giovedì 27 luglio 2017

Giovedì della XVI settimana del Tempo Ordinario.



Gesù ci ama infinitamente, è lo Sposo che ci fa beati perché, nella Chiesa dove ci ha chiamati per pura Grazia, si dona a noi rivelandoci ogni mistero del suo cuore. In essa possiamo infatti "ascoltare" la sua Parola mentre la "vediamo" compiuta nella nostra vita. In questo modo il Signore ci sono spiega le "parabole", immagini tratte dalla realtà che svelano innanzitutto i pensieri dei nostri cuori bisognosi del suo perdono, per poi illuminare quelli di ogni uomo. Anche noi eravamo meritevoli d'ira, come tutti, ma nelle viscere di misericordia della Chiesa il Signore ci ha aperto occhi e orecchi per mezzo dello Spirito Santo: quando infatti l’uomo trasgredì il comando del Signore, il diavolo ricoprì con un oscuro velo la sua anima. Ma intervenne la Grazia che strappò quel velo, in modo che l’anima, restituita alla purezza originale e alla forma della propria natura, cioè di creatura pura e irreprensibile, potesse fissare per sempre con occhi puri la gloria" di Cristo. "Pur vivendo ancora sulla terra, abbiamo in cielo la nostra cittadinanza, vivendo secondo il nostro uomo interiore come se già fossimo nell’eternità"; perché i cristiani, "entrano fin da questo mondo nel suo palazzo... Sebbene non posseggano ancora in pienezza l’eredità celeste, tuttavia dalla caparra dello Spirito Santo che li colma di fiducia, sono resi oltremodo sicuri, come se già fossero incoronati e possedessero le chiavi del Regno, perché, mentre ancora vivono sulla terra, sono posseduti da quella soavità e dolcezza, da quella forza che è propria dello Spirito... Per i cristiani chiamati a regnare nel secolo futuro, non vi sarà nulla di nuovo o inatteso, poiché già prima hanno potuto conoscere i misteri della grazia” (Da un’antica Omelia del IV secolo). Nella Chiesa Gesù ci rivela i misteri del Regno facendocene sperimentare un anticipo nella beatitudine celeste dell'amore che, riversato nei nostri cuori, si traduce in pensieri, parole e opere soprannaturali. Attraverso l'esperienza del perdono che abbraccia anche chi ha tradito, del dono di se stessi sino a caricare il peccato dell'altro, l'accettare malattie e umiliazioni sul lavoro, è come se stessimo già vivendo nel Regno, dove avremo l'abbondanza infinita ed eterna del suo amore. Per questo non mormoriamo se Gesù non ci spiega le cose come vorrebbe la nostra ragione; non ne abbiamo bisogno, perché ci rivela il senso degli eventi nella profondità del cuore mostrandoci come la "esah" del Padre è in ogni istante della nostra storia, la sua volontà d'amore attenta ai particolari con cui ci conduce al Cielo. Il senso profondo di ogni parabola infatti, è che Dio è fedele in ogni sua opera, perché sulla Croce ha svelato il mistero del suo amore che rovescia ogni prospettiva e criterio umano, muovendoci a compiere la volontà del Padre che la carne non può accettare. Chi ha il cuore indurito non lo sa, per questo di fronte al male e alla morte non ha parole, e si ribella. E noi siamo inviati a un popolo di dura cervice come una parabola che lo desti alla Verità. Chi non ha conosciuto Dio come suo Padre è idolatra, per questo, come gli idoli, "pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono... sono infatti diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani". Ma a tutti è offerta una possibilità: la beatitudine dei cristiani, sigillo di autenticità impresso sull'amore di Dio Padre, la gioia autentica e la pace inossidabile che siamo chiamati a vivere e a rivelare mentre siamo crocifissi con Cristo. Solo sulla Croce, infatti, i nostri occhi sono beati perché vedono il compimento di ogni profezia nel sacrificio d'amore dell'Agnello che molti profeti e giusti hanno desiderato vedere; e sono beati anche i nostri orecchi perché nella Chiesa possono ascoltare l'annuncio della sua vittoria, primizia del Regno i cui misteri risplendono dinanzi al mondo nella vita nuova che si compie in noi.

mercoledì 26 luglio 2017

Mercoledì della XVI settimana del Tempo Ordinario. Commento al Vangelo.



Il Vangelo di oggi ci ricorda le Parole che Dio rivolse al suo Popolo in procinto di entrare nella Terra Promessa: "se non vi farete idoli... la terra darà i suoi prodotti... perché io sono il Signore vostro Dio che vi ha fatto uscire dall'Egitto, ha spezzato il giogo e vi ha fatto camminare a testa alta... ma se non ascolterete... seminerete invano il vostro seme e se lo mangeranno i vostri nemici... sconterete le vostre colpe nel paese dei vostri nemici.. il vostro cuore non circonciso si umilierà e allora mi ricorderò dell'Alleanza" (Lev. 26). La Parabola del Seminatore ci annuncia che Dio non ha rotto l'Alleanza con noi, idolatri per aver indurito il cuore alla sua voce ascoltando la parola velenosa del maligno. Nella semina della Parola che è l'evangelizzazione della Chiesa, Cristo viene a cercarci nella terra del nostro esilio, infeconda perché seminata con la menzogna satanica dell'idolatria. Anche oggi il Signore visita la terra che, attraverso la storia di umiliazioni e fallimenti, ha preparato perché accolga l'annuncio del Vangelo. Anche oggi esce il Seminatore e al suo passaggio stilla l'abbondanza di frutti: la predicazione infatti ci annuncia Cristo, il seme gettato sulla strada, tra sassi e spine. Accolto con entusiasmo e, nel volgere di pochi giorni, gettato fuori dalla città carico della Croce, cinta la testa da una corona di spine, tra insulti e sputi lanciati come pietre al suo passaggio, il Seminatore si è inoltrato sulla strada preparata dai nostri peccati per seminarvi la sua vittoria. E l'Agnello si è lasciato immolare sul Golgota, trasformato in un giardino dal suo corpo in esso sepolto, la terra buona che, nella sua risurrezione, ha dato il frutto della nostra salvezza. Per mezzo dei sacramenti Gesù attraversa la morte della nostra terra infeconda per estirpare con il perdono il seme dell'idolatria e deporvi quello della vita nuova nell'obbedienza. Allora coraggio, siamo il frutto del suo amore più forte del peccato e della morte. Per questo in Lui possiamo dare il frutto abbondante della fede seminata dalla sua Parola, opere che testimoniano la vita eterna in noi, che ci fa camminare a testa alta e discernere in ogni evento l'occasione per donare a tutti, secondo le loro necessità, il trenta, il sessanta, il cento del suo amore.

martedì 25 luglio 2017

Building a Bridge.... per andare dove???

25 Luglio. San Giacomo Apostolo. Commento al Vangelo.



Il Signore aveva appena annunciato, per la terza volta, il suo destino: Passione, Croce e Resurrezione. Ma i loro interessi e le aspirazioni più profonde soffocavano le parole serie e gravi del Maestro. Il cuore dei più intimi di Gesù, di Giacomo e Giovanni, era come il nostro, piagato di vanagloria e di egoismo. Un'inguaribile tendenza a fare di tutto, anche del seguire Gesù, qualcosa che ci sia propizio e soddisfi i nostri bisogni, affettivi e carnali, per sentirci vivi. Nelle parole, lacci. Negli sguardi, ventose. Negli atteggiamenti, esche. Nelle opere, catene. Ci diciamo pronti a qualsiasi cosa, a "bere qualunque calice", ma è per "sedere alla destra e alla sinistra" di chi possa assicurare un posto di prestigio nella vita. Nulla in noi è gratuito perché, ingannati dal demonio, scambiamo Dio con "io". Per questo, nella "madre dei figli di Zebedeo" possiamo rintracciare le sembianze di ogni nostra madre che, avendoci concepito nel peccato, ci ha trasmesso desideri e obbiettivi limitati alla carne che, una volta raggiunti, ci lasciano più vuoti di prima: "studia figlio mio, cercati una brava ragazza, e un posto fisso mi raccomando, e una casa che il mattone è per sempre; e risparmia, accumula, che non si sa mai nella vita...". Eppure, anche sotto ciò che nostra madre ci ha insegnato a "volere che il Signore ci faccia", si cela in noi il desiderio di partecipare a qualcosa che non muoia e non ci faccia preda degli eventi, di relazioni stabili e durature. Ma "Gesù esaudisce le sue promesse, non le nostre attese" (S. Fausti), perché è Dio, quello vero a cui possiamo assomigliare, l'ecce homo nel quale siamo stati creati e ricreati, non il feticcio che immaginiamo; non il Messia che instauri un regno umano dove, come Giacomo e Giovanni pensavano, possiamo dominare con Lui su tutto e tutti. Cristo non ha il "potere" mondano che esige di "essere servito", ma quello celeste e scandaloso di "servire" che, attraverso la Chiesa, viene anche oggi a donarci con la Vita Eterna, l'essere più profondo che riordina ogni relazione nella disciplina dell'amore. La Grazia di dare la vita, amare, anche quando non si è amati, anche quando si è disprezzati, come ha sperimentato San Giacomo, che ha offerto se stesso nel martirio d'amore; invece del primo che la carne desidera, ha occupato l'ultimo posto, il più vero, il più felice perché è il posto di Cristo, dove per salvarci ha bevuto sino in fondo il calice che gli abbiamo porto ricolmo dei nostri peccati. Lo stesso calice è preparato per noi nella Chiesa, dove tra i fratelli nulla è come nel mondo di chi brama potere e successo. Essa è la Madre che ci gesta per non seguire più i desideri della nostra madre nella carne porgendoci il calice del sangue di Cristo che ha distrutto il peccato e ci colma della sua stessa vita più forte della morte infondendo in noi il potere di servire ogni uomo bevendo il calice della sofferenza che l'amore suppone. Per questo ogni giorno è pronto per noi un calice con il quale Gesù ridesta la chiamata a seguirlo che raggiunse anche Giacomo sulle rive del mare di Galilea. Lui ha il potere di farci vivere all'ultimo posto dove servire chi ci è accanto contemplando, come Giacomo, nella Trasfigurazione del Signore il suo potere che trasforma anche noi, pavidi e incoerenti che si addormentano nel Getsemani, in apostoli capaci di pazienza nelle sofferenze e nelle persecuzioni per annunciare il Vangelo compiendo i miracoli dell'amore che sovrabbonda in noi. Forse non saremo inviati in Spagna come Giacomo, ma di certo sino agli estremi confini della terra e della vita di chi ci è accanto. Certo, soffriremo delusioni e fallimenti come l'apostolo ha patito l'insuccesso della sua predicazione. Ma apparirà anche a noi la Vergine Maria, sul pilastro della Croce come apparve a Giacomo in quel di Saragozza: coraggio, non siamo soli nella missione che ci è affidata. Maria è con noi per consolarci e sostenerci affinché con la Chiesa di cui è immagine, possiamo bere il calice del dolore e del peccato di ogni uomo per testimoniare la vittoria di Cristo contro cui il veleno di cui è colmo non ha potere.

lunedì 24 luglio 2017

No puedo descansar....

Lunedì della XVI settimana del Tempo Ordinario




Ascoltano i regnanti la voce del profeta e tremano; 
così tanto si umiliano che, gettati via i loro diademi, 
niente altro vogliono che convertirsi.
Ascoltano i principi e gridano; si tolgono le vesti lussuose 
e si coprono di umili stracci.
Ascoltano gli anziani, e per l’afflizione si coprono il capo di cenere.
Ascoltano i ricchi, e svelti spalancano i loro forzieri ai poveri.
Ascoltano gli usurai, e all’istante strappano le cambiali.
Ascoltano i debitori, e corrono a pagare i loro debiti.
Ascoltano i ladri, e in fretta restituiscono il maltolto ai proprietari.
Ascoltano i giudici, e fanno finta che i delinquenti 
non abbiano commesso crimini, condonando ogni cosa. 
Ascoltano gli assassini, e confessano i loro delitti, 
né si rifiutano di presentarsi ai giudici. 
Ma anche i giudici ascoltano, e perdonano, 
perché in questo indescrivibile tumulto 
nessuno ha più il coraggio di condannare.
Ascoltano i peccatori, e confessano le loro malvagie azioni.
Ascoltano i servi, e maggiormente rispettano i loro padroni.
Ascoltano i ricchi e le persone importanti, e abbassano la cresta.

S. Efrem

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Alcuni scribi e farisei chiedono a Gesù un segno che lo legittimi quale Messia, una prova che dimostri la veridicità delle sue parole. Perché Gesù risponde così severamente ad una domanda apparentemente ragionevole? Perché, chiedendo un altro segno essi vanificano di fatto quelli che Gesù aveva compiuto sino ad allora. Sono come il Popolo nel deserto che, nonostante i segni e i prodigi, continuavano a mormorare e tentare Dio per sapere "se il Signore è in mezzo a noi, sì o no" (Es 17,7). Come noi, mai sazi della tenerezza e della misericordia di Dio, esigiamo che compia i segni che il nostro cuore malato desidera. No, la vita che abbiamo non ci piace. Va bene, il Signore ci ha perdonato e aiutato molte volte, ma... Ci manca sempre qualcosa; se gli eventi prendono una piega diversa da quella che abbiamo stabilito o sperato; se la moglie, nonostante le tante esperienze di riconciliazione, continua ad essere insopportabile e non mi fa passare nulla; se il marito, nonostante lo abbia perdonato, si ostina a tradire la mia fiducia; se i figli, nonostante le mille parole e castighi, continuano a mentire e a fare il proprio comodo; se appare una malattia, o un problema al lavoro, o un incidente; se qualcuno ci si mette contro, eccoci di nuovo a chiedere al Signore che "ci faccia vedere un segno". Perché? Perché la Parola ascoltata, i mille sacramenti ricevuti, le esperienze del suo amore, non ci sono ancora bastati per credere e abbandonarci alla volontà del Padre? Lo spiega Gesù: perché non abbiamo ancora creduto al "kerygma", alla notizia che Gesù è morto e risorto per noi! Abbiamo visto dei "segni", ce ne siamo rallegrati perché hanno risolto situazioni difficili, o hanno compiuto i nostri desideri. Ma non abbiamo compreso che essi erano "segno" del Mistero Pasquale del Signore, l'unico "segno" capace di cambiare il cuore. Erano un aiuto che ci è stato offerto, una traccia per giungere al Golgota, contemplare Cristo crocifisso, lasciarci trafiggere il cuore da tanto amore, incontrarlo "nel ventre della terra" nella quale i peccati ci hanno sepolto, e lì, nella nostra realtà, alla radice di ogni peccato, aprire disarmati all'unico capace di scendere fino a noi per liberarci con la sua vittoria sulla morte. No, se stiamo ancora mormorando ed esigendo che Dio cambi eventi, persone e perfino noi stessi, significa che non abbiamo creduto al "segno di Giona profeta". Troppo ingannati dalla sapienza mondana, troppo preoccupati della giustizia carnale per accogliere, umilmente, la chiamata a "conversione" che l'unico "segno" che ci viene dato ogni giorno ci annuncia. Siamo ancora figli di "questa generazione, perversa e adultera". Per-vertiamo lo sguardo del cuore "volgendolo in un altro verso", opposto a quello di Dio; per questo abbiamo tradito il nostro Sposo, cercando affetto, stima, considerazione e vita negli amanti con i quali ci siamo pervertiti. Abbiamo creduto all'annuncio del demonio, identico a quello fatto ad Eva, e ci siamo concessi agli idoli di questo mondo. Come potremmo credere, se la carne ha desideri contrari a quelli dello Spirito? Se il "segno" che chiediamo è un idolo fabbricato dal nostro cuore malato? Per questo tentiamo Dio, rifiutando il "segno" che ci offre nella storia, in ragione delle nostre concupiscenze. Eh sì, perché chiedere che tua moglie o tuo marito cambi è una perversione; chiedere che gli eventi vadano secondo i nostri schemi è adulterio. E' "pensare secondo gli uomini", tipico di satana, il nemico della Croce. E' chiedere un "segno" eugenetico, che spiani la strada ad una vita senza problemi, senza sofferenze, senza croce. Il paradiso messianico qui e ora, e fuori dalla nostre esistenze tutti gli embrioni fallati, gli usurpatori, colleghi, parenti, il nostro stesso carattere.... Infatuati dei doni che abbiamo ricevuto, senza accorgercene, ci siamo fatti dio e tutto deve servire alla nostra maestà. Siamo diventati incapaci di godere, con semplicità, dei doni che ogni giorno il Signore ci fa, incartandoli con la ruvida carta della Croce. "Con-vertiamoci" allora, oggi, ora! "Volgiamo di nuovo lo sguardo a Colui che abbiamo trafitto", e rigettiamo sinceramente l'opera del demonio nella nostra vita.

Oggi è il momento favorevole! Guardiamoci intorno, nella Chiesa, nella nostra comunità: vedremo "alzati", ovvero "risorti" in una vita nuova gli "abitanti di Ninive", i peccatori incalliti che si sono convertiti al "kerygma" (secondo l'originale greco tradotto con "predicazione"); vedremo "levarsi", ovvero "risorgere" dalla sapienza carnale e dalla gloria vana del mondo, la "Regina del sud", i tanti "venuti dall'estremità della terra ad ascoltare la sapienza di Salomone" che gli ha annunciato l'amore celeste. Non li vedi? Guarda che sono in piedi e ti stanno "giudicando", insieme a "questa generazione" che ha rinnegato Dio. Ma è un giudizio riservato al tuo e al mio uomo vecchio, affinché sia annegato nelle viscere della misericordia di Dio. Abbiamo ancora una possibilità... Nella Chiesa ci sono donati tanti fratelli che si stanno realmente convertendo... Quanti di loro erano schiavi di alcool e droga, ma hanno creduto alla predicazione e sono risuscitati e ora sono mariti e mogli che perdono la vita l'uno per l'altro, capaci cioè di soffrire; quanti di loro avevano gettato la loro vita inseguendo il prestigio e il potere, ingannati dalle ideologie e dalla cultura del mondo, ma si sono incamminati per ascoltare la sapienza di Cristo, e ora regnano con Lui sulla Croce, padri e madri felici, occupando l'ultimo posto dove l'amore di Dio ricolma di senso la loro vita... Non finiremmo mai di guardare e contemplare l'opera che il "segno di Giona" compiuto in Cristo ha operato in loro. Ebbene oggi il Signore ci invita a lasciarci giudicare dai nostri fratelli, dalla Chiesa nella quale Cristo continua a scendere "nel ventre della terra per tre giorni". In essa, la pazienza piena di misericordia di Dio aspetta e accompagna la conversione di ciascuno di noi, per farci risorgere con Lui come nuove creature. Il "segno" per convertirci è, dunque, già accanto a noi; ma non solo: è in noi, nella nostra storia. E' la croce che anche oggi ci accompagna, come il "ventre della balena" dove sperimentiamo la solitudine, i nostri limiti, i nostri dolori, le nostre angosce, il frutto dei nostri peccati. Accettiamolo, smettiamo di tentare Dio perché ci dia "un segno" che tolga "l'unico segno" che ci può salvare. Convertiamoci, cioè riconosciamo umilmente di essere precipitati nel "cuore della terra", nella polvere da cui siamo stati tratti e alla quale siamo tornanti a causa degli "adulteri e delle perversioni". Anche oggi vi scenderà Cristo per prenderci con amore sulle sue spalle e riportarci in vita. Il segno che ci è offerto per salvarci è proprio ciò che stiamo disprezzando, contro cui stiamo lottando; la spina conficcata nella carne di oggi è la nostra salvezza, il "segno" che il Padre ci ama e non ci ha lasciato nella morte, al punto che proprio lì, dove più acuto è il dolore, è crocifisso suo Figlio. E questo significa che proprio la nostra vita è "il segno", l'unico, che ci è dato per convertirci; non ve ne sono altri, come non vi saranno altre vite, altri giorni, ma solo la croce di oggi, primo e ultimo giorno della nostra vita. Ascoltiamo la predicazione e piangiamo i nostri peccati, come Pietro; perché credere al "segno" significa avere il cuore dei niniviti, che "aspettavano la giusta collera di Dio, ma non smettevano di sperare nella sua sconfinata misericordia. Erano convinti che Dio è di grande misericordia, e spande il suo amore e la sua misericordia su chi si converte" (S.Efrem). Abbandoniamo le false sicurezze con cui ci siamo illusi di regnare, e camminiamo con la Chiesa seguendo le orme di Cristo Crocifisso. Ci porterà nel deserto, non temiamo, perché proprio in esso lo Sposo viene a parlarci, per farci di nuovo sua sposa, nella fedeltà e nell'amore, compimento di ogni autentica conversione.

sabato 22 luglio 2017

La conversione chiesta da Papa Francesco.


Gaudio evangelico. La necessità di una conversione pastorale della Chiesa, che spesso appare impreparata ad affrontare le complesse sfide del tempo presente. È quanto mette in luce, a partire dalla Evangelii gaudium di Papa Francesco, il volume "Bellezza del gaudio evangelico. Al centro della vita cristiana" (Livorno, Mauro Pagliai Editore, 2017, pagine 179, euro 12). Pubblichiamo stralci tratti dal capitolo intitolato «Il clero dorme».
La conversione chiesta da Papa Francesco
Abitudine non è fedeltà

di Giulio Cirignano
L’ostacolo maggiore che si frappone alla conversione che Papa Francesco vuol far fare alla Chiesa è costituito, in qualche misura, dall’atteggiamento di buona parte del clero, in alto e in basso. Atteggiamento, talvolta, di chiusura se non di ostilità. Come i discepoli nell’Orto degli ulivi, ancora i suoi discepoli dormono. Il fatto è sconcertante. Per questa ragione il fenomeno va esaminato a fondo, nelle sue cause e nelle sue modalità. Il clero trascina dietro di sé le comunità, che invece dovrebbe essere accompagnata in questo straordinario momento. Gran parte dei fedeli hanno compreso, nonostante tutto, il momento favorevole, il kairós, che il Signore sta donando alla sua comunità. Gran parte dei fedeli è in festa. Tuttavia quella porzione più vicina a pastori poco illuminati viene mantenuta dentro un orizzonte vecchio, l’orizzonte delle pratiche abituali, del linguaggio fuori moda, del pensiero ripetitivo e senza vitalità. In fondo, il Sinedrio è sempre fedele a se stesso, ricco di devoto ossequio al passato scambiato per fedeltà alla tradizione, povero di profezia. Quali le ragioni di tutto ciò?
Al primo posto della lista occorre, probabilmente, collocare il livello culturale modesto di parte del clero, sia in alto che in basso. Non possiamo generalizzare e, pertanto, non troviamo alcuna difficoltà ad ammettere che ci sono molte eccezioni a questo stato di cose, per fortuna. In molti presbiteri, purtroppo, la cultura teologica è scarsa e ancora minore è la preparazione biblica. La causa di questo deplorevole stato di cose è facilmente individuabile. Quando un corso di studi di livello universitario, tanto per fare un esempio, non lascia nello studente la voglia di pensare, di continuare a studiare, di esercitare un minimo di senso critico, vuol dire che ha fallito il suo compito. L’impostazione di gran parte dei seminari non favorisce il formarsi di una mentalità di lavoro e di impegno. Gli anni di preparazione al presbiterato dovrebbero alimentare la consapevolezza circa la necessità del ministero come un vero e proprio lavoro. Come ogni persona, anche il prete lavora per guadagnarsi il pane.
Si obietterà che spesso i preti sono oberati da molte faccende. Questo risponde a verità. Se però le molte faccende impediscono al prete di svolgere il compito che gli è proprio ci dobbiamo interrogare. Forse grava sul prete un’immagine che viene dal passato e che non è più sostenibile? Ci riferiamo a un’immagine ereditata in cui il prete era pensato come il capo e il padrone della comunità e che, in virtù della sua condizione celibataria, veniva come compensato da una specie di ruolo a responsabilità individuale totalizzante. Una specie di “protagonista” solitario. Gli organismi di sinodalità funzionavano e funzionano poco e male. In questo schema si pensava che la vitalità di una comunità passasse dal prete ai fedeli, costantemente conservati in un ruolo passivo. Tutto ciò oggi non è più accettabile.
C’è ancora un fattore più grave che impedisce a quanti portano il dono del sacerdozio ministeriale di intercettare le domande che vengono dalla storia e accogliere con gioia ed entusiasmo gli inviti al cambiamento. È un fattore il cui peso è difficilmente misurabile, una specie di gabbia paralizzante. Possiamo definirlo, sostanzialmente, come la modalità di concepire l’esperienza religiosa in termini vecchi, quelli maturati e consolidati nel lungo periodo della controriforma. Modalità che coinvolge la teologia, la spiritualità e la pratica.
Una teologia, in primo luogo, senza le risorse della Parola, senz’anima, che ha trasformato l’appassionante e misteriosa avventura del credere in religione. Fede e religione: nell’immaginario comune sono quasi sinonimi. In realtà, sono esperienze profondamente diverse. La religione nasce dalla paura e dal bisogno dell’uomo che spinto da questo duplice fattore si incammina in cerca di una mano a cui aggrapparsi. Va in cerca di un aiuto che, spesso, costruisce in parte anche secondo le sue necessità. È una esperienza bella, certamente, che si alimenta alla coscienza del mistero, che ogni uomo porta in sé. Ha, però, questo grande limite: il Dio della religione è, per lo più, proiezione dell’uomo, della sua mente, delle sue paure, delle sue necessità. È un dio ipotetico.
La fede ha tutt’altra origine. È accoglienza di un evento umanamente impensabile. Nell’esperienza della fede non è in primo luogo l’uomo che va verso Dio, ma l’opposto. Dio si rende esperibile all'uomo che è invitato ad accoglierlo. La fede è il vuoto dell’uomo e il pieno di Dio: in ciò l’uomo trova la sua completa dignità.
Dobbiamo ammetterlo: siamo tutti profondamente intessuti di religione. Tutti, nessuno escluso. Anzi, il bisogno religioso ci accompagnerà fino alla fine della vita. Non ci abbandonerà mai. Avremo sempre l’istinto di cercare quella misteriosa mano su cui posare le nostre vertigini esistenziali. Dunque nessuna svalutazione della religione, ma dobbiamo ribadire con forza che la fede è un’altra cosa. Quando il prete è troppo segnato da mentalità religiosa e poco da limpida fede, allora tutto si fa più complicato, poiché egli rischia di restare vittima delle molte cose inventate dall’uomo su Dio e sulla sua volontà. Quando è l’uomo a parlare di Dio, lo fa da uomo, immaginando, ipotizzando e talvolta sostituendosi a Lui. Colui, che è totalmente altro, non sopporta di essere rinchiuso in schemi angusti, tipici della mente umana. «Dio, nessuno lo ha mai visto» (Giovanni, 1, 18), di lui sappiamo solo quello che il Figlio ha voluto rivelare. Dio è amore: questo è tutto. Amore come dono di sé. Così Egli corregge, in maniera plateale, le mille involuzioni che siamo soliti far compiere all’amore.
L'Osservatore Romano

XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) — 23 luglio 2017. Ambientale e commento al Vangelo.



Nella XVI Domenica del Tempo ordinario, la liturgia ci propone il Vangelo in cui Gesù racconta tre parabole: quella del grano e della zizania, del granello di senape e del lievito nella farina.
«Il regno dei cieli - dice Gesù - è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Dio diffonde la sua presenza nel mondo elargendo nel cuore di ogni uomo il suo Spirito d’amore, trasformando gradualmente ogni persona e con essa l’ambiente in cui vive. Questa mirabile opera ha inizio, però, in modo discreto e apparentemente debole mediante l’annuncio verbale dell’amore di Cristo che si è lasciato condannare a morte per le nostre iniquità ed è risorto per farci cambiare vita. L’efficacia di tale annuncio va di pari passo con la testimonianza dei cristiani per la potenza dello Spirito Santo che sempre l’accompagna. Questo seme così piccolo, offerto a tutti, ha dato frutto in molte persone portando gioia, riconciliazione e forza d’amare. Al contempo, però, il diavolo con i suoi messaggeri semina zizzania nei cuori inducendo alla presunzione, all’egoismo, all’ipocrisia e alla violenza. Tante volta ci verrebbe il desiderio di fare finalmente giustizia, ma il Signore ci mette sull’avviso: “Spesso sei stato zizzania anche tu, seminando discordia e ostacolando il bene, ti ho ammonito, però non ti ho trattato secondo i tuoi peccati”. Il Vangelo c’invita, oggi. alla pazienza, portando i pesi gli uni degli altri nella speranza che ciascuno, vinto dall’amore di Dio e dei fratelli, possa cambiare, lasciando a Dio ogni giudizio, ci esorta inoltre a parlare di Cristo senza timore, i frutti, infatti, saranno inaspettati e abbondanti.
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Il grano in mezzo alla zizzania

Con le parabole di questa domenica il Signore ci svela una di quelle “cose” riservate ai “piccoli” e nascoste agli “intelligenti e ai sapienti”. Così, “aprendo la bocca in parabole”, il Signore “tira fuori cose nascoste” alla sapienza del mondo “sin dalla sua fondazione”.
A tutti parla in “parabole”, offrendo la possibilità di riconoscere la propria cecità e sordità. Ma il mondo, ingannato dal demonio, non accetta la realtà; ha il cuore indurito e non può vedere né ascoltare.
Ma dal mondo Dio ha scelto un resto, “piccolo” come un “granello di senapa”, che avesse però “orecchi per intendere”. Come in principio, quando con la sua Parola ha creato l’universo separando la luce dalle tenebre e le acque dalla terra ferma, così, dopo il peccato di Adamo ed Eva, con la stessa Parola Dio ha dato inizio a una nuova creazione.
Ha chiamato Abramo rivelandosi come l’unico Dio capace di compiere le sue promesse; ha “separato” Israele dagli altri popoli, perché ascoltasse la sua voce e obbedisse i suoi comandi, e divenire così un segno di Lui tra le Nazioni.
Infine, dopo una lunga storia di infedeltà, nella pienezza dei tempi, il Padre ha mandato il suo Figlio, con una carne simile a quella di ogni uomo, perché ogni carne potesse, in Lui, “avere orecchi” per ascoltare e “intendere”.
Per questo, “lasciata la folla”, immagine del mondo, Gesù “entra in casa”, ovvero nell’intimità della comunità cristiana, per “spiegare” ai suoi discepoli le “parabole”. Questa casa “separata” dal mondo, è il “seme bello” (secondo l’originale greco “buono” può voler dire anche “bello”), che Dio ha seminato nel mondo perché esso si salvi.
Proprio perché separata e diversa come la luce dalle tenebre e la terra dalle acque, la Chiesa è il sacramento di Salvezza (cfr. Concilio Vaticano II) offerto da Dio a ogni generazione.
In essa, Gesù stesso educa i suoi discepoli, che significa appunto – secondo l’etimologia del verbo latino ‘e-ducerè – “tirare fuori”, il meglio da ciascuno di loro e dalla comunità. Nella Chiesa, infatti, “compagnia affidabile, siamo generati ed educati per diventare, in Cristo, figli ed eredi di Dio” (Benedetto XVI).
Nella Chiesa primitiva coloro che si avviavano a ricevere il battesimo erano chiamati “catecumeni”, che letteralmente significa “istruiti a viva voce”. Nella “casa” i catecumeni ascoltavano la predicazione della Parola di Dio, e, poco a poco, ne sperimentavano il potere nella propria vita.
E’ la Parola, unita ai sacramenti e alla vita fraterna della comunità cristiana, che trasforma il “seme bello” in una “messe fiorita”. La Chiesa, infatti, è “seminata nel mondo” per “splendervi come il sole” separato dalle tenebre del peccato; è immagine della nuova creazione che Dio ha compiuto in Cristo, sole di giustizia per l’umanità.
Per questo essa “è nel mondo ma non è del mondo”. E’ separata, come già lo fu Israele, anticipando così per ogni uomo la “fine del mondo” quando “il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli a raccogliere dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità”.
La Parabola della zizzania illumina dunque la storia del mondo, e, in essa, le vicende della Chiesa, e le tue e le mie. La nostra vita è una profezia che Dio annuncia ad ogni uomo. E di ogni profezia deve esserne verificata l’autenticità. Ciò significa che il mondo deve provare il cuore e la mente dei cristiani, e vedere se quello che annunciano è vero. E’ l’unica possibilità che ha di salvarsi.
Esattamente come accadde a Cristo, nel deserto prima, e sulla Croce poi. Dall’inizio alla fine della sua vita pubblica, in ogni istante della sua missione, è stato messo a dura prova, in un susseguirsi di tentazioni. Accanto a Lui cresceva la “zizzania”, e non ha fatto nulla per estirparla.
Anzi, proprio per essere ghermito dal nemico è venuto nel mondo. Sulla Croce, “stelo cresciuto”, la zizzania ha tentato l’ultimo assalto per soffocare il “frutto” del “seme bello e buono”. Ma quell’amore assoluto, infinito, senza riserve né condizioni, ha svelato la vera natura di quell’erbaccia.
Nelle prime fasi della crescita, infatti, essa assomiglia al grano ed è difficile distinguerla. E’ necessaria la Croce perché sia smascherata. Così è per ciascuno di noi. Nella Chiesa “ascoltiamo” il Signore e impariamo a com-prendere le sue parole, a prendere cioè con noi il suo giogo.
In essa può crescere il seme di vita eterna ricevuto nel battesimo, alimentato dai sacramenti e fortificato attraverso le prove della vita illuminate dalla Parola che ci è predicata e dalla guida dei pastori e dei catechisti. Così, impariamo a discernere il “grano” in mezzo alla “zizzania”, e ad avere pazienza nella sofferenza.
Crocifissi con Cristo, potremo allora entrare nel mondo dove è all’opera il “mistero dell’iniquità” per annunciare il “mistero della salvezza”. Anche oggi ci sarà zizzania nella nostra vita, in famiglia, al lavoro, a scuola.
Saremo tentati di scendere dalla Croce, per estirpare la pianta seminata dal “nemico”. Ma non è questa la volontà di Dio. Essa è per noi la stessa che fu per Gesù: restare nella storia così com’è perché appaia in noi la vittoria sulla morte.
Essere cioè quello che siamo chiamati ad essere, semplicemente. Ascoltare la Parola e lasciare che essa compia in noi la sua opera; la vita divina in noi ci farà assumere il peccato degli altri, senza voler cambiare nulla. Solo così risplenderà la Verità sui rami della Croce sulla quale il Signore si distende con noi. E ogni uomo potrà trovare in essa riposo e salvezza.

venerdì 21 luglio 2017

Opzione Benedetto



DI GIOVANNI MARCOTULLIO (ALETEIA)

In Italia non se ne parla se non in alcuni circoli, tanto esigui numericamente quanto dotati di attenzione e capacità di elaborazione, ma negli Stati Uniti sembra essere diventato un tormentone ecclesiale globale: sulla “Benedict Option” si scrivono saggi, si dibatte alla radio, in televisione, sui blog…
Praticamente ogni amico e contatto che ho mi ha mandato qualcosa sul libro – ha scritto il vescovo statunitense Robert Barron – e mi ha sollecitato a commentare.
Dunque al cuore del tema c’è un libro ben noto tra i cattolici a stelle e strisce: il suo autore è il saggista Rod Dreher e s’intitola “L’opzione Benedetto: una strategia per cristiani in una nazione post-cristiana”. Il titolo ha il pregio della chiarezza: si tratta della sopravvivenza del cristianesimo in quanto tale in seno a una società che sembra aver ripudiato il conio cristiano da cui pure è venuta fuori. Il cenno a “una nazione post-cristiana” non si riferisce genericamente a “cultura” [culture], “società” [society] o “civiltà” [civilization]: si parla degli Stati Uniti. Nulla di più naturale, quindi, che il dibattito sia centrale oltreoceano e marginale qui da noi.

Ma qual è dunque la tesi? Che strategia è quella della “Benedict Option”? Significa applicare all’esistenza storica dei cristiani un metodo di resilienza quanto alla dimensione pubblica (e dunque etica e politica) della fede. In poche parole: fanno leggi contrarie alla fede cristiana? La scuola viene impostata ideologicamente e non ti piace come rischiano di essere indottrinati i tuoi figli? Disapprovi in toto vel in parte il piano di destinazione delle risorse pubbliche approvato dal tuo governo e vedi che tutto questo non dipende da questo o da quel partito, perché ormai veramente tutti nutrono un’ostentata indifferenza (quando non un’acre ostilità) nei confronti delle religioni in genere e del cristianesimo in specie? Quello che devi fare è comportarti come si comportò san Benedetto (da Norcia) quando le invasioni barbariche devastarono quel poco che della civiltà classica era stato risparmiato dalla sua autonoma decadenza. Anzi, a dire il vero mi pare che la tesi di Dreher possa in generale sostanziarsi meglio riflettendo adeguatamente sulla decadenza di Roma che già aveva preceduto le migrazioni dei popoli. Sì, l’autore parla anche di un “declino di Roma” che andava gestito, ma fin dalle prime pagine traccia delle coordinate leggermente idealizzate dell’antichità classica anteriore al V-VI secolo d.C.:
Conosciamo pochi particolari della vita sociale di Roma sotto il dominio barbarico, ma la storia mostra che una generale perdita di morale segue lo scuotimento di un ordine sociale di lunga durata.
(p. 14)
Gli esempi che seguono riguardano Parigi nel primo dopoguerra del Novecento e la Russia post-sovietica, dunque non vanno a sostanziare il presente storico dell’asserto qui sopra riportato con delle considerazioni afferenti alla tardo-antichità. Ed è un peccato, perché nella sua esistenza millenaria Roma aveva sopportato e respinto più di una volta delle ondate migratorie, anche feroci: quelle che la colpirono tra il V e il VI secolo non la lasciarono in piedi, e sembra strano che le ragioni debbano ricercarsi tutte nella straordinaria “barbarie” degli invasori.
Ma si troveranno forse altri momenti per parlare del libro di Dreher in sé: una volta che ne abbiamo espressa la tesi fondamentale, per quanto in soldoni, trovo più interessante confrontarla con la ricezione qualificata che se ne dà nell’ambito cattolico nazionale. Così ho trovato interessante il commento offerto da Robert Barron, che oltre a essere un quotato comunicatore è pure vescovo ausiliare di Los Angeles, e dunque quando parla di secolarizzazione sa pure cosa dice.
La maggior parte della gente sotto i cinquant’anni – scrive dunque Barron su www.wordonfire.org – afferma attualmente che le proprie convinzioni morali non vengono dalla Bibbia, e gli interdetti tradizionali, specialmente riguardo al sesso e al matrimonio, vengono respinti con aggressività. […] Per Dreher, la decisione della Corte Suprema riguardo al matrimonio gay, la sentenza sul caso Obergefell v. Hodges, che ha sostanzialmente sganciato il matrimonio dalle sue fondamenta scritturistiche e morali, è la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Monsignor Barron afferma quindi che l’accentuazione di Dreher sul “gay marriage” non va intesa come un’ossessione dello studioso nei confronti delle persone omosessuali, ma è importante perché esprime la «convinzione, ormai comunissima, che la moralità sia fondamentalmente una faccenda di decisione personale e autorealizzazione». Il segnale in effetti è importante (ma vi si potrebbe riconoscere un punto di frattura con tutta la tradizione occidentale, anche precristiana, e non unicamente una manifestazione di ostilità al cristianesimo). L’ausiliare di Los Angeles ripercorre l’elenco delle proposte di Dreher per ravvivare la coscienza cristiana pur nel contesto dell’Occidente secolarizzato. I cristiani dovrebbero quindi creare strutture parallele per la resilienza culturale, come:
  • praticare la scuola domestica per i figli;
  • aprire “scuole di classicità cristiana”;
  • curare una più bella e più riverente arte della celebrazione liturgica;
  • ravvivare una più fervorosa pratica ascetica;
  • promuovere un più profondo studio biblico;
  • combattere la pornografia;
  • sfidare la tirannia dei nuovi media
e diverse altre cose. Tutte giuste e buone, a ben vedere. Anzi, qualcuno potrebbe comprensibilmente trovarle perfino ovvie, se non fosse che tanta confusione dilaga a più livelli degli stessi ambienti ecclesiali. Ma il problema è un altro, e Barron lo evidenzia col già collaudato nome di “dilemma tra identità e rilevanza”:
Più enfatizziamo l’unicità della cristianità, meno sembra che la fede parli alla cultura mainstream; e più enfatizziamo la connessione tra fede e cultura, meno incisiva la cristianità pare diventare.
Un paradosso niente male che però, avverte mons. Barron, riguarda l’essenza del cristianesimo nella storia (e dunque non è un riflesso accidentale di un’epoca, per quanto inedita sotto diversi aspetti).
La proposta del prelato è quella di ispirarsi a figure come quella di Giovanni Paolo II, che hanno saputo coniugare identità e dialogo con un’attività apostolica e una produzione culturale di primo rilievo. Dunque Barron non esclude la Benedict Option, e si capisce anche che sarebbe avventato farlo, da parte sua, laddove molti cattolici sembrano attualmente trovare in quella proposta uno strumento di elaborazione che, per quanto limitato, non può essere condannato senza arrecare danno (o anche scandalo) ad alcuni fedeli.
Altrettanto interessanti, però, sono pure le reazioni dei lettori del blog, che pur apprezzando la sintesi pastorale di Barron (del resto corroborata da un giudizio teologico equilibrato e prudente) non smettono di muovere in vario modo un’obiezione che sostanzialmente è questa: «Siate nel mondo ma non del mondo» è un precetto di Cristo, e dunque una formula che declini questo comando nel nostro contesto non deve essere condannata ma non può spacciarsi per una novità; d’altro canto il cristianesimo non è mai vissuto nelle catacombe neanche ai tempi delle catacombe, e resta non meno vero che anche quello di essere «sale della terra e luce del mondo» è un comando di Cristo.

Difendere la Verità non è violenza

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 di Charles Chaput*

La storia è colma di grandi frasi che nessuno ha mai pronunciato. Una delle migliori è di Vladimir Lenin. È quella in cui definisce «utili idioti» i progressisti, i socialdemocratici e gli altri compagni di viaggio russi: ovvero gli stravaganti alleati nella rivoluzione che poi i bolscevichi hanno schiacciato non appena hanno preso il potere.
O questo è ciò che dice la leggenda. In realtà, non c’è prova che Lenin abbia davvero pronunciato quelle parole, quantomeno in pubblico. Ma questo non sembra interessare nessuno. È un’espressione efficace e, a modo suo, assolutamente vera. È facile che gli stravaganti e gl’imprudenti diventino utili strumenti di uno scontro più grande; o, per dirla in modo più generoso, utili innocenti. Il risultato è però sempre lo stesso. Vengono scartati.
La storia è colma anche di battute infelici che sono state pronunciate sul serio: come quelle, per esempio, contenute in un recente articolo uscito su un periodico che ha sede a Roma e che giustamente molti hanno già criticato. L’articolo in questione, Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo, è un esercizio semplicistico che presenta in modo inadeguato la natura della cooperazione che esiste fra cattolici ed evangelicali sulla libertà religiosa e su altri punti nodali.
I cattolici e gli altri cristiani che si considerano progressisti tendono a essere sospettosi del dibattito oggi in corso sulla libertà religiosa. Alcuni ne diffidano, considerandolo una cortina fumogena dietro cui si celano mire politiche conservatrici. Alcuni lo considerano una distrazione da altri temi urgenti. Alcuni provano disagio per la cooperazione che unisce molti cattolici ed evangelicali, così come molti mormoni e molti ortodossi, nello sforzo di contrastare l’aborto a richiesta, di difendere il matrimonio e la famiglia, di resistere agli sforzi LGBT atti a indebolire le protezioni che la legislazione sulla libertà religiosa garantisce attraverso leggi “anti-discriminazione” OSIG (orientamento sessuale/identità di genere) coercitive.
Ma operare per la libertà religiosa non ha mai precluso il servizio ai poveri. È anzi vero l’opposto. Negli Stati Uniti, la libertà delle comunità religiose è sempre stata il terreno di coltura dell’azione sociale e della missione ai bisognosi.
La divisione fra i cattolici e le altre comunità di fedeli è stata spesso profonda. Solo un pericolo concreto e cogente può metterli assieme. Quando ero un giovane sacerdote, la cooperazione fra cattolici ed evangelicali era una cosa assolutamente rara. L’aiuto che invece oggi essi si danno vicendevolmente, cioè quell’ecumenismo che sembra tanto preoccupare La Civiltà Cattolica, è una funzione del loro condividere preoccupazioni e princìpi, non l’ambizione per il potere politico.
Come ha detto una volta un amico evangelicale, il cuore della fede professata dai cristiani battisti è il contrario stesso dell’idea di una integrazione fra Chiesa e Stato. Gli stranieri che vogliono criticare gli Stati Uniti e il loro panorama religioso – e sì, da criticare c’è sempre moltissimo – dovrebbero prendere nota di questo fatto. È piuttosto basilare. 
Disdegnare gli odierni attacchi alla libertà religiosa definendoli «narrativa della paura» – come gli autori de La Civiltà Cattolica curiosamente la chiamano – avrebbe potuto avere un qualche senso 25 anni fa. Oggi suona caparbiamente ignorante. E ignora pure il fatto che le guerre culturali che si stanno combattendo negli Stati Uniti non state volute, non sono state incominciate da chi è fedele al credo cristiano di sempre.
Sorprende dunque in modo particolarmente singolare vedere i credenti attaccati dai propri correligionari solamente perché si battono per ciò che le loro Chiese hanno sempre creduto essere vero.
All’inizio di questo mese, uno degli architetti e dei finanziatori principali dell’odierno attivismo LGBT ha detto pubblicamente quel che dovrebbe essere ovvio da tempo: l’obiettivo quantomeno di una parte dell’attivismo omosessuale non è semplicemente quello di garantire eguaglianza alle persone attratte dal proprio stesso sesso, ma quello di «punire i malvagi»: in altre parole, punire chi si oppone all’agenda culturale LGBT.
Non ci vuole un genio per immaginare chi possa finire in quella categoria. Gli attuali conflitti sulla libertà e sull’identità sessuali implicano infatti una inversione quasi perfetta di ciò che noi una volta intendevamo con “giusto” e “sbagliato”.
I cattolici debbono trattare tutte le persone con carità e con giustizia. Compresi coloro che odiano ciò in cui noi crediamo. È necessaria la conversione del cuore. Sono necessari pazienza, coraggio e umiltà. Dobbiamo respingere ogni arroganza. Ma la carità e la giustizia non possono essere separate dalla verità. Per i cristiani, la Scrittura è la Parola di Dio, la rivelazione della verità di Dio: e non c’è modo di ammorbidire o di girare attorno alla sostanza di Rm 1, 18-32, o di qualsiasi altro richiamo biblico all’integrità sessuale e al comportamento virtuoso.
Cercare di farlo avvilisce ciò che i cristiani hanno sempre creduto. Ci riduce a utili strumenti di coloro che in questo modo soffocheranno quella fede per testimoniare la quale tanti altri cristiani hanno sofferto e ancora soffrono. Per questo le organizzazioni che si battono per la libertà religiosa nei tribunali, negli organi legislativi e sulla piazza pubblica ? organizzazioni illustri come l’Alliance Defending Freedom e il Becket (già Becket Fund for Religious Liberty) ? sono eroi, non “hater”.
E se i loro sforzi riuniscono in una causa comune cattolici, evangelicali e altre persone di buona volontà, di questa unità dobbiamo ringraziare Dio.
L’arcivescovo incoraggia i lettori a conoscere meglio, e a sostenere con preghiere e aiuti, l’Alliance Defending Freedom e il Becket.

Traduzione di Marco Respinti
* Mons. Charles J. Chaput, classe 1944, guida l’arcidiocesi cattolica di Filadelfia dal 2011. L’articolo A Word about useful tools, qui tradotto, è stato pubblicato il 18 luglio sul portale d’informazione della diocesi, CatholicPhilly.com.

Guida al sesso anale

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Il piano di Vogue che istiga i giovani alla perversione
di Roberto Marchesini

Mi è stato segnalato un articolo pubblicato da Teen Vogue che ha l'obiettivo di educare gli adolescenti al sesso anale (http://www.teenvogue.com/story/anal-sex-what-you-need-to-know). Cosa ne penso? Francamente? Penso che siamo oltre al disgustoso, oltre all'orripilante... siamo al ridicolo.
Partiamo dall'inizio, quando si spiega ai ragazzini che «non tutti fanno del sesso “pene nella vagina”». Eh, già: il sesso «in vasu naturale» si chiama «pene nella vagina», così risolviamo il problema di cosa sia naturale e cosa non lo sia. Dopo aver abolito la parola «naturale», l'articolo ci stupisce con ulteriori acrobazie lessicali. Non esistono maschi o femmine: esistono «possessori di prostata» e «non possessori di prostata». Dite la verità... non avreste mai potuto pensare ad una cosa simile, vero? Poi arriva la parte pratica, che consiste in tre punti: 1) «Andateci piano» (senza specificare perché); 2) «Il lubrificante è essenziale» (senza specificare perché); 3) «Si, potrebbe esserci della cacca. […] Aspettarsi di fare sesso anale e di non imbattersi nella cacca è irrealistico”. A questo punto... link ad un articolo sulla cacca (http://www.teenvogue.com/gallery/what-your-poop-says-about-your-health), rullo di tamburi ed ecco la bomba: «Tutti fanno la cacca». Non l'avreste mai detto, vero? Meno male che ci informa la stampa progressista, altrimenti saremmo rimasti nell’ignoranza.
Dulcis in fundo, un post-scriptum: «Questo articolo è stato aggiornato per includere l'importanza di utilizzare la protezione [il preservativo] durante il sesso anale». Capito? L'hanno aggiunto dopo. Ma a parte quest'aggiunta postuma, non c'è una sola parola riguardante i gravissimi rischi del sesso anale (malattie, lesioni e prolasso del retto). Questo articolo ha avuto diverse reazioni: dalla mamma che brucia la rivista (il cui video ha avuto più di un milione di visualizzazioni) al giornale che ha trovato l'articolo troppo poco progressista. Le donne sono infatti definite in base a cosa loro manca e l'uomo ha (non il pene... la prostata!), e nei disegni (si, ci sono anche le illustrazioni...) viene indicato l'organo del piacere maschile (nuovamente: la prostata!) e non quello femminile (il clitoride) (http://www.independent.co.uk/voices/teen-vogue-anal-sex-prostate-owner-sheila-michaels-feminism-teenagers-a7831671.html). Insomma: il mondo è bello perché è vario.
Fin qui non ci sarebbe molto da commentare, se non i soliti «Che tempi, signora mia...», «Dove andremo a finire...» e cose del genere. Ma allargando un po' la visuale si scoprono alcune cose curiose, se non interessanti. Partiamo dall'autrice, Gigi Engle, presentata come «educatrice sessuale» (altrove si definisce «femminista»). Dalle foto che circolano in internet, più che «educatrice sessuale», si direbbe esperta di «oggetti sessuali», visto che ne ha sempre in mano uno. Per Teen Vogue (ricordiamolo: una rivista per adolescenti) ha scritto altri articoli con questi titoli: «Consenso e BDSM [Bondage, Dominazione, Sado-Maso]: cosa dovresti sapere»«Come masturbarti se hai un pene»«Come masturbarti se hai una vagina».
Di questa educatrice sessuale, però, sappiamo anche altro. Ad esempio, conosciamo la sua vita intima: «Sono una grande bugiarda e una nota traditrice. Credo che il mio passato impulso verso il tradimento sia dovuto al fatto che non ho mai davvero voluto impegnarmi in una relazione, nonostante egoisticamente desiderassi tutti i benefici di averne una». Inoltre sappiamo che... parla da sola. No, ci assicura, non è matta: «Pensare ad alta voce mi aiuta a [...] dare un senso alle cose che dico». Forse è un po' sorda...
Ma Gigi Engle non è l'unica responsabile per questo geniale articolo. La responsabilità è sicuramente della giovanissima direttrice della rivista, l'ebrea afro-americana Elaine Welteroth. Quando è stata nominata direttrice della versione giovanile di Vogue (fino ad allora dedita a moda e celebrità) la rivista stava attraversando un periodo di crisi. La Welteroth ha reagito trasformando un frivolo giornale per ragazzini in un manifesto di propaganda liberal. Lei stessa ha dichiarato: «Penso che i nostri lettori si considerino degli attivisti». Non è certo un caso se, nel dicembre scorso, la rivista ha ospitato un articolo che attaccava personalmente e direttamente Donald Trump, accusato di «risvegliare il bigottismo, incoraggiare l'odio e normalizzare la menzogna». E non è un caso nemmeno se, nell'agosto dello stesso anno, ha pubblicato un articolo firmato da Hillary Clinton
Welteroth condivide la responsabilità con un'altra star del giornale, il direttore dell'edizione on-line Phillip Picardi. Difende a spada tratta l'articolo perché, gay cresciuto in una scuola cattolica, si lamenta di non aver ricevuto istruzioni adeguate sul sesso anale; ha trovato il modo di rimediare. In un suo tweet ha scritto: «La generazione Z sarà la più queer e la più coraggiosa di sempre». Grazie a Teen Vogue, ça va sans dire. Potremmo dire anche parecchio a proposito del gruppo editoriale che sostiene questo progetto, la Advance Publications della famiglia Newhouse (Neuhaus), proprietaria di un vero e proprio impero della carta stampata che comprende Vanity Fair e Wired, già noti ai lettori della Bussola per le posizioni ultra-liberal...Ma andremmo troppo lontano. Per ora fermiamoci qui... ce n'è pure d'avanzo.

Lo jus soli e i cattolici...



Il rinvio dello ius soli è una sconfitta per i cattolici 
Corriere della Sera 


(Andrea RiccardiFrancesco aveva firmato, in modo insolito per il papa, un appello per la cittadinanza ai bambini. Il Presidente e il segretario della Cei sono intervenuti pubblicamente -- Il rinvio della legge sullo ius soli è una sconfitta non solo per il premier Paolo Gentiloni o per Matteo Renzi, ma anche per la Chiesa, la sua leadership e i soggetti cristiani del paese. (...)

No, la chiesa non può essere solo applausi.



Intervista a Gerhard Ludwig Müller
il Foglio

(a cura di Matteo Matzuzzi) Eminenza, si è fatto un’idea del perché il Papa abbia deciso di rimuoverla dalla guida della congregazione per la Dottrina della fede?
“No, non lo so, perché il Santo Padre non me l’ha detto. Mi ha solo informato che il mandato non sarebbe stato rinnovato. Ci sono state molte speculazioni sui mass media negli ultimi tempi, e direi che la nomina del nuovo segretario della congregazione (mons. Giacomo Morandi, ndr) resa nota martedì scorso è un po’ la chiave per comprendere queste manovre”. E’ sereno il cardinale Gerhard Ludwig Müller, teologo tedesco e per cinque anni prefetto di quello che fu il Sant’Uffizio, nominato da Benedetto XVI, confermato da Francesco che però lo scorso 30 giugno gli ha comunicato la decisione di fare a meno di lui. 
Con il Foglio ripercorre le tappe che hanno portato al suo allontanamento, alle controversie sull’interpretazione dell’esortazione post sinodale Amoris laetitia e, più in generale riflette sullo stato (pessimo) della religione in Europa. Eppure di un suo congedo si parlava da tempo, tant’è che erano perfino state ipotizzate dai media eventuali destinazioni diocesane per il curatore dell’opera omnia di Joseph Ratzinger.
“Io sono sempre stato tranquillo”, risponde però Müller: “Ritengo di aver adempiuto a tutti i miei compiti, e anche più del necessario. Della mia competenza teologica nessuno nutriva dubbi. Io sono sempre stato leale con il Papa, come richiede la nostra fede cattolica, la nostra ecclesiologia. Questa lealtà è sempre stata accompagnata dalla competenza teologica, per cui non si è mai trattato di lealtà ridotta a pura adulazione”.
E questo perché “il magistero ha bisogno di competenti consigli teologici, come del resto è ben descritto in Lumen gentium n. 25 e come prevede in modo chiaro il carisma dello Spirito santo attraverso il quale agiscono i vescovi e il Papa stesso come capo del collegio episcopale. Ma tutti noi siamo uomini e abbiamo bisogno di consigli e il contenuto della fede non si può spiegare senza un chiaro fondamento di studi biblici. La stessa cosa – prosegue – vale per lo sviluppo del dogma. Nessuno può elaborare un documento magisteriale senza conoscere i Padri della Chiesa, le grandi decisioni dogmatiche sulla teologia morale dei vari concili. Per questo esiste la congregazione per la Dottrina della fede, che è la più importante congregazione della curia romana. Conta due commissioni teologiche oltre ai consultori. Insomma, ha un compito chiaro e una grande responsabilità riguardo all’ortodossia della Chiesa”.
Ma è vero che come s’è letto da qualche parte, il suo ultimo colloquio con Francesco è stato teso e gelido? 
“Sono ricostruzioni totalmente false. Il Papa mi ha semplicemente informato della sua decisione di non rinnovarmi il mandato. Nulla di più. E’ stata un’udienza di lavoro, normale, alla fine della quale il Santo Padre mi ha comunicato la scelta. Il giorno dopo, sono stato congedato”. Qualche ipotesi però è stata fatta sulle ragioni della rottura e oltre alla presunta lentezza nel perseguire i casi d’abuso nel clero diversi organi di informazione hanno scritto di un’eccessiva esposizione mediatica, spesso a fare da contraltare al Papa. Un modus operandi diverso rispetto a quello dei suoi predecessori più immediati.
Il cardinale Müller sorride: “Mi sembra di poter dire che la presenza mediatica del cardinale Ratzinger fosse molto evidente, anche solo con i suoi grandi libri-intervista. E questo fa parte dell’incarico di prefetto, che non è un puro e semplice lavoro burocratico. Io, poi, ero conosciuto anche prima come teologo, contando numerose pubblicazioni. E comunque, me lo si consenta, anche il Papa usa il mezzo delle interviste. Il fatto è che oggi dobbiamo usare gli strumenti della comunicazione moderna, i giovani non sempre leggono i libri e i giornali. Utilizzano i social network, internet. E se vogliamo promuovere la fede – che è, ricordo, il compito principale della congregazione – dobbiamo entrare in dialogo con loro su queste piattaforme. Io non ho mai parlato del mio pensiero, della mia persona, in queste interviste. Ma della fede! E poi, ricordo, io sono vescovo e un vescovo ha l’obbligo di diffondere il Vangelo e non solo nelle sue omelie, bensì anche attraverso le discussioni scientifiche con i contemporanei”.
Noi, aggiunge, “non siamo una religione ristretta, un club. Siamo una Chiesa dialogante, la religione della Parola di Dio, che Cristo stesso ha consegnato ai suoi apostoli, esortando a insegnarla e predicarla in tutto il mondo”.
Va bene, però qualche tensione intra ecclesiam c’è, lo si può constatare facilmente. Si prenda ad esempio Amoris laetitia, il documento prodotto dal doppio Sinodo sulla morale famigliare. L’eminentissimo Christoph Schönborn, teologo pure lui e ispiratore della soluzione aperturista, ha di recente ribadito quanto la sua posizione sia opposta rispetto a quella di Müller. Dunque? 
“Può darsi che il cardinale Schönborn abbia una visione opposta alla mia, ma forse ne ha una opposta anche a quella che aveva lui prima, visto che ha cambiato posizione. Io penso che le parole di Gesù Cristo debbano essere sempre il fondamento della dottrina della Chiesa. E nessuno, fino a ieri, poteva dire che questo non era vero. E’ chiaro: abbiamo la rivelazione irreversibile di Cristo. E alla Chiesa è affidato il depositum fidei, cioè tutto il contenuto della verità rivelata. Il magistero non ha l’autorità di correggere Gesù Cristo. E’ Lui, semmai, che corregge noi. E noi siamo obbligati a obbedirgli; noi dobbiamo essere fedeli alla dottrina degli apostoli, chiaramente sviluppata nello spirito della Chiesa”.
Scusi, ma allora perché anche lei ha votato la relazione del circolo minore in lingua tedesca, scritta dallo stesso Schönborn e approvata da Walter Kasper?
“Il Sinodo ha chiaramente detto che i singoli vescovi sono responsabili di questo cammino, per portare le persone alla piena grazia sacramentale”, risponde il cardinale Gerhard Ludwig Müller al Foglio. “Questa interpretazione c’è, senza dubbio, ma io la mia posizione – privata e soggettiva – non l’ho mai cambiata. Ma come vescovo e cardinale lì rappresentavo la dottrina della Chiesa, che conosco anche nei suoi sviluppi fondamentali, dal Concilio di Trento alla Gaudium et spes , che rappresentano le due linee guida. Questo è cattolico, il resto appartiene ad altre credenze. Io – spiega – non capisco come si possano concordare diverse posizioni d’interpretazione teologica e dogmatica con le chiare parole di Gesù e di san Paolo. Entrambi hanno chiarito che non ci si può sposare una seconda volta se il legittimo partner è vivente”.
Comprende le ragioni che hanno portato i cardinali Burke, Brandmüller, Caffarra e il defunto Meisner a presentare al Papa cinque dubia sull’esortazione?
“Io non comprendo il motivo per cui non si avvii un dialogo con calma e serenità. Non capisco dove siano gli ostacoli. Perché fare emergere solo tensioni, anche pubbliche? Perché non organizzare una riunione e parlare apertamente su questi temi, che sono essenziali? Fino a oggi ho ascoltato solo invettive e offese contro questi cardinali. Ma questo non è né il modo né il tono per andare avanti. Noi siamo tutti fratelli nella fede e io non posso accettare discorsi sulle categorie ‘amico del Papa’ o ‘nemico del Papa’. Per un cardinale è assolutamente impossibile essere contro il Papa. Cionostante – prosegue l’ex prefetto del Sant’Uffizio – noi vescovi abbiamo il diritto direi divino di discutere liberamente. Vorrei ricordare che nel primo concilio tutti i discepoli hanno parlato in modo franco, favorendo anche controversie. Alla fine, Pietro ha dato la sua spiegazione dogmatica, che vale per tutta la Chiesa. Ma solo dopo, al termine di una lunga discussione animata. I concili non sono mai stati raduni armoniosi”.
Il punto è se Amoris laetitia rappresenti o meno una forma di discontinuità rispetto al magistero precedente. E’ così o no?
“Il Papa – dice Müller – tante volte ha dichiarato che non c’è un cambiamento nella dottrina dogmatica della Chiesa, e questo è evidente, anche perché non sarebbe possibile. Francesco voleva attrarre di nuovo queste persone che si trovano in situazioni irregolari rispetto al matrimonio, cioè come farli avvicinare alle fonti della grazia sacramentale. Ci sono i mezzi, anche canonici. A ogni modo, chi vuole ricevere la comunione e si trova in stato di peccato mortale deve ricevere sempre prima il sacramento della riconciliazione, che consiste nella contrizione del cuore, nel proposito di non peccare più, nella confessione dei peccati e nella convinzione di agire secondo la volontà di Dio. E nessuno può modificare questo ordine sacramentale, che è stato fissato da Gesù Cristo.
Possiamo semmai cambiare i riti esterni, ma non questo nucleo sostanziale. Ambiguità in Amoris laetitia? Può darsi e non so se siano volute. Se ci sono, le ambiguità hanno a che vedere con la complessità della materia e della situazione in cui si trovano gli uomini di oggi, nella cultura in cui sono immersi. Quasi tutti i fondamenti e gli elementi essenziali, oggigiorno, per popolazioni che superficialmente si definiscono cristiane, non sono più comprensibili. Da qui – aggiunge il cardinale – nascono i problemi. Noi abbiamo avanti due sfide, prima di tutto: chiarire qual è la volontà salvifica di Dio e interrogarci sul modo di aiutare pastoralmente questi nostri fratelli a camminare lungo la via indicata da Gesù”.
Il riaccostamento alla comunione dei divorziati risposati era una vecchia richiesta di parte dell’episcopato tedesco. 
“E’ vero, furono tre vescovi tedeschi, Kasper, Lehmann e Saier, che all’inizio degli anni Novanta lanciarono la proposta. Ma la congregazione per la Dottrina della fede la respinse definitivamente. Tutti hanno convenuto che bisognava discuterne ancora e finora nessuno ha abrogato quel documento”.
A proposito di Chiesa tedesca: da lì, negli ultimi tre anni, sono giunti i venti più forti del cambiamento, con il cardinale Marx che diceva davanti ai microfoni che “Roma non potrà mai dirci cosa fare o non fare in Germania”. Ma com’è la situazione, oggi, in quella terra?
“Drammatica”, dice subito Müller, che per dieci anni è stato vescovo di Ratisbona, prima di essere chiamato a Roma da Benedetto XVI. “La partecipazione activa e actuosa è molto diminuita, anche la trasmissione della fede non come teoria ma come incontro con Gesù Cristo vivo è calata. E così le vocazioni religiose. Questi sono segni, fattori da cui si vede la situazione della Chiesa. ma è tutta l’Europa che vive ormai un processo di decristianizzazione forzata, che va ben oltre la semplice
secolarizzazione. E’ – dice il nostro interlocutore – la decristianizzazione di tutta la base antropologica, con l’uomo definito strettamente senza Dio e senza la trascendenza. La religione è vissuta come un sentimento, ma non come adorazione di Dio creatore e salvatore. In questo grande quadro, tali fattori non sono buoni per la trasmissione della fede cristiana vissuta e per questo è necessario non perdere le nostre energie in lotte interne, in scontri l’uno contro l’altro, con i cosiddetti progressisti che cercano la vittoria cacciando tutti i cosiddetti conservatori. Se si ragiona così – dice Müller – si dà un’idea della Chiesa come di qualcosa di fortemente politicizzato. Il nostro a priori non è l’essere conservatore o progressista. Il nostro a priori è Gesù. Credere nella resurrezione, nell’ascensione o nel ritorno di Cristo nell’ultimo giorno è fede tradizionalista o progressita? No, questa è semplicemente la Verità. Le nostre categorie devono essere la verità e la giustizia, non le categorie che vanno secondo lo spirito del tempo”.
Il cardinale definisce “grave” la situazione corrente, perché “si è ridotta la prassi sacramentale, l’orazione, la preghiera. Tutti gli elementi della fede vissuta, della fede popolare, sono crollati. E il dramma è che non si sente più il bisogno di Dio, della parola sacra e visibile di Gesù. Si vive come se Dio non esistesse. Rispondere a tutto ciò è la nostra grande sfida. Noi non siamo agenti propagandisti delle nostre proprie verità, bensì testimoni della verità salvifica. Non di un’idea della fede, ma della realtà vissuta della presenza di Cristo nel mondo”.
Eminenza, ritiene che vi sia anche all’interno della Chiesa una certa cedevolezza allo Zeitgeist, lo spirito del tempo? 
“Il Papa emerito ha parlato dello spirito del tempo, ma già san Paolo aveva argomentato sullo spirito di Dio e sullo spirito del mondo. Questo contrasto è molto importante e va conosciuto. L’affermazione per la fede, la Chiesa e i vescovi, non è data dall’applauso di una massa non informata. E’ altro: il nostro lavoro è apprezzato e approvato quando riusciamo a convincere una persona a offrirsi totalmente a Gesù Cristo, mettendo la propria esistenza nelle mani di Gesù. Nella sua Prima lettera, san Pietro parla di Gesù Cristo pastore delle anime. Oggi si parla di responsabilità per la cultura e l’ambiente? Sì, ma abbiamo tanti laici competenti per questo. Gente che ha responsabilità in politica; abbiamo i governi e i parlamenti, e così via. Agli apostoli, Gesù non ha affidato il governo secolare del mondo. I vescovi-principi esistevano secoli fa, e non è stato un bene per la Chiesa”.
A proposito di decristianizzazione, chiediamo al cardinale Müller che ne pensi dell’“Opzione Benedetto”, il tema lanciato anni fa dallo scrittore Rod Dreher che ipotizza un modo per vivere da cristiani dentro l’occidente scristianizzato o, per dirla con l’ex prefetto per la Dottrina della fede, decristianizzato. L’essenziale da dire, spiega Müller, “è che i cristiani non possono tornare nelle catacombe. La dimensione missionaria è fondamentale per la Chiesa cattolica. Non possiamo evitare le battaglie contemporanee. Cristo ha detto di non essere venuto al mondo per ottenere una pace superficiale, bensì per sfidare, affinché i cristiani conquistino la grazia di vivere seguendo la strada da Lui indicata. E così dobbiamo fare anche quando le condizioni, come oggi, non sono favorevoli”.
E’ corretto dire che col presente pontificato è venuta meno la visione eurocentrica della Chiesa? 
“Il centro della Chiesa è Cristo, e dove c’è lui lì è il centro. Queste riflessioni sull’eurocentrismo della Chiesa sono finalizzate solo a darne una lettura politicizzata. Invece di parlare del Vangelo e della dottrina cattolica ci si lascia andare a strategie e teorie. Culturalmente è vero, l’Europa ha avuto un grande ruolo per il mondo, con tutti gli elementi positivi e negativi che ne sono conseguiti. Tra quelli negativi cito ad esempio il colonialismo, tra i positivi la filosofia della realtà, la metafisica e il diritto”.
Un’ultima domanda, su una questione che ha visto Müller in un ruolo di primo piano, e cioè l’ipotizzata riconciliazione con la Fraternità San Pio X, la comunità fondata dal vescovo francese Marcel Lefebvre.
“La riconciliazione di questo gruppo con la Chiesa cattolica è assolutamente necessaria. Gesù non ha voluto separazioni. Ma quali sono le condizioni per vivere una piena comunione? Io penso che le condizioni debbano essere uguali per tutti. Abbiamo la professione di fede, non si può scegliere cosa accettare e cosa no. Tutti devono professarla. Tutti i concili ecumenici devono essere accettati, così come il magistero vivo della Chiesa. Intendere il Vaticano II come una rifondazione della Chiesa è un’assurdità. Gli abusi, le ideologie e i malintesi non sono di certo conseguenza del Vaticano II”.