infatti «dov’è quel Davide che, sapendo che Saul voleva ucciderlo, per due volte ha avuto l’opportunità di uccidere il re Saul e ha detto: “No, non mi permetto di toccare l’unto del Signore”?». La realtà, ha spiegato Francesco, è che «quest’uomo è cambiato, quest’uomo si è ammorbidito». E, ha aggiunto, «mi viene in mente un passaggio del profeta Ezechiele, capitolo 16, versetto 15, quando Dio parla al suo popolo come uno sposo alla sposa, e dice: “Ma dopo che io ti ho dato tutto questo, tu infatuata per la tua bellezza e approfittando della tua fama, ti sei prostituita. Ti sei sentita sicura e ti sei dimenticata di me”». Ed è proprio «quello che è successo con Davide in quel momento», ha insistito Francesco: «Il grande, il nobile Davide si sentì sicuro, perché il regno era forte, e ha peccato così: ha peccato di lussuria, ha peccato di adulterio e anche ha assassinato ingiustamente un uomo nobile, per coprire il suo peccato». «Questo è un momento nella vita di Davide — ha notato il Pontefice — che potremmo applicare alla nostra: è il passaggio dal peccato alla corruzione». Qui «Davide incomincia, fa il primo passo verso la corruzione: ottiene il potere, la forza». Per questo «la corruzione è un peccato più facile per tutti noi che abbiamo qualche potere, sia potere ecclesiastico, religioso, economico, politico». E «il diavolo ci fa sentire sicuri: “Ce la faccio io”». Ma «il Signore voleva tanto bene a Davide, tanto bene, che poi mandò a rispecchiare la sua anima: mandò il profeta Natan per rispecchiare la sua anima; e lui si è pentito, ha pianto — “ho peccato” — e se ne accorse». «Io — ha rilanciato ancora Francesco — vorrei oggi sottolineare solo questo: c’è un momento dove l’abitudine del peccato o un momento dove la nostra situazione è tanto sicura e siamo ben visti e abbiamo tanto potere, tanti soldi, non so, tante cose». Anche «a noi preti può accadere questo: tanto che il peccato smette di essere peccato e diventa corruzione. Il Signore sempre perdona. Ma una delle cose più brutte che ha la corruzione è che il corrotto non ha bisogno di chiedere perdono, non se la sente». Il Papa ha quindi invitato a pregare «per la Chiesa, incominciando da noi, per il Papa, per i vescovi, per i sacerdoti, per i consacrati, per i fedeli laici: “Signore, salvaci, salvaci dalla corruzione. Peccatori sì, Signore, siamo tutti, ma corrotti mai!”». Al Signore, ha concluso, «chiediamo questa grazia».

L'Osservatore Romano

Il silenzio nella liturgia. Per dire sì al Signore



(Robert Sarah) Molti fedeli si lamentano giustamente per l’assenza di silenzio in alcune forme di celebrazione della nostra liturgia. È quindi importante ricordare il significato del silenzio come valore ascetico cristiano e come condizione necessaria per una preghiera profonda e contemplativa, senza dimenticare che nella celebrazione della santa Eucaristia sono ufficialmente previsti tempi di silenzio, al fine di mettere in evidenza la sua importanza per un rinnovamento liturgico autentico.
In senso negativo, il silenzio è l’assenza di rumore. Il silenzio virtuoso — o meglio mistico — deve essere ovviamente distinto dal silenzio riprovevole, dal rifiuto di rivolgere la parola, dal silenzio di omissione per codardia, egoismo o durezza di cuore. Beninteso, il silenzio esteriore è un esercizio ascetico di padronanza nell’uso della parola. 
L’ascesi è un mezzo indispensabile che ci aiuta a togliere dalla nostra esistenza tutto ciò che l’appesantisce, vale a dire ciò che ostacola la nostra vita spirituale o interiore e che dunque costituisce un ostacolo per la preghiera. Sì, è proprio nella preghiera che Dio ci comunica la sua vita, ossia manifesta la sua presenza nella nostra anima irrigandola con i flutti del suo amore trinitario, il Padre attraverso il Figlio nello Spirito santo. E la preghiera è essenzialmente silenzio.
I libri sapienziali dell’Antico Testamento traboccano di esortazioni volte a evitare i peccati della lingua (soprattutto la maldicenza e la calunnia). I libri profetici, da parte loro, evocano il silenzio come espressione del timore reverenziale verso Dio; si tratta allora di una preparazione alla teofania di Dio, vale a dire alla rivelazione della sua presenza nel nostro mondo. Il Nuovo Testamento non è da meno. Di fatto contiene la lettera di Giacomo che è ancora indubbiamente il testo chiave riguardo al controllo della lingua (cfr. Giacomo, 3, 1-10). Gesù stesso ci ha messo in guardia contro le parole malvagie, che sono l’espressione di un cuore depravato (cfr. Matteo, 15, 19) e anche contro le parole oziose, di cui dovremo rendere conto (cfr. Matteo, 12, 36).
In realtà, il vero e buon silenzio appartiene sempre a chi vuole lasciare il proprio posto agli altri, e soprattutto al totalmente altro, a Dio. Il rumore esteriore invece caratterizza l’individuo che vuole occupare un posto troppo importante, che vuole pavoneggiarsi o mettersi in mostra, o che vuole colmare il suo vuoto interiore.
Nel vangelo si dice che il Salvatore stesso pregava nel silenzio, soprattutto di notte (cfr. Luca, 6, 12), o si ritirava in luoghi deserti (cfr. Luca, 5, 16; Marco, 1, 35). Il silenzio è tipico della meditazione della Parola di Dio; lo si ritrova soprattutto nell’atteggiamento di Maria dinanzi al mistero di suo Figlio (cfr. Luca, 2, 19-51).
Il silenzio è soprattutto l’atteggiamento positivo di chi si prepara ad accogliere Dio attraverso l’ascolto. Sì, Dio agisce nel silenzio. Da qui l’importante osservazione di san Giovanni della Croce: «Il Padre dice una sola Parola: è il suo Verbo, il Figlio suo. La pronunzia in un eterno silenzio ed è solo nel silenzio che l’anima può intenderla» (Massime, 147). Bisogna quindi fare silenzio: e si tratta di una attività, non di una oziosità. Se il nostro “cellulare interiore” risulta sempre occupato, perché stiamo “conversando” con altre creature, come può il Creatore avere accesso a noi, come può “chiamarci”? Dobbiamo dunque purificare la nostra intelligenza dalle sue curiosità, la nostra volontà dai suoi progetti, per aprirci completamente alle grazie di luce e di forza che Dio vuole donarci in abbondanza: «Padre non sia fatta la mia, ma la tua volontà». “L’indifferenza” ignaziana è dunque anch’essa una forma di silenzio.
La preghiera è una conversazione, un dialogo con Dio uno e trino: se, in certi momenti, ci si rivolge a Dio, in altri si fa silenzio per ascoltarlo. Non sorprende quindi che si debba considerare il silenzio come una componente importante della liturgia. 
Certo, i riti orientali — che non sono di competenza della mia Congregazione — non prevedono tempi di silenzio durante la divina liturgia. In Occidente, invece, in tutti i riti (romano, romano-lionese, certosino, domenicano, ambrosiano, e così via) la preghiera silenziosa del prete non viene sempre affiancata dai canti del coro o dei fedeli. La messa latina quindi include da sempre tempi di assoluto silenzio. Il concilio Vaticano II ha mantenuto un tempo di silenzio durante il sacrificio eucaristico. Così la costituzione sulla liturgia Sacrosanctum concilium, al numero 30 ha decretato che «per promuovere la partecipazione attiva si osservi anche, a tempo debito, un sacro silenzio». L’Ordinamento generale del messale romano di Paolo VI, ripubblicato nel 2002 da Giovanni Paolo II, ha precisato i numerosi momenti della messa in cui bisogna osservare il silenzio: «La sua natura dipende dal momento in cui ha luogo nelle singole celebrazioni. Così, durante l’atto penitenziale e dopo l’invito alla preghiera, il silenzio aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l’omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato; dopo la comunione, favorisce la preghiera interiore di lode e di supplica. Anche prima della stessa celebrazione è bene osservare il silenzio in chiesa, in sagrestia e nel luogo dove si assumono i paramenti e nei locali annessi, perché tutti possano prepararsi devotamente e nei giusti modi alla sacra celebrazione» (n. 45).
Il silenzio dunque non è affatto assente dalla forma ordinaria del rito romano, quantomeno se si seguono le sue prescrizioni e ci si ispira alle sue raccomandazioni. Inoltre, al di fuori dell’omelia, occorre bandire qualsiasi discorso o presentazione di persone durante la celebrazione della santa messa. Di fatto bisogna evitare di trasformare la chiesa, che è la casa di Dio destinata all’adorazione, in una sala da spettacolo in cui si va ad applaudire attori più o meno bravi in base alla loro capacità più o meno grande di comunicare, secondo un’espressione che si sente spesso nei media.
Bisogna sforzarsi di capire le motivazioni di questa disciplina liturgica sul silenzio e impregnarsene. Alcuni autori particolarmente qualificati possono aiutarci in questo ambito e riuscire a convincerci della necessità del silenzio nella liturgia. In primo luogo monsignor Guido Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, che esprime il principio generale in questi termini: una liturgia «ben celebrata, con il linguaggio che le è proprio, in diverse sue parti, deve prevedere una felice alternanza di silenzio e parola, dove il silenzio anima la parola, permette alla voce di risuonare con straordinaria profondità, mantiene ogni espressione vocale nel giusto clima del raccoglimento. Il silenzio richiesto, pertanto, non è da considerarsi alla stregua di una pausa tra un momento celebrativo e il successivo. È da considerarsi piuttosto come un vero e proprio momento rituale, complementare alla parola, alla preghiera vocale, al canto, al gesto».
Il cardinale Joseph Ratzinger, nella sua celebre opera Lo spirito della liturgia, osservava già che «il grande mistero che supera ogni parola c’invita al silenzio. E il silenzio, è evidente, appartiene anche alla liturgia. Occorre che questo silenzio sia pieno, che non sia semplicemente assenza di discorso o di azione. Ciò che ci aspettiamo dalla liturgia è che ci offra questo silenzio sostanziale, positivo, in cui possiamo ritrovare noi stessi. Un silenzio che non è una pausa in cui mille pensieri e desideri ci assalgono, ma un raccoglimento che ci porta pace interiore, che ci lascia respirare e scoprire l’essenziale». Si tratta dunque di un silenzio in cui guardiamo semplicemente Dio, in cui lasciamo che Dio ci guardi e ci avvolga nel mistero della sua maestà e del suo amore.
Sempre il cardinale Ratzinger menzionava alcuni momenti di silenzio particolari. Ecco un esempio: «Anche il momento dell’offertorio si può svolgere in silenzio. Questa pratica in effetti si confà alla preparazione dei doni e non può che essere feconda, purché la preparazione sia concepita non solo come un’azione esteriore, necessaria allo svolgimento della liturgia, ma anche come un percorso essenzialmente interiore; si tratta di unirci al sacrificio che Gesù Cristo offre al Padre» (ivi). Vanno biasimate in tal senso le processioni di offerte, lunghe e rumorose, che includono danze interminabili, in alcuni Paesi africani. Si ha l’impressione di assistere a esibizioni folcloristiche, che snaturano il sacrificio cruento di Cristo sulla croce e ci allontanano dal mistero eucaristico.
Occorre pertanto insistere sul silenzio dei laici durante la preghiera eucaristica, come precisa monsignor Guido Marini: «Quel silenzio non significa inoperosità o mancanza di partecipazione. Quel silenzio tende a far sì che tutti entrino nell’atto di amore con il quale Gesù si offre al Padre sulla croce per la salvezza del mondo. Quel silenzio, davvero sacro, è lo spazio liturgico nel quale dire sì, con tutta la forza del nostro essere, all’agire di Cristo, così che diventi anche il nostro agire nella quotidianità della vita».

L'Osservatore Romano

Prostituzione procreativa

Utero in affitto, la nuova schiavitù della donna
«L’utero in affitto? Il suo vero nome è schiavitù della donna e prostituzione procreativa»

Si chiama Anne-Sixstine Pérardel, è una giovane donna francese che di mestiere fa il “counselor in vita affettiva e sessuale”. A Parigi e dintorni riscuote successo, conferenze, seminari, incontri nelle scuole, al punto che nello scorso novembre ha partecipato al Simposio Internazionale organizzato in Vaticano sulle nuove forme di schiavitù. Tramite la Steadfast Foundation ha dichiarato la sua adesione al Family day di domani al Circo Massimo, l'abbiamo incontrata per parlare di alcuni temi che ha presentato anche in Vaticano in occasione del Simposio.
Dottoressa Pérardel, perchè la “maternità surrogata” è una forma di schiavitù moderna?
«Perché è una pratica di strumentalizzazione della donna, che viene considerata esclusivamente come uno strumento per produrre bambini. Questo lo si può toccare con mano semplicemente osservando le modalità con cui viene realizzata: parti cesarei obbligatori senza ragioni di sanità, condizioni di vita atroci durante la gravidanza (donne spesso parcheggiate in dormitori di paesi poveri), separazione del bambino dalla madre, a volte anche qualche mese dopo la nascita perché alle madri è chiesto anche di allattare il bambini nei primi mesi».
Il bambino viene strappato alla madre...
«La negazione di questo legame madre/bambino è causa di una sofferenza particolare, una forma di lutto atipico. La donna deve continuare la sua vita senza avere alcuna relazione con questo bambino che ha portato in grembo per 9 mesi, anche se lui è vivente. Sul web esistono video che mostrano in modo chiaro la sofferenza di queste donne. Si tratta di una duplice violenza, alla donna e al bambino: fisica e psichica. Occorre davvero opporsi a questa pratica prima che diventi un'usanza qualsiasi. A mio parere possiamo parlare di “prostituzione procreativa”, una donna pagata per un servizio, non sessuale, ma, appunto, procreativo»
Purtroppo dobbiamo dire che si tratta già di un vero e proprio mercato...
«Sì, da questo punto di vista anche il bambino è trattato come uno schiavo di cui si dispone interamente. La maternità surrogata appare davvero come un mercato di schiavi. All'inizio c'è un contratto che decide della vita di un essere umano, e le cifre si aggirano dai 45.000 ai 100.000 $ a seconda dei Paesi. Si procede secondo le “richieste” di chi commissione il bambino. Dietro ci sono diverse organizzazioni che fanno affari sfruttando la povertà delle donne per fare profitto. Alla fine la donna può percepire circa 5.000 $ in India, circa 30.000 $ negli Usa». 
Nei suoi incontri lei parla spesso di “transumanesimo”. Siamo già oltre l'umano?
«Secondo alcune teorie filosofiche si vorrebbe arrivare a un'umanità che crea sé stessa: più perfetta, più efficace, possibilmente immortale. Non solo transumana, ma qualcuno dice post-umana. Scienziati e medici sono i guru, la tecnologia è il mezzo. Così posso modificare me stesso, a seconda dei miei desideri del momento. La vera salvezza starebbe in questo presunto benessere che deriva dal rispettare i proprio desideri interpretati come fonte esclusiva di libertà. Il rischio è che se si prosegue su questa strada sarà il più forte a stabilire i criteri di perfezione (e i desideri) dietro cui sviluppare il progresso dell'umano. Magari i ricchi potranno “evolvere” nel post-umano, e i poveri? Beh, potrebbero finire come semplice materiale utile. L'orizzonte non è poi così lontano, pensate a clonazione, produzione di uomini geneticamente modificati, utero in affitto, etc».
E quale sarebbe la cause di questa situazione?
«Una su tutte: la perdita del senso di ciò che è un uomo. Si vuole un uomo come un ammasso indeterminato perché l'uomo è in quanto si deve costruire. Ma questo è negare la sua realtà! Credo che dobbiamo impegnarci per riconoscere il senso del limite, della finitezza. Io non posso fare qualsiasi cosa del mio corpo, ci sono cose che lo feriscono e lo attaccano nella sua dignità. C'è un'armonia da recuperare. C'è una fragilità da riconoscere».
Eventi come la francese Manif pour tous e il Family day italiano possono contribuire a sensibilizzare le persone, a farle riflettere una volta in più?
«È molto importante far conoscere ai governanti il pensiero del popolo, perché purtroppo c'è troppa distanza tra la gente e chi governa. Dimostrarsi uniti per una certa causa ha sicuramente un certo impatto. Sono molto felice che in Italia, a Roma, si organizzi un evento come il Family day e so che molti dalla Francia lo guardano con interesse. Certamente il confronto non termina con queste manifestazioni, ma queste manifestazioni possono aiutare a far crescere la consapevolezza. Credo che occorra investire soprattutto sull'educazione e sulla comunicazione, senza aver paura di  occupare spazi pubblici. Guardare lontano, senza dimenticare il presente».
di Lorenzo Bertocchi 

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giovedì 28 gennaio 2016

Kiko a Radio Maria domani (speriamo sia la volta buona...)



KIKO A RADIO MARIA: TUTTI IN PIAZZA! 
L'intervista di Angela Pelicciari.

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29 gennaio 2016 alle ore 16.15 
Kiko Argüello - iniziatore del Cammino Neocatecumenale 
sarà a Radio Maria sul Family Day del 30 gennaio a Roma. 
Per seguire la trasmissione sintonizzatevi su Radio Maria alle ore 16.15 oppure via web a questo link.

Arrestato padre Livio!



Il primo effetto positivo del Family Day! No, scherzo...

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Il direttore di Radio Maria Padre Livio Fanzaga non è nuovo a commenti coloriti su vicende che lo fanno particolarmente scaldare. Dopo aver augurato l'impiccagione ai giornalisti Nuzzi e Fittipaldi , autori di due libri sul Vaticano, Fanzaga ha detto la sua sulle unioni civili.
Sulle frequenze dell’emittente radiofonica cattolica parla di "sporcizia" e contesta l'utilizzo del termine "famiglie arcobaleno", preferendo al contrario la definizione groviglio, dal momento che "non si sa chi è la madre, chi è il padre e il figlio non sa da che parte girarsi".
Fanzaga non ha dubbi: se il ddl Cirinnà dovesse passare partirà la contromossa, con la richiesta di un referendum per abolire la legge e fare dunque marcia indietro. Il direttore di Radio Maria promette una guerra senza esclusioni di colpi e per la causa è anche "pronto ad andare in galera".
Redazione, L'Huffington Post

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di Padre Livio Fanzaga

Cari amici,


come cristiani e come cittadini siamo chiamati in questo passaggio storico a dare una chiara testimonianza sul valore del matrimonio e della famiglia, che sono un patrimonio irrinunciabile dell’umanità intera.
LEGGI TUTTO

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°La testimonianza della figlia di una coppia gay di Dawn Stefanowicz – Canada, anno 2005 LEGGI
° La canadese Dawn Stefanowicz, nella sua biografiadi Benedetta Frigerio – Tempi, mercoledì 27 giugno 2012 LEGGI

"Ddl Cirinnà = ‪#‎Utero‬ in affitto"



"Ddl Cirinnà = ‪#‎Utero‬ in affitto"
‪#‎LaCroce‬ 28 Gennaio 2016
di Giovanna Armino
Nel confuso baccagliare che si fa attorno alle unioni civili, perlopiù puntando sul sentimentalismo e sul sensazionalismo (data l’occasione, hanno ripescato anche Charamsa dalla sua gaia Barcellona), si sente spesso “argomentare” che il disegno di legge da oggi al vaglio dell’aula di Palazzo Madama non costituirebbe una legalizzazione dell’utero in affitto. Allora lo spieghiamo passo passo
"D'accordo, mi spieghi tutto come se avessi due anni..." (da film "Philadelphia")
Il martellamento mediato a senso unico prosegue indisturbato a reti unificate sia nelle emittenti pubbliche che private.
Dopo “Presa Diretta” e “Le Iene”, la puntata del 26 gennaio de “La Strada dei Miracoli” (il vero miracolo è guardarla tutta), ospita un Charamsa in forma smagliante: parla della “sua” Chiesa “che deve convertirsi” (!?), perché offende gli omosessuali e li considera come “nazisti con i quali bisogna lottare o borse taroccate cinesi” e, ovviamente, esprime il proprio parere sulle unioni civili: “Il disegno di legge è un dovere cristiano e morale... che ci prepara…al matrimonio ugualitario”.
Infine una bella stoccata alla manifestazione del prossimo 30 gennaio, composta, a suo dire, da gente che va in piazza non per manifestare a favore della famiglia, ma per offendere gli omosessuali.
Finalmente uno che parla chiaro: il disegno di legge è il primo passo verso il matrimonio egualitario, perché, alla base, ci sarebbe una forte discriminazione a carico delle persone omossessuali.
Per capire di cosa stiamo parlando, vi rimando (non ci crederete) al film “Philadelphia” - con Tom Hanks e Denzel Washington - del 1993, cioè del secolo scorso sotto tutti i punti di vista.
A parte le cadute di stile sdolcinate in perfetto stile hollywoodiano, viene spiegata l’essenza del principio di non discriminazione, violato quando situazioni sostanzialmente uguali ricevono un trattamento diverso.
Il brillante avvocato Andrew Beckett (nei film sono tutti professionisti intelligentissimi) viene licenziato dal prestigioso studio per cui lavora, perché malato di Aids e omosessuale.
Il film è di grande impatto, costruito anche astutamente per provocare fiumi di lacrime, ma centra il punto: non si può licenziare - quindi trattare in modo diverso, cioè discriminare - un collaboratore perché ammalato o, peggio, per le proprie inclinazioni riguardanti la sfera sessuale o affettiva.
E’ questa l’essenza e la natura dei diritti individuali, che da semplice aspettativa o desiderio, ottengono tutela piena dall’ordinamento giuridico quando non entrano in conflitto con diritti già esistenti in capo ad altri; in caso contrario, vanno messi a confronto le rispettive posizioni per verificare se e quanto sia possibile riconoscere i nuovi possibili diritti.
Perché vi sto tediando con queste (amare) pillole di diritto?
La risposta è che mi piacerebbe fosse chiara la differenza tra il diritto - sacrosanto - del lavoratore omosessuale a non essere discriminato sul posto di lavoro e il diritto di cui diventerebbe titolare con l’introduzione della stepchild adoption, che coinvolge a sua volta un bambino, cioè un soggetto a favore del quale sono predisposte tutele nazionali e sovranazionali, di cui non si può non tenere conto.
Ripetendo la battuta di Denzel Washington, dico a me stessa: “D’accordo. Mi spieghi tutto come se avessi due anni…”.
Proviamoci!
L’articolo 5 del disegno di legge sulle unioni civili modifica l’articolo 44 lettera b) della legge 4 maggio 1983 n. 184, che verrebbe a suonare così: “I minori possono essere adottati anche…dal coniuge o dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell’altro coniuge”.
Ora - posto che per via giurisprudenziale, oltre alle coppie coniugate, sono ammessi anche i singoli e i conviventi - quando il Tribunale di Roma, con sentenza del 29/08/2014 ha accolto la domanda di adozione in favore della compagna della madre biologica, introducendo di fatto la stepchild adoption, ha fatto proprio riferimento a questo articolo, stabilendo che, in caso contrario, la richiedente sarebbe stata discriminata in ragione dell’orientamento sessuale.
Non può certo dirsi che il giudice abbia applicato la legge (che non c’è), avendola invece a tutti gli effetti creata, secondo una propria personale visione ed interpretazione delle norme oltre all’indebita pressione esercitata sul Parlamento.
Altro aspetto da dirimere è l’ormai noiosa questione se il d.d.l. Cirinnà introduca o meno l’utero in affitto.
Rispondo che il fenomeno attraverso il quale ciò avviene si chiama “turismo procreativo”.
Su twitter, un estimatore (che mi riserva sempre curiosi epiteti), qualche settimana fa mi chiedeva: “Chi ha coniato questo nome orribile? Lei in una sua fantasia notturna?”.
Tralasciando le mie fantasie notturne (con quattro figli non si va a dormire, ma si finisce stramazzati sul letto), rispondo a lui e a voi che questa definizione si trova in uno studio del 2013, effettuato dal Dipartimento tematico C diritti dei cittadini e affari costituzionali presso il Parlamento Europeo, finalizzato a verificare se esiste la possibilità da parte dell’Unione Europea di intervenire per uniformare le diverse legislazioni in materia di maternità surrogata nei diversi paesi.
Qui si legge che il “turismo procreativo” è quel fenomeno per cui i genitori committenti (si chiamano così perché commissionano l’affare, cioè il bambino) si recano in un altro paese, dove i contratti di maternità surrogata sono ammessi o risultano agevolati o meno onerosi o dove le madri surroganti chiedono un compenso più basso.
Per la verità la coppia, di solito, prima contrae “matrimonio” dove questo è ammesso e poi va alla ricerca del paese in cui affittare l’utero, scegliendolo ovviamente a seconda delle disponibilità economiche; quindi rientra a casa propria chiedendo il riconoscimento di ciò che si è fatto illegalmente all’estero.
Dove la pratica è ammessa esistono agenzie specializzate che, come sappiamo, curano i clienti nel corso di ogni fase.
Non so quanti di voi sanno, per esempio, che il disegno di legge di cui stiamo discutendo è stato redatto dall’avvocato Ezio Menzione, segnalato nel sito web maternitàsurrogata.info come studio legale di riferimento, il quale - in un’intervista al Corriere del 2008 - spiega sostanzialmente come eludere il divieto vigente in Italia, consigliando di rivolgersi a quei paesi che rilasciano il certificato di nascita con validità internazionale, così non bisogna passare nemmeno dal consolato.
Arrivati a questo punto, mi ripeto la battuta di Denzel Washington (ricordate? “D’accordo. Mi spieghi tutto come se avessi due anni…”).
Allora, l’articolo 5 del d.d.l. Cirinnà introduce per le coppie omosessuali il diritto di adottare il figlio naturale del partner.
Per le unioni formate da donne, una delle due ricorrerà all’inseminazione artificiale con donatore anonimo e metterà al mondo un bambino al quale è probabilmente preclusa per sempre la possibilità di sapere chi è il padre, oltre ovviamente a non avere accanto a sé alcuna figura paterna sostitutiva di quella biologica, perché la signora ha una compagna che non vede l’ora di adottare suo figlio.
Per le unioni formate da uomini, uno dei due ricorrerà all’utero in affitto andando all’estero.
Entrambe le coppie si saranno precedentemente “sposate” dove è ammesso il matrimonio egualitario e, siccome i paesi in cui di solito ci si sposa sono diversi da quelli in cui si va ad affittare l’utero, avrete capito perché si parla di “turismo procreativo”!
A questo punto sarete stanchi di leggere per cui chiudo con una domanda: ma secondo voi il legislatore italiano, che da una parte vieta la maternità surrogata (articolo 12 della legge n. 40 del 2004) e dall’altra intende approvare una legge che - introducendo la stepchild adoption per le coppie omosessuali - legittima in Italia gli effetti dell’utero in affitto fatto all’estero, come minimo non viola il principio di non contraddizione?
E’ pur vero che non si poteva pretendere di più, considerando che il redattore della legge è consulente esperto in materia favorevole all’introduzione della pratica e qualche parlamentare ha commesso all’estero una condotta vietata nel Paese che rappresenta.
Il cerchio si chiude".