mercoledì 21 giugno 2017

Papa Francesco: "Deboli le nostre forze..."




L'Udienza generale di Papa Francesco. "Deboli le nostre forze, ma potente il mistero della grazia che è presente nella vita dei cristiani"

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nel giorno del nostro Battesimo è risuonata per noi l’invocazione dei santi. Molti di noi in quel momento erano bambini, portati in braccio dai genitori. Poco prima di compiere l’unzione con l’Olio dei catecumeni, simbolo della forza di Dio nella lotta contro il male, il sacerdote ha invitato l’intera assemblea a pregare per coloro che stavano per ricevere il Battesimo, invocando l’intercessione dei santi. Quella era la prima volta in cui, nel corso della nostra vita, ci veniva regalata questa compagnia di fratelli e sorelle “maggiori” – i santi – che sono passati per la nostra stessa strada, che hanno conosciuto le nostre stesse fatiche e vivono per sempre nell’abbraccio di Dio. La Lettera agli Ebrei definisce questa compagnia che ci circonda con l’espressione «moltitudine dei testimoni» (12,1). Così sono i santi: una moltitudine di testimoni.I cristiani, nel combattimento contro il male, non disperano. Il cristianesimo coltiva una inguaribile fiducia: non crede che le forze negative e disgreganti possano prevalere. L’ultima parola sulla storia dell’uomo non è l’odio, non è la morte, non è la guerra. In ogni momento della vita ci assiste la mano di Dio, e anche la discreta presenza di tutti i credenti che «ci hanno preceduto con il segno della fede» (Canone Romano). La loro esistenza ci dice anzitutto che la vita cristiana non è un ideale irraggiungibile. E insieme ci conforta: non siamo soli, la Chiesa è fatta di innumerevoli fratelli, spesso anonimi, che ci hanno preceduto e che per l’azione dello Spirito Santo sono coinvolti nelle vicende di chi ancora vive quaggiù.
Quella del Battesimo non è l’unica invocazione dei santi che segna il cammino della vita cristiana. Quando due fidanzati consacrano il loro amore nel sacramento del Matrimonio, viene invocata di nuovo per loro – questa volta come coppia – l’intercessione dei santi. E questa invocazione è fonte di fiducia per i due giovani che partono per il “viaggio” della vita coniugale. Chi ama veramente ha il desiderio e il coraggio di dire “per sempre” – “per sempre” – ma sa di avere bisogno della grazia di Cristo e dell’aiuto dei santi per poter vivere la vita matrimoniale per sempre. Non come alcuni dicono: “finché dura l’amore”. No: per sempre! Altrimenti è meglio che non ti sposi. O per sempre o niente. Per questo nella liturgia nuziale si invoca la presenza dei santi. E nei momenti difficili bisogna avere il coraggio di alzare gli occhi al cielo, pensando a tanti cristiani che sono passati attraverso la tribolazione e hanno custodito bianche le loro vesti battesimali, lavandole nel sangue dell’Agnello (cfr Ap 7,14): così dice il Libro dell’Apocalisse. Dio non ci abbandona mai: ogni volta che ne avremo bisogno verrà un suo angelo a risollevarci e a infonderci consolazione. “Angeli” qualche volta con un volto e un cuore umano, perché i santi di Dio sono sempre qui, nascosti in mezzo a noi. Questo è difficile da capire e anche da immaginare, ma i santi sono presenti nella nostra vita. E quando qualcuno invoca un santo o una santa, è proprio perché è vicino a noi.
Anche i sacerdoti custodiscono il ricordo di una invocazione dei santi pronunciata su di loro. È uno dei momenti più toccanti della liturgia dell’ordinazione. I candidati si mettono distesi per terra, con la faccia verso il pavimento. E tutta l’assemblea, guidata dal Vescovo, invoca l’intercessione dei santi. Un uomo rimarrebbe schiacciato sotto il peso della missione che gli viene affidata, ma sentendo che tutto il paradiso è alle sue spalle, che la grazia di Dio non mancherà perché Gesù rimane sempre fedele, allora si può partire sereni e rinfrancati. Non siamo soli.
E cosa siamo noi? Siamo polvere che aspira al cielo. Deboli le nostre forze, ma potente il mistero della grazia che è presente nella vita dei cristiani. Siamo fedeli a questa terra, che Gesù ha amato in ogni istante della sua vita, ma sappiamo e vogliamo sperare nella trasfigurazione del mondo, nel suo compimento definitivo dove finalmente non ci saranno più le lacrime, la cattiveria e la sofferenza.
Che il Signore doni a tutti noi la speranza di essere santi. Ma qualcuno di voi potrà domandarmi: “Padre, si può essere santo nella vita di tutti i giorni?” Sì, si può. “Ma questo significa che dobbiamo pregare tutta la giornata?” No, significa che tu devi fare il tuo dovere tutta la giornata: pregare, andare al lavoro, custodire i figli. Ma occorre fare tutto con il cuore aperto verso Dio, in modo che il lavoro, anche nella malattia e nella sofferenza, anche nelle difficoltà, sia aperto a Dio. E così si può diventare santi. Che il Signore ci dia la speranza di essere santi. Non pensiamo che è una cosa difficile, che è più facile essere delinquenti che santi! No. Si può essere santi perché ci aiuta il Signore; è Lui che ci aiuta.
È il grande regalo che ciascuno di noi può rendere al mondo. Che il Signore ci dia la grazia di credere così profondamente in Lui da diventare immagine di Cristo per questo mondo. La nostra storia ha bisogno di “mistici”: di persone che rifiutano ogni dominio, che aspirano alla carità e alla fraternità. Uomini e donne che vivono accettando anche una porzione di sofferenza, perché si fanno carico della fatica degli altri. Ma senza questi uomini e donne il mondo non avrebbe speranza. Per questo auguro a voi – e auguro anche a me – che il Signore ci doni la speranza di essere santi.
Grazie!

Peccatore e pescatore




(Nicola Gori) Nel giorno del Sacro Cuore di Gesù, il 23 giugno, ricorre la giornata di santificazione sacerdotale, occasione per un tempo di preghiera e di comunione tra i preti e, ancor più, per riscoprire e ravvivare il dono del sacerdozio. Ne parla spesso il Papa, che desidera pastori con il cuore di Cristo, a servizio del popolo di Dio, come sono stati nel secolo scorso i due preti italiani, don Mazzolari e don Milani, a cui il 20 giugno scorso ha reso onore a Bozzolo e Barbiana. A sottolinearlo è il prefetto della Congregazione per il clero, il cardinale Beniamino Stella, in questa intervista all’Osservatore Romano.
Qual è il significato di questa giornata?
Innanzi tutto la possibilità di un tempo di preghiera e riflessione che presenta almeno tre aspetti. Il primo è appunto la centralità della preghiera; pregando insieme, infatti, i sacerdoti ricordano che il loro ministero non è radicato nelle cose da fare e che, senza la relazione personale con il Signore, si rischia d’immergersi nel lavoro trascurando Gesù. Il secondo aspetto è la riscoperta del valore della diocesanità perché non si è preti da soli, ma come parte della famiglia del presbiterio, e questa giornata invita i sacerdoti a ritrovare la bellezza della fraternità presbiterale intorno al proprio vescovo, rinnovando l’impegno a superare le divergenze che spesso impediscono ai preti di vivere la comunione e di operare insieme in ambito pastorale. Infine, attraverso momenti di riflessione e di verifica, la giornata vuole aiutare i preti a riscoprire l’essenza della loro identità e il senso del loro servizio al popolo di Dio.
Si può delineare un modello di pastore secondo il magistero pontificio?
Rivolgendosi ai sacerdoti o parlando del loro ministero, il Papa poco a poco ha lentamente delineato un vero e proprio ritratto del prete. E ne viene fuori il modello di un pastore che cammina in mezzo al suo popolo, partecipa con la propria vita alle sue vicissitudini, si commuove profondamente per le sue ferite e lo unge con la gioia del Vangelo. Anche di recente il Pontefice ha espresso la sua preoccupazione più grande: che i sacerdoti cadano nella tentazione di vivere il ministero come un dovere d’ufficio, come se fossero, cioè, “chierici di Stato” o “funzionari del sacro”; al contrario, il popolo di Dio ha bisogno di un pastore che ascolta, accoglie, accompagna, si fa buon samaritano per chi è rimasto ai bordi della vita. Di recente, il Santo Padre ha avuto un’espressione forte sulla figura del prete: «È un mediatore tra Dio e gli uomini, non un funzionario che non si sporca le mani». Il prete secondo Francesco è l’uomo della relazione con il Padre e con la gente, ministro della compassione che sa consolare e guidare, che sa operare un discernimento pastorale in tutte le situazioni ed è capace di accendere piccole luci anche in quelle esistenze o in quei contesti dove sembra che tutto sia perduto.
Il Papa ha appena visitato i luoghi dove sono stati protagonisti due preti “scomodi”, don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Che messaggio ne viene fuori per i parroci italiani di oggi?
Queste due tappe, così ricche di significati per la spiritualità della Chiesa in Italia, impreziosiscono il ritratto del prete delineato da Papa Francesco di cui parlavo. È stato un omaggio importante a due sacerdoti coraggiosi, liberi, animati da un autentico spirito evangelico, che li ha resi spesso “scomodi” — e perciò non compresi — capaci di comunicare il Vangelo nella “periferia”, anche ai più lontani. Con questa duplice visita il Papa ha voluto ribadire che «i parroci sono la forza della Chiesa in Italia”», esortando a vivere il sacerdozio in quella dimensione profetica che ci fa “camminare avanti”, anche a costo di essere, non subito o non da tutti, capiti. Di queste due straordinarie figure di preti coglierei due aspetti sottolineati dal Pontefice e che possono rappresentare un messaggio importante anche per i sacerdoti di oggi. Di don Mazzolari il Papa ha ricordato come amasse dire che il «prete non è un ripetitore passivo e senz’anima» ma uno che proclama la verità attraverso una “cordiale umanità”, facendo di essa uno strumento della misericordia di Dio; di don Milani, ha rievocato la passione educativa e l’impegno a «ridare parola ai poveri» sottolineando che la radice di questa missione era il suo essere «un prete di fede». In questo modo il Pontefice descrive un prete che sia un annunciatore umano, cordiale e misericordioso; e, ancora, «uomo di fede schietta e non annacquata», per poter vivere «una carità pastorale verso tutti».
Più volte il Pontefice ha parlato della necessità di un cammino di formazione e maturazione per i sacerdoti. Come realizzarlo?
Oggi si avverte in modo speciale questa necessità, davvero imprescindibile, della formazione dei preti, anch’essi discepoli chiamati a camminare dietro Gesù: devono essere plasmati dalla sua parola e configurare il loro cuore a quello del Buon pastore. Occorre puntare molto sulla qualità del percorso che si vive nei seminari e su questo la Congregazione per il clero investe molte energie. Abbiamo bisogno di seminari che siano luoghi di crescita umana, spirituale, accademica e pastorale; e abbiamo bisogno di formatori preparati, che sappiano offrire ai candidati possibilità di maturazione psicoaffettiva e di radicamento nella preghiera, in un clima comunitario fraterno, capace di farli uscire da se stessi e di aiutarli gradualmente a inserirsi nel campo pastorale. 
Come superare la tentazione del «senso di sconfitta, che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura», come si legge nell’Evangelii gaudium? 
Papa Francesco mostra di avere, oltre a una lucida capacità di lettura della vita pastorale, quello che potremmo chiamare il polso della vita: sa cioè che nella vita dei credenti e dei sacerdoti possono esserci momenti di scoraggiamento, stanchezza, frustrazione. Il prete vive sulla sua pelle la logica del Vangelo, cioè del regno che cresce come un piccolo seme o un lievito nascosto, in modo invisibile e oltre i calcoli umani. Per questo deve avere l’armatura forte della fede e della preghiera, perché non interpreti mai la sua missione come l’equivalente di un lavoro aziendale, basato sul profitto; deve attingere la fiducia dall’ascolto della Parola e dalla collaborazione attiva con i confratelli e con i laici, lottando contro ogni pessimismo e cercando di essere creativo e dinamico nell’annuncio del Vangelo. Come ha osservato il Pontefice, quando un prete si lascia stancare dai problemi e dai bisogni delle persone, riceve l’affetto e l’amore gratuito del popolo di Dio. E questo diventa per lui consolazione e antidoto a ogni senso di sconfitta e di scoraggiamento. 
Spesso i preti si trovano davanti all’eclissi della fede. Come superare questa prova?
Ci sono zone del mondo segnate da un crescente secolarismo, dalla povertà e dall’ingiustizia, dai conflitti etnici e religiosi: qui è difficile testimoniare la fede cristiana e, ancor più, vivere il ministero sacerdotale. Talvolta si ha l’impressione — come afferma il Papa nell’Evangelii gaudium — che si vada incontro a una «desertificazione spirituale» e a un affievolimento del dinamismo della stessa evangelizzazione. Penso che il sacerdote in simili contesti debba anzitutto radicarsi in una relazione intima e personale con Gesù, il quale durante la sua missione ha vissuto difficoltà, è stato ostacolato e alla fine messo a morte; la risurrezione del Signore dona l’interiore certezza che, all’interno della nostra debolezza e dello “scandalo della passione” a cui spesso è sottoposto lo stesso annuncio del Vangelo, risplende la potenza dell’amore di Dio. Nell’incontro con i sacerdoti di Milano il Pontefice ha ricordato inoltre che non dobbiamo mai temere le sfide: perché ci fanno crescere, ci salvano da un pensiero chiuso e ideologico e, in qualche modo ci scomodano. Nella prova, direi, siamo sfidati a fermarci, a ritornare al Signore spogliandoci di ogni presunzione, a cercare nuove vie per l’annuncio del Vangelo, uscendo dalle abitudini consolidate e dalla pretesa di essere già arrivati. Così, anche un momento di prova può rivelarsi come un’occasione di crescita.
Come in un prete o in un vescovo convivono la coscienza di essere peccatori agli occhi di Dio e la consapevolezza della chiamata di Gesù a essere pescatori di uomini?
Nella dinamica della vocazione sacerdotale esiste questo paradosso, ben visibile nella chiamata degli apostoli da parte del Signore: chi è chiamato non è mai un perfetto o una persona che ha doni straordinari, ma al contrario Gesù si ferma sulla riva del mare per rivolgersi ad alcuni semplici pescatori e, poco dopo, a un esattore delle tasse. Un prete o un vescovo lo sperimentano durante tutta la loro vita; sentono che l’esigenza della missione loro affidata è portata avanti perché la misericordia di Dio viene in aiuto alla loro debolezza e alle loro fragilità; imparano, ogni giorno, di essere apostoli non per meriti personali, ma perché sono stati scelti dal Signore, che li ha chiamati e inviati. I due aspetti — essere peccatori ed essere pescatori di uomini, mandati ad annunciare il Vangelo — non solo convivono bene, ma sono anche una garanzia per la nostra santificazione: se tutto dipendesse dalla nostra perfezione, presto ci dimenticheremmo di Dio e monteremmo in superbia. Pochi giorni fa, in un’omelia a Santa Marta, il Papa ha detto che non dobbiamo truccarci per sembrare «vasi d’oro» ma, al contrario, dobbiamo accettare di essere «vasi di creta»; solo così il vasaio, che è Dio, ci modella con amore e permette che, pur all’interno della nostra debolezza, risplenda il tesoro del Vangelo, da portare al mondo intero.
L'Osservatore Romano

Au peril de la nuit...





(Anne-Marie Pelletier) Mentre a Roma è appena stata avviata la causa di beatificazione della poetessa Marie Noël, in Francia esce un libro importante, a firma di padre François Marxer, esperto di storia della spiritualità. Intitolata Au péril de la nuit. Femmes mystiques du XXè siècle (Parigi, Editions du Cerf, 2017, pagine 640, euro 29) quest’opera propone al lettore un’immersione impressionante nella storia spirituale del XX secolo attraverso otto ritratti di donne mistiche, tracciati con perizia e grande acutezza spirituale.
Certo, i profili, i radicamenti, i cammini di queste donne sono molteplici. Accanto a quattro religiose (Edith Stein, Madre Teresa, Maria della Trinità, alle quali viene associata Teresa di Lisieux, che sotto molti aspetti precorre il secolo) figurano quattro laiche, che a loro volta hanno avuto destini molto particolari (da Simone Weil, che rimase sulla soglia del battesimo, a Etty Hillesum, che sarebbe inappropriato definire cristiana, passando per Adrienne von Speyr, tenuta in venerazione da Hans Urs von Balthasar e, appunto, Marie Noël). 
Eppure, sottolinea l’autore, un forte vincolo univa queste donne nella loro diversità: tutte avranno vissuto il «pericolo della notte», sperimentando nella loro carne e nella loro storia che tale notte è il luogo stesso della vicinanza e dell’incontro con Dio. Si sono così mantenute in contatto con un sapere che si acquisisce già nelle Scritture, che dicono allo stesso tempo che Dio si rivela e che è “Dio nascosto”. Un sapere, inoltre, che la tradizione ebraica non ha mai contraddetto e che non cessa di abitare la Chiesa da quando Dionigi l’Areopagita si è interrogato sulle vie della conoscenza di Dio, o da quando Origene ha commentato il mistero dell’Incarnazione dicendo: «Egli non è stato mandato solo per essere riconosciuto, ma anche per rimanere nascosto».
Sta di fatto che celebrare “la notte” nel nostro tempo presente comporta una parte di sfida. Certo, ricordiamo che questo è un tema della tradizione mistica illustrato soprattutto da san Giovanni della Croce. Ma, al di là di questo particolare riferimento, ogni celebrazione della notte non può che catturare il lettore in modo contrario rispetto alla nostra cultura occidentale contemporanea. Di fatto, quest’ultima si sforza di riassorbire il buio e scongiurare la notte, che si tratti dell’illuminazione materiale delle nostre città quando scende il buio dell’irresistibile pulsione della scienza, al lavoro per svelare il mistero della materia e della vita, o anche della nostra concezione comune di una religione che dovrebbe esporre, per intero, la verità di tutte le cose. 
Ora, proprio riguardo a quest’ultimo punto padre Marxer invita a mettersi alla scuola delle donne mistiche, la cui vita e parola contraddicono rigorosamente questa concezione della fede. La conoscenza di Dio, ci ricordano, si forma nel gioco tra ombra e luce, là dove si acconsente a progredire liberi da sostegni familiari, là dove non ci si sottrae alla grande prova del silenzio di Dio, né a quella della debolezza umana. Alla fine Dio si dona in modo privilegiato in un’esperienza della vita che non diserta quando il suolo sprofonda, quando la tenebra s’ispessisce sotto i molteplici ricatti della morte.
Così queste pagine esplorano minuziosamente il plurale della notte, che si declina dal più accogliente al più terrificante, così come viene sperimentata in questi diversi destini femminili. Certamente c’è la notte felice della visita, cantata nel Cantico dei Cantici, come pure la notte che ammicca all’Altrove che attira i poeti. C’è però anche la notte desolata che scende quando l’Amato scompare e il cuore si ritrova in uno smarrimento che, del resto, può condurre in strana e fraterna prossimità all’ateismo. 
O ancora, c’è la notte che scende sul mondo quando l’umanità si accascia su se stessa, risucchiata dal male. Molte delle donne qui ricordate saranno state afferrate dagli artigli di questa notte infernale. Ma ecco che c’è anche, misteriosamente mescolata a questa tenebra, la notte teofanica, che apre sull’esperienza della Presenza donata attraverso lo “strappo difficile da ricucire”. In tal senso, c’è la notte affrontata senza batter ciglio, e ciò in modo estremo in Edith Stein, nel «triplice santuario del corpo, dell’anima e della mente», l’esperienza di cui Etty Hillesum testimonia a modo suo quando parla di Dio come di quella “camera alta”, in cui trovarsi nell’ora in cui passa lo Sterminatore. 
Queste “donne esagerate”, secondo l’aggettivo qualificativo attribuito loro dagli uomini, sanno pertanto che la notte è il luogo segreto della presenza di Dio. La maggior parte di loro vive all’ombra della Croce e dell’ora in cui, spirando Cristo, «si fece buio su tutta la terra» (Luca 23, 44), rivelando che in lui Dio si sarà inoltrato fino al punto estremo di tutte le notti dell’umanità. Ma se quelle donne possono raccontare questo mistero, l’essenziale è che prima di tutto lo vivono, restando in piedi nella notte. 
Certo, gli uomini non sono esclusi dal campo visivo di questo libro. All’inizio viene citato il memoriale di Pascal e, qua e là, risuonano alcune voci maschili. Ma, attraverso le otto donne qui riunite, si esplicita in modo incontestabile una qualità del femminile che si sofferma al cuore della notte con particolare agio, singolare coraggio e indefettibile resistenza. 
Queste donne non sono spaventate dal fatto che Dio le aspetta nella notte, che rimane il “lontano-vicino”, come lo definiva Margherita Porete prima di loro. Ad attirarle, a trattenerle e a permettere loro di vivere talvolta l’invivibile è questo tesoro unico, nutrito di fiducia e custodito la notte, che è esattamente «quel che nasconde tutto ciò che è ben ordinato», come scrive l’autore. In ciò, esse si distinguono certamente dallo spirito che anima troppi catechismi tranquilli, troppe teologie rassicuranti che immobilizzano la rivelazione, che la infilzano in formule, come degli entomologi. Ovvero, secondo un modo tipicamente maschile di porsi rispetto alla fede, come ribadisce con insistenza François Marxer ripetendo l’osservazione piacevolmente impertinente di Marie Noël: «Ogni mattina i teologi aiutano Dio a vestirsi di dogmi». 
Queste stesse donne rifuggono le teodicee che superano troppo allegramente, in modo irreale e dunque non credibile, l’enigma di una storia della quale alla fine solo Dio ha la chiave. Esse acconsentono allo spossessamento, rinunciano al sapere assoluto, con cui alcuni sarebbero tentati di confondere la fede. E, mantenendosi in tal modo al di fuori di ogni maestria, osando riconoscere che la notte, intorno a loro e dentro di loro, non indietreggia, accedono alla verità sovreminente: se il mondo rimane quello che è, deludente e crudele, ci è però «possibile esserci altrimenti, esserci con la notte, nella notte», in un “altrimenti” rivelato come l’agape «che non resiste, non elude, non sfugge alla violenza della notte, ma vi prende coraggiosamente posto e vi si alloggia». 
Il fatto è che, ognuna a modo proprio, queste donne avranno vissuto in modo radicale l’agape, con la preoccupazione dell’altro, di un “per l’altro” radicale, che è il nocciolo dell’imitatio Dei: che si tratti di Teresa di Lisieux in ansia per la salvezza di Pranzini, di Simone Weil che condivide la condizione operaia, di Etty Hillesum e di Edith Stein che si adoperano instancabilmente per soccorrere e consolare sulla soglia delle camere a gas, di Madre Teresa negli slum di Calcutta, o ancora di Marie Noël che posa uno sguardo di tenera compassione sull’umile quotidianità dei suoi simili. 
Aggiungiamo un’ultima osservazione su come si colloca questo libro: esso confonde di proposito le classificazioni accademiche. In particolare, e malgrado la qualità della ricerca, sarebbe sbagliato leggerlo semplicemente come un contributo intellettuale alla storia della mistica o a quella delle donne. L’autore che si esprime in queste pagine è un “io” che non nasconde l’immensa ammirazione che gli ispirano queste donne, sia come cristiano sia come uomo e sacerdote. Dichiara in maniera forte e chiara di aver ricevuto, frequentandole e ascoltandole a lungo, un sapere incomparabile sulla fede, che supera abbondantemente ciò che s’impara comunemente dagli uomini che interrogano la fede e la traducono in parole e concetti. La dote unica di queste donne è quella dell’esperienza di Dio vissuta senza filtro e senza protezione. «I poeti hanno parlato, i filosofi hanno pensato, loro hanno attraversato», osserva dunque. 
È positivo che questo omaggio ci giunga qui dalla bocca di un uomo, e per di più di un chierico. Viene così chiaramente onorato l’augurio espresso di recente da Papa Francesco che si faccia attenzione a mantenere il dialogo fondamentale tra uomini e donne. 
Un’altra precisazione per dare a queste pagine la loro piena portata: pur mettendo in contatto destini molto fuori dal comune, l’aspetto eccezionale qui non è costituito da una mistica dalle espressioni spettacolari. E nemmeno da vite che dovrebbero essere contemplate solo da lontano, venerate a distanza come troppo spesso si fa con i santi, trovando qui il mezzo per riservare a questi ultimi una fedeltà dalla quale si potrebbe esentare se stessi. Una Teresa di Lisieux o una Marie Noël, per ritornare a quest’ultima, sono esempi della massima semplicità, della quotidianità più comune, uniti a un’audacia spirituale e a una fiducia intrepide. 
Questo libro, dunque, riporta tutti i lettori a una radicalità mistica che è, di fatto e semplicemente, una dimensione di tutta la vita cristiana, sin dall’istante in qui questa riconosce di essere chiamata alla sequela Christi nell’una o nell’altra forma di vocazione. Ricorda anche a ogni cristiano che non deve essere l’araldo di una verità presuntuosa che dà ragione di tutto, bensì testimone di un mistero di vita e di grazia, che non scoraggia il chiaroscuro della vita dell’umanità, anche quando quest’ultima si abbuia e si fa vivere come tenebra mortalmente minacciosa. Auguriamo dunque che queste pagine siano presto accessibili ad altri lettori oltre a quelli francofoni.

L'Osservatore Romano

I preti ribelli che il papa porta nel cuore



La Stampa
(Enzo Bianchi) Il vescovo di Roma che testifica la fedeltà al vangelo di due preti ai margini, così diversi tra loro e così capaci di parlare al cuore della chiesa: questo il senso del pellegrinaggio di papa Francesco sulle tombe di don Mazzolari e di don Milani. Convinto com’è che «i destini del mondo si maturano in periferia», Francesco ha voluto raccogliersi in preghiera silenziosa davanti alle due tombe di questi preti periferici: lunghi minuti in cui chiunque scrutasse il volto dell’anziano vescovo di Roma non poteva fare a meno di unirsi alla meditazione e al rendimento di grazie.Che poi la chiesa a suo tempo non abbia saputo ascoltare la profezia di questi suoi due figli è motivo di riflessione e di impegno per l’oggi dei cristiani nel mondo. Non a caso papa Francesco, pur di fronte anche a persone avanti negli anni che conobbero il parroco di Bozzolo e il priore di
Barbiana, ha dedicato particolare attenzione ai bambini e ai giovani preti presenti nel paese della bassa mantovana e sulle colline del Mugello, fino a lasciare come saluto finale della giornata un significativo: «Prendete la fiaccola e portatela avanti».
A Bozzolo Francesco si è fatto a più riprese eco schietta delle parole di don Mazzolari, attenendosi con scrupolo al testo scritto - che ha confessato di voler leggere per intero nonostante gli fosse stato consigliato di abbreviarlo - così da citare testualmente frasi da omelie e scritti che quel parroco
sapeva indirizzare a un pubblico vasto ed eterogeneo proprio perché nascevano pensando a degli uditori ben precisi e noti, i suoi parrocchiani. Quell’invito al «buon senso», al «non massacrare le spalle della povera gente» - radicato nella parola di Gesù sui capi religiosi che caricano sugli altri fardelli che loro non spostano - è attualissimo ancora oggi in ogni pastorale che voglia conservare la freschezza del vangelo della misericordia, ma sgorga dalla sollecitudine di don Primo per il duro mestiere di vivere dei suoi parrocchiani, da quell’osservare e conoscere il fiume, le cascine, la
pianura che attraversavano l’esistenza dei contadini durante e dopo la tragedia della guerra. Papa Giovanni aveva definito don Primo «la tromba profetica della Val Padana» e ora papa Francesco ne conferma tutta la profezia di «portaparola» del Signore.
A Barbiana poi, il vescovo di Roma - come lui stesso si è esplicitamente definito - ha insistito sul ministero di educatore svolto da don Milani, per rimarcarne la dimensione pastorale: è come prete che don Lorenzo ha dato il meglio della sua passione educativa, del suo ardente desiderio di
«risvegliare l’umano» in quel piccolo gregge di minimi che gli era stato affidato quasi come condanna e che diventerà negli anni - e ancor più dopo la sua morte - la sua corona di gloria.
«Ridare ai poveri la parola», renderli consapevoli che «senza parola non c’è dignità né libertà né giustizia» non era per don Milani un corollario del suo ministero presbiterale, era l’esplicitazione per volti e persone ben precise della sua vocazione pastorale, il frutto maturo della sua fede genuina,
l’anelito di chi «si prende cura» delle persone a lui affidate. Al suo vescovo don Milani chiese invano solo di riconoscere questa sua fedeltà al vangelo: «Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato». E credo non ci sia nulla di più doloroso per un presbitero che il vedere la propria opera pastorale considerata come un fatto privato. Don Milani non era un prete generato dal concilio, dalla sua preparazione e dalla sua dinamica, bensì un prete ispirato solo dal vangelo, fattosi ultimo con gli ultimi e che ha pagato a caro prezzo le proprie posizioni e parole profetiche. 
C’è stato un lungo silenzio su don Milani fino alla vigilia di questa visita papale, anche perché scarsa è stata la condivisione del suo mondo persino da parte della chiesa cosiddetta conciliare e riformatrice: questa non sempre ha saputo vedere quella passione radicale per Gesù Cristo, gli ultimi e i poveri, che don Milani era riuscito a esprimere con la sua intera esistenza dedicata a loro. Eppure proprio questa radicalità di scelta è la causa della sua santità di prete.
Papa Francesco ha compiuto una doppia visita «privata» che più pubblica ed ecclesiale non poteva essere: non per la dimensione ostentata di onori e folle, ma per il «gridare dai tetti» quel vangelo vissuto come seme nascosto nel terreno, quel far conoscere il respiro dilatato e il cuore largo di due
preti che, ciascuno con i propri carismi, hanno saputo rendere conto del loro essere «innamorati di Gesù e del suo desiderio che tutti abbiano la salvezza». Questo, ha ricordato papa Francesco, è «servire il Vangelo, i poveri e la chiesa stessa».

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Sul prete di Barbiana. Don Milani, Concilio, Bibbia e comunità. Sergio Tanzarella risponde ad Enzo Bianchi
“Adista” - Segni nuovi –  n. 23 del 24 giugno 2017
Pubblichiamo l’intervento, tenuto il 19 maggio al Salone del Libro di Torino, dal teologo ed ex priore di Bose Enzo Bianchi in occasione della presentazione dell’Opera omnia di Lorenzo Milani (Tutte le opere, Mondadori, 2017), intitolata “Le strade di don Milani”. Sul contenuto di questo intervento è in disaccordo uno dei curatori dell’Opera omnia, lo storico della Chiesa Sergio Tanzarella, docente presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, del quale riportiamo a seguire una replica a Enzo Bianchi.
Concilio bibbia e comunità di Enzo Bianchi
«Forse non dovrei parlare non avendo ascoltato gli altri. Però, brevemente, vorrei dire due cose che mi stanno a cuore. La prima è che don Lorenzo - di cui abbiamo finalmente i Meridiani, che ci testimoniano, al di là dei testi già pubblicati, anche la sua vita più personale attraverso le lettere e tutto ciò che lui esprimeva con le persone con cui era in relazione - appare certamente un grande cristiano, un cristiano per il quale davvero Gesù Cristo ha un valore decisivo, fondamentale; la sua vita è legata a Gesù Cristo, e i riferimenti sono essenzialmente a Gesù Cristo, quel Gesù Cristo che ha ricevuto dalla Chiesa dei suoi tempi. Questa è la sua forza e dirò perché è anche il suo limite.
Seconda cosa: è un prete, e certamente leggere tutte le sue lettere ci dà la testimonianza di che cosa era la maggior parte dei preti nei tempi del preconcilio e come, quando ci si trovava di fronte a un prete intelligente, l’atteggiamento della gerarchia fosse quello che si è mostrato con don Milani; ma vorrei far capire che in tutte le diocesi, anche le più piccole, in quegli anni ci son stati preti come don Milani, confinati in piccoli paesi di 70 abitanti a fare il parroco, anche nella mia piccola diocesi di Acqui, ma per quelli che erano un po’ attenti, più vivaci e intellettualmente più espressivi, il luogo era davvero una messa in disparte e una forma di persecuzione senza che ci fossero delle censure manifeste. Ecco, don Milani si dimostra un prete con una fedeltà al ministero, alla figura del prete come l’aveva ricevuta e come l’aveva assunta quando aveva deciso di entrare in seminario, certamente straordinaria. Detto questo, vorrei dire perché anche don Milani non è stato molto accolto in questi decenni passati dopo la sua morte, e non da chi, come la gerarchia, sentiva una voce che era stata profetica e difficilmente, oserei dire, rieditabile. Ho sentito più volte anche cardinali di Firenze dire “Cautela, cautela”, senza per altro muovere più delle censure. Perché un uomo come Milani appariva molto lontano a Dossetti, appariva molto lontano al cardinal Martini, per dire di persone estremamente attente, e anche a me, che salii da lui nel ‘66 a trovarlo, dico la verità, non fece questa grande impressione. Mi fece molta più impressione un Balducci e lo stesso Rosadoni che in quel momento conobbi dell’ambiente fiorentino. Perché? Perché la grandezza di don Milani, come è stata, non era, come posso dire, accoglibile in quel mondo spirituale cattolico che veniva fuori dal Concilio in poi. Per don Milani, leggete, il Concilio è una cosa estranea, è una dimensione che non lo tocca. E se penso che ero più giovane di lui di un po’ di anni, e a come invece mi aveva toccato e aveva mutato completamente la mia vita, lui certamente non è uno che è toccato dal Concilio. Non è toccato nemmeno dalla parola di Dio; per lui la parola è soprattutto lo strumento umano con cui uno trova la libertà, la soggettività, attua quella che nel ’68 sarà chiamata la prise de parole e lui voleva dare questa parola ai poveri e ai semplici. Ma certo non c’è in lui una teologia della Parola di Dio: anche quando qualche volta la scrive con la maiuscola, non c’è dentro una concezione della Parola di Dio. E nelle mie conversazioni, ad esempio, con Dossetti, erano questi i limiti che sentivamo.
Un’altra cosa che totalmente mancava era la comunità cristiana. Per lui c’erano questi poveri ragazzi, neanche la povertà sociologica che negli anni ‘60 significava il mondo operaio. C’era la povertà più esistenziale verso la quale lui con grande carità cristiana si piegava, se ne prendeva cura e attraverso la sua forma didattica cercava di dare davvero libertà, di dare speranza e così mostrava il suo amore. Ecco, queste cose fecero sì che anche uomini del postconcilio, aperti, abbiano sentito in don Milani soprattutto - chi lo leggeva, attenzione, questo lo dico per me - il grande cristiano e il grande prete; certamente il significato che lui ha avuto per me con la lettera ai cappellani militari in un momento in cui alcuni nella Chiesa cattolica la pagammo gravemente per aver alzato la voce a favore di un’obiezione di coscienza, ma ben prima che ci si avventurasse in quello che poi è stato il cammino. Certamente don Milani è questo testimone cristiano e di prete, e credo che questa opera sia essenziale per capirlo. Con ciò credo che sia bene vedere anche i suoi limiti rispetto al Concilio, alla Parola di Dio, alla comunità cristiana, realtà che non sono presenti nella sua opera, neanche in Esperienze pastorali dove il problema è quello della comunicazione ma non di una comunità che diventa soggetto.
Questi sono limiti che non tolgono nulla, oserei dire, alla sua grandezza sia umana, sia di prete, sia di cristiano. Della sua santità non mi importa molto, è stato un grande prete e un grande cristiano.
La sua santità la giudicherà Dio e non sta certo alle nostre alchimie».

Enzo Bianchi
Le strade di don Milani non sono quelle di Enzo Bianchi di Sergio Tanzarella
Egregio Enzo Bianchi,
sono uno dei quattro curatori dell’opera omnia di don Milani. Se lei il giorno della presentazione a Torino avesse potuto ascoltare gli altri relatori forse ci avrebbe risparmiato di sentire tante sue affermazioni sbagliate e scorrette in pochi minuti. Se poi avesse anche letto qualcuna delle pagine del libro che era invitato a presentare avrebbe fatto un discorso meno assertivo e le sarebbe riuscito di cominciare ad intendere un prete al quale lei fece visita 50 anni fa senza riceverne, come dice, «una grande impressione». Infatti, mi chiedo cosa era andato a fare a Barbiana e cosa pensava di vedere di tanto impressionante e utile per lei? Ma ciò che è più grave è che a distanza di mezzo secolo lei non ha capito ancora nulla di Milani. Lo dimostrano tre affermazioni del suo discorso torinese nel quale chiama in causa due morti che non possono smentirla: Dossetti e Martini. Del primo non possediamo alcun riferimento dedicato a Milani e il secondo scrisse su Milani un articolo che non è certo tra i suoi migliori. Martini fu un grande studioso e un grande pastore, ma certo gli mancavano alcune categorie per intendere Milani. In ogni caso le riflessioni di Martini, presentate da lui con «timore e tremore» nel 1983, sono oggi datate e non giustificano le affermazioni fatte da lei a Torino oltre trent’anni dopo, travisando lo stesso Martini. Dietro una cornice di belli e generici 
complimenti che lei fa a Milani gli muove poi delle accuse, senza prove, che nemmeno i peggiori detrattori gli hanno mai fatto. Accuse che semmai fossero vere distruggerebbero alla radice la testimonianza della vita di Milani. Ma esse sono false e se lei avesse frequentato appena i suoi scritti, quelli che avrebbe dovuto presentare a Torino, lo saprebbe da sé. Lei dice che Milani non è toccato dalla parola di Dio? Questa è una prima grave falsità che lei sostiene, ma poggiata su cosa? 
Forse sulle poche citazioni che lui fa della Sacra Scrittura? Certo lei le valuta a peso! Esse invece ci sono (e in filigrana attraversano tutta la vita di Milani) e sono decisive e nella loro esiguità rispondono ad una scelta precisa. Legga per esempio quanto scrive nel 1959: «Quelli che si danno pensiero di immettere nei loro discorsi a ogni piè sospinto le verità della fede sono anime che reggono la Fede disperatamente attaccata alla mente con la volontà e la reggono con le unghie e coi denti per paura di perderla perché sono interiormente rosi dal terrore che non sia poi proprio tutto vero ciò che insegnano.[...]. Gente sempre col puntello in mano accanto al palazzo che sono incaricati di custodire e della cui solidità dubitano» (10 novembre 1959). Al contrario di ciò che lei afferma, l’epistolario milaniano mostra il suo interesse per l’esegesi biblica fin dagli anni del seminario e la richiesta di commentari e di sinossi che cercava di procurarsi. E poi c’è l’impostazione storico biblica data al suo Catechismo e le sue omelie fondate su uno studio profondo delle parole delle letture bibliche del giorno.
La seconda falsità è che per Milani il Concilio era una cosa estranea che non lo toccava. Infatti Milani ha anticipato il Concilio. Tuttavia anche qui le citazioni non mancano, pur nell’isolamento di Barbiana, a smentire questa sua affermazione. Veda la citazione dello schema XIII che egli fa nella Lettera ai giudici, veda la lettera a Florit dell’1 ottobre del 1964: «Il Papa ha chiamato i Vescovi a dialogo, perché il Vescovo chiamasse a dialogo i parroci, il parroco i parrocchiani lontani e vicini. Se manca un solo anello di questa catena il messaggio di Giovanni XXIII e il Concilio non raggiungono il loro scopo. A Firenze un anello manca certamente: il dialogo tra il Vescovo e i parroci e questo proprio nel momento in cui maturava l’esigenza del dialogo coi lontani: comunisti, ebrei, protestanti. Abbiamo da parlare con tutti e non parliamo al Vescovo e il Vescovo non parla a noi! Il 90% dei Vescovi e due Papi hanno scelto la via dell’apertura e del dialogo».
Infine la terza falsità è sostenere che in Milani mancasse la comunità ecclesiale. E le parrocchie di san Donato a Calenzano e di Sant’Andrea di Barbiana cosa erano? Quella che lei chiama - con termine generico, anonimo e asettico - la comunità ecclesiale, per Milani erano la Chiesa nella sua concretezza di volti, di vite, di nomi. Poche decine di persone da amare realmente contro quell’amore universale bello e innocuo che fonda ancora tante spiritualità comode e appagate, perché volendo amare tutti si finisce per non amare nessuno se non se stessi e la propria immagine. 
E che dire poi di quel suo riduzionismo sul confino di Milani a Barbiana comune ad altri preti di altre diocesi che conobbero la medesima sorte? Per il vero non furono tanti, ma certo ancora meno realizzarono esperienze come quelle di Barbiana. Lei è un personaggio pubblico, scrive e parla in centinaia di luoghi, ascoltato e venerato in diocesi, comunità religiose, associazioni, centri culturali e lei ha una grave responsabilità nei confronti di tanti che si fidano del suo giudizio. La sua esperienza è diametralmente opposta a quella del povero prete di Barbiana e al suo piccolo mondo di montanari. Lei Milani non lo intende ed è certo legittimo dissentire da lui, ma potrebbe almeno parlarne ponderando le parole e accompagnando le sue affermazioni con prove e con fonti?
Egregio Bianchi, cerco di comprenderla: il pomeriggio del suo insinuante discorso su Milani lei aveva ben altri due interventi da fare al Salone nel giro di tre ore sui più disparati argomenti. Una moderazione alla sua fitta agenda eviterebbe scivoloni. Studi di più e parli solo su ciò che conosce e faccia una cosa alla volta. E forse le riuscirà di capire davvero Milani e la sua strada che lei invano percorse andando a Barbiana. Una strada sempre in salita che non porta né al successo, né al denaro, né al potere mediatico, editoriale o gerarchico che sia.
Sergio Tanzarella

Il funerale di padre Livio



Radio Maria, Don Livio Fanzaga sospeso da Ordine giornalisti. Disse alla Cirinnà: “Ricordati che devi morire”
blitzquotidiano 


“Ricordati che devi morire”. Così Don Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, si rese protagonista di un acceso dibattito contro Monica Cirinnà, prima firmataria del ddl sulle Unioni Civili. Ora per il sacerdote è arrivato il tempo delle sanzioni disciplinari. L’Ordine dei giornalisti lo ha infatti sospeso per sei mesi: (...)

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Padre Livio sospeso dall' Odg:"Ha offeso la Cirinnà" - Tiscali Notizie


notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/critica-cirinna-padre-livio-sospeso/
11 ore fa - Un anno fa Padre Livio Fanzaga aveva attaccato la relatrice del provvedimento sulle Unioni civili, alludendo alla figura biblica della gran peccatrice e ...

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Radio Maria, l'OdG sospende padre Livio. Disse alla Cirinnà ...

espresso.repubblica.it/.../radio-maria-l-odg-sospende-padre-livio-disse-alla-cirinna-ricor...
4 ore fa - Radio Maria, l'OdG sospende padre Livio. Disse alla Cirinnà: 'Ricordati che devi morire'. Il prete giornalista si era scagliato in diretta contro la prima firmataria ...

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Sospeso dall'Ordine dei giornalisti per 6 mesi p. Livio Fanzaga di ...

laici.forumcommunity.net › Attualità
12 ore fa - 1 post - ‎1 autore
Padre Livio Fanzaga, direttore bergamasco della citata antenna, è stato sospeso dalla professione per sei mesi, durante i quali dovrà tapparsi la bocca ...

Offese la Cirinnà, padre Livio sospeso da ordine giornalisti è un caso ...

www.intelligonews.it/.../offese-la-cirinna-padre-livio-di-radio-maria-sospeso-da-ordin...
5 ore fa - L'Ordine dei giornalisti della Lombardia ha sospeso il direttore di Radio Maria padre LivioFanzaga per alcune frasi pronunciate contro la senatrice Monica ...

PressReader - Libero: 2017-06-21 - Attentato alla libertà d'opinione ...

https://www.pressreader.com/italy/libero/20170621/281479276412429
13 ore fa - Padre Livio Fanzaga, direttore bergamasco della citata antenna, è stato sospeso dalla professione per sei mesi, durante i quali dovrà tapparsi la bocca ...

Sospeso per 6 mesi Padre Livio per aver criticato la Cirinnà... - gloria.tv

https://gloria.tv/text/ugSJAwrigbBN2qrSVTxaj9Z1n
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10 ore fa - Sospeso per 6 mesi Padre Livio per aver criticato la Cirinnà... Fatima. 1시간 전. 팔로우 챗팅. No comment!!! 공유 좋아요. 더보기. 신고 · 앨범에 추가 · 소셜 ...

Augurò la morte a Cirinnà su Radio Maria, don Livio sospeso da OdG

www.adnkronos.com/.../auguro-morte-cirinna-radio-maria-don-livio-sospeso-odg_PF...
3 ore fa - Padre Livio Fanzaga, speaker e anima di Radio Maria, sospeso per 6 mesi dall'Ordine dei Giornalisti per le frasi pronunciate nel febbraio 2016 in diretta contro ...

Mercoledì della XI settimana del Tempo Ordinario

martedì 20 giugno 2017

Pellegrinaggio alle tombe di Don Primo Mazzolari e di Don Lorenzo Milani. Discorsi del Santo Padre.





Pellegrinaggio del Santo Padre alle tombe di Don Primo Mazzolari e di Don Lorenzo Milani. Il Papa a Bozzolo: "Ho detto più volte che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia. Quando sono i volti di un clero non clericale, essi danno vita ad un vero e proprio “magistero dei parroci”, che fa tanto bene a tutti"
Sala stampa della Santa Sede
Questa mattina, alle ore 7.30, il Santo Padre Francesco è partito in elicottero dall’eliporto vaticano per recarsi in pellegrinaggio sulle tombe di Don Primo Mazzolari a Bozzolo (MN) e di Don Lorenzo Milani a Barbiana (FI). Pubblichiamo di seguito il discorso che il Santo Padre ha pronunciato a ricordo di Don Primo Mazzolari:
Discorso del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Mi hanno consigliato di accorciare questo discorso che è un po' lungo, ho cercato di farlo ma non ci sono riuscito, dovrete avere pazienza perché non vorrei omettere qualcosa che vorrei invece dire su don Primo Mazzolari. Oggi sono pellegrino qui a Bozzolo e poi a Barbiana, sulle orme di due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto “scomoda”, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio. Ho detto più volte che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia e lo ripeto. Quando sono i volti di un clero non clericale, come quest'uomo, essi danno vita ad un vero e proprio “magistero dei parroci”, che fa tanto bene a tutti.
Don Primo Mazzolari è stato definito “il parroco d’Italia”; e San Giovanni XXIII lo ha salutato come «la tromba dello Spirito Santo nella Bassa padana». Credo che la personalità sacerdotale di don Primo sia non una singolare eccezione, ma uno splendido frutto delle vostre comunità, sebbene non sia stato sempre compreso e apprezzato. 
Come disse il Beato Paolo VI: «Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. E’ il destino dei profeti» (Saluto a pellegrini di Bozzolo e Cicognara, 1 maggio 1970).
La sua formazione è figlia della ricca tradizione cristiana di questa terra padana, lombarda, cremonese. Negli anni della giovinezza fu colpito dalla figura del grande vescovo Geremia Bonomelli, protagonista del cattolicesimo sociale, pioniere della pastorale degli emigranti.
Non spetta a me raccontarvi o analizzare l’opera di don Primo. Ringrazio chi negli anni si è dedicato a questo. Preferisco meditare con voi, soprattutto con i miei fratelli sacerdoti, stanno qui e in tutta l'Italia, per questo è il parroco d'Italia, l’attualità del suo messaggio, che pongo simbolicamente sullo sfondo di tre scenari che ogni giorno riempivano i suoi occhi e il suo cuore: il fiume, la cascina e la pianura.
Il fiume è una splendida immagine, che appartiene alla mia esperienza, e anche alla vostra. Don Primo ha svolto il suo ministero lungo i fiumi, simboli del primato e della potenza della grazia di Dio che scorre incessantemente verso il mondo. La sua parola, predicata o scritta, attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo meditato e pregato, ritrovato nel Crocifisso e negli uomini, celebrato in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito. Don Mazzolari, parroco a Cicognara e a Bozzolo, non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente, che lo ha plasmato come pastore schietto ed esigente, anzitutto con sé stesso. Lungo il fiume imparava a ricevere ogni giorno il dono della verità e dell’amore, per farsene portatore forte e generoso.
Predicando ai seminaristi di Cremona, ricordava: «L’essere un “ripetitore” è la nostra forza. […] Però, tra un ripetitore morto, un altoparlante, e un ripetitore vivo c’è una bella differenza! Il sacerdote è un ripetitore, però questo suo ripetere non deve essere senz’anima, passivo, senza cordialità. Accanto alla verità che ripeto, ci deve essere, ci devo mettere qualcosa di mio, per far vedere che credo a ciò che dico; deve essere fatto in modo che il fratello senta un invito a ricevere la verità».(1) La sua profezia si realizzava nell’amare il proprio tempo, nel legarsi alla vita delle persone che incontrava, nel cogliere ogni possibilità di annunciare la misericordia di Dio. Don Mazzolari non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata.
Nel suo scritto La parrocchia, egli propone un esame di coscienza sui metodi dell’apostolato, convinto che le mancanze della parrocchia del suo tempo fossero dovute a un difetto di incarnazione. Ci sono tre strade che non conducono nella direzione evangelica:
La strada del “lasciar fare”: è quella di chi sta alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani. Quel "balconare" la vita. Ci si accontenta di criticare, di «descrivere con compiacimento amaro e altezzoso gli errori»(2) del mondo intorno. Questo atteggiamento mette la coscienza a posto, ma non ha nulla di cristiano perché porta a tirarsi fuori, con spirito di giudizio, talvolta aspro. Manca una capacità propositiva, un approccio costruttivo alla soluzione dei problemi.
Il secondo metodo sbagliato è quello dell’“attivismo separatista”. Ci si impegna a creare istituzioni cattoliche (banche, cooperative, circoli, sindacati, scuole...). Così la fede si fa più operosa, ma – avvertiva Mazzolari – può generare una comunità cristiana elitaria. Si favoriscono interessi e clientele con un’etichetta cattolica. E, senza volerlo, si costruiscono barriere che rischiano di diventare insormontabili all’emergere della domanda di fede. Si tende ad affermare ciò che divide rispetto a quello che unisce. E’ un metodo che non facilita l’evangelizzazione, chiude porte e genera diffidenza.
Il terzo errore è il “soprannaturalismo disumanizzante”. Ci si rifugia nel religioso per aggirare le difficoltà e le delusioni che si incontrano. Ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni. E’ la tentazione dello spiritualismo. Ne deriva un apostolato fiacco, senza amore. «I lontani non si possono interessare con una preghiera che non diviene carità, con una processione che non aiuta a portare le croci dell’ora».(3) Il dramma si consuma in questa distanza tra la fede e la vita, tra la contemplazione e l’azione.
La cascina, al tempo di don Primo, era una “famiglia di famiglie”, che vivevano insieme in queste fertili campagne, anche soffrendo miserie e ingiustizie, in attesa di un cambiamento, che è poi sfociato nell’esodo verso le città.
La cascina, la casa, ci dicono l’idea di Chiesa che guidava don Mazzolari. Anche lui pensava a una Chiesa in uscita, quando meditava per i sacerdoti con queste parole: «Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. [...] Per fare molto, bisogna amare molto».(4) Così diceva il vostro parroco.
La parrocchia è il luogo dove ogni uomo si sente atteso, un «focolare che non conosce assenze». Don Mazzolari è stato un parroco convinto che «i destini del mondo si maturano in periferia», e ha fatto della propria umanità uno strumento della misericordia di Dio, alla maniera del padre della parabola evangelica, così ben descritta nel libro La più bella avventura. Egli è stato giustamente definito il “parroco dei lontani”, perché li ha sempre amati e cercati, si è preoccupato non di definire a tavolino un metodo di apostolato valido per tutti e per sempre, ma di proporre il discernimento come via per interpretare l’animo di ogni uomo.
Questo sguardo misericordioso ed evangelico sull’umanità lo ha portato a dare valore anche alla necessaria gradualità: il prete non è uno che esige la perfezione, ma che aiuta ciascuno a dare il meglio. Diceva: «Accontentiamoci di ciò che possono dare le nostre popolazioni. Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente».(5) Io vorrei ripetere questo e ripeterlo a tutti i preti dell'Italia e anche del mondo "abbiamo del buon senso, non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente." E se, per queste aperture, veniva richiamato all’obbedienza, la viveva in piedi, da adulto, e contemporaneamente in ginocchio, baciando la mano del suo Vescovo, che non smetteva di amare.
Il terzo scenario, primo del fiume, secondo della cascina, è quello della vostra grande pianura. Chi ha accolto il “Discorso della montagna” non teme di inoltrarsi, come viandante e testimone, nella pianura che si apre, senza rassicuranti confini. Gesù prepara a questo i suoi discepoli, conducendoli tra la folla, in mezzo ai poveri, rivelando che la vetta si raggiunge nella pianura, dove si incarna la misericordia di Dio (cfr. Omelia per il Concistoro, 19 novembre 2016).
Alla carità pastorale di don Primo si aprivano diversi orizzonti, nelle complesse situazioni che ha dovuto affrontare: le guerre, i totalitarismi, gli scontri fratricidi, la fatica della democrazia in gestazione, la miseria della sua gente. Vi incoraggio, fratelli sacerdoti, ad ascoltare il mondo, chi vive e opera in esso, per farvi carico di ogni domanda di senso e di speranza, senza temere di attraversare deserti e zone d’ombra. Così possiamo diventare Chiesa povera per e con i poveri, la Chiesa di Gesù. Quella dei poveri è definita da don Primo un’“esistenza scomodante”, e la Chiesa ha bisogno di convertirsi al riconoscimento della loro vita per amarli così come sono: «I poveri vanno amati come poveri, cioè come sono, senza far calcoli sulla loro povertà, senza pretesa o diritto di ipoteca, neanche quella di farli cittadini del regno dei cieli, molto meno dei proseliti».(6) Lui non faceva proselitismo, perché questo non è cristiano, Papa Benedetto XVI ci ha detto che la Chiesa e il cristianesimo non cresce per proselitismo ma per attrazione, cioè testimonianza ed è questo quello che don Primo Mazzolari ha fatto: testimonianza.
Il Servo di Dio ha vissuto da prete povero, non da povero prete, c'è una differenza! Nel suo testamento spirituale scriveva: «Intorno al mio Altare come intorno alla mia casa e al mio lavoro non ci fu mai “suon di denaro”. Il poco che è passato nelle mie mani […] è andato dove doveva andare. Se potessi avere un rammarico su questo punto, riguarderebbe i miei poveri e le opere della parrocchia che avrei potuto aiutare largamente».
Aveva meditato a fondo sulla diversità di stile tra Dio e l’uomo: «Lo stile dell’uomo: con molto fa poco. Lo stile di Dio: con niente fa tutto».(7) Per questo la credibilità dell’annuncio passa attraverso la semplicità e la povertà della Chiesa: «Se vogliamo riportare la povera gente nella loro Casa, bisogna che il povero vi trovi l’aria del Povero», cioè di Gesù Cristo.
Nel suo scritto La via crucis del povero, don Primo ricorda che la carità è questione di spiritualità e di sguardo, così dice: «Chi ha poca carità vede pochi poveri; chi ha molta carità vede molti poveri; chi non ha nessuna carità non vede nessuno».(8) E aggiunge: «Chi conosce il povero, conosce il fratello: chi vede il fratello vede Cristo, chi vede Cristo vede la vita e la sua vera poesia, perché la carità è la poesia del cielo portata sulla terra».(9)
Cari amici, vi ringrazio di avermi accolto oggi, nella parrocchia di don Primo. Siate orgogliosi di aver generato “preti così”, e non stancatevi di diventare anche voi “preti e cristiani così”, anche se ciò chiede di lottare con sé stessi, chiamando per nome le tentazioni che ci insidiano, lasciandoci guarire dalla tenerezza di Dio. Se doveste riconoscere di non aver raccolto la lezione di don Mazzolari, vi invito oggi a farne tesoro. Il Signore, che ha sempre suscitato nella santa madre Chiesa pastori e profeti secondo il suo cuore, ci aiuti oggi a non ignorarli ancora. Perché essi hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni.
Tante volte ho detto che il pastore deve essere capace di mettersi davanti al popolo per indicare la strada, in mezzo come segno di vicinanza o dietro per incoraggiare chi è rimasto dietro (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 31). E don Primo scriveva: «Dove vedo che il popolo slitta verso discese pericolose, mi metto dietro; dove occorre salire, m’attacco davanti. Molti non capiscono che è la stessa carità che mi muove nell’uno e nell’altro caso e che nessuno la può far meglio di un prete».(10)
Con questo spirito di comunione fraterna, con voi e con tutti i preti della Chiesa in Italia, con quei bravi parroci, voglio concludere con una preghiera di don Primo, parroco innamorato di Gesù e del suo desiderio che tutti gli uomini abbiano la salvezza, così pregava don Primo:
«Sei venuto per tutti:
per coloro che credono
e per coloro che dicono di non credere.
Gli uni e gli altri,
a volte questi più di quelli,
lavorano, soffrono, sperano
perché il mondo vada un po’ meglio.
O Cristo, sei nato “fuori della casa”
e sei morto “fuori della città”,
per essere in modo ancor più visibile
il crocevia e il punto d’incontro.
Nessuno è fuori della salvezza, o Signore,
perché nessuno è fuori del tuo amore,
che non si sgomenta né si raccorcia
per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti».
Amen 
***
1 P. Mazzolari, Preti così, 125-126.
2 Id., Lettera sulla parrocchia, 51.
3 Ibid., 54.
4 P. Mazzolari, Coscienza sociale del clero, ICAS, Milano, 1947, 32.
5 Id., Preti così, 118-119.
6 Id., La via crucis del povero, 63.
7 Id., La parrocchia, 84.
8 Id., La via crucis del povero, 32.
9 Ibid. 33.
10 Id., Scritti politici, 195.
[00960-IT.01] [Testo originale: Italiano]
[B0427-XX.01]

Pellegrinaggio del Santo Padre alle tombe di Don Primo Mazzolari e di Don Lorenzo Milani. Il Papa a Barbiana: "Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani"
Sala stampa della Santa Sede

Discorso del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle,
sono venuto a Barbiana per rendere omaggio alla memoria di un sacerdote che ha testimoniato come nel dono di sé a Cristo si incontrano i fratelli nelle loro necessità e li si serve, perché sia difesa e promossa la loro dignità di persone, con la stessa donazione di sé che Gesù ci ha mostrato, fino alla croce.
Mi rallegro di incontrare qui coloro che furono a suo tempo allievi di don Lorenzo Milani, alcuni nella scuola popolare di San Donato a Calenzano, altri qui nella scuola di Barbiana. 
Voi siete i testimoni di come un prete abbia vissuto la sua missione, nei luoghi in cui la Chiesa lo ha chiamato, con piena fedeltà al Vangelo e proprio per questo con piena fedeltà a ciascuno di voi, che il Signore gli aveva affidato. E siete testimoni della sua passione educativa, del suo intento di risvegliare nelle persone l’umano per aprirle al divino.
Di qui il suo dedicarsi completamente alla scuola, con una scelta che qui a Barbiana egli attuerà in maniera ancora più radicale. La scuola, per don Lorenzo, non era una cosa diversa rispetto alla sua missione di prete, ma il modo concreto con cui svolgere quella missione, dandole un fondamento solido e capace di innalzare fino al cielo. 
E quando la decisione del Vescovo lo condusse da Calenzano a qui, tra i ragazzi di Barbiana, capì subito che se il Signore aveva permesso quel distacco era per dargli dei nuovi figli da far crescere e da amare.
Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole.
Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità.
Sono qui anche alcuni ragazzi e giovani, che rappresentano per noi i tanti ragazzi e giovani che oggi hanno bisogno di chi li accompagni nel cammino della loro crescita. So che voi, come tanti altri nel mondo, vivete in situazioni di marginalità, e che qualcuno vi sta accanto per non lasciarvi soli e indicarvi una strada di possibile riscatto, un futuro che si apra su orizzonti più positivi.
Vorrei da qui ringraziare tutti gli educatori, quanti si pongono al servizio della crescita delle nuove generazioni, in particolare di coloro che si trovano in situazioni di disagio. La vostra è una missione piena di ostacoli ma anche di gioie. Ma soprattutto è una missione. Una missione di amore, perché non si può insegnare senza amare e senza la consapevolezza che ciò che si dona è solo un diritto che si riconosce, quello di imparare. E da insegnare ci sono tante cose, ma quella essenziale è la crescita di una coscienza libera, capace di confrontarsi con la realtà e di orientarsi in essa guidata dall’amore, dalla voglia di compromettersi con gli altri, di farsi carico delle loro fatiche e ferite, di rifuggire da ogni egoismo per servire il bene comune. Troviamo scritto in Lettera a una professoressa: «Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».
Questo è un appello alla responsabilità. Un appello che riguarda voi, cari giovani, ma prima di tutto noi, adulti, chiamati a vivere la libertà di coscienza in modo autentico, come ricerca del vero, del bello e del bene, pronti a pagare il prezzo che ciò comporta. E questo senza compromessi!
Infine, ma non da ultimo, mi rivolgo a voi sacerdoti che ho voluto accanto a me qui a Barbiana. Vedo tra voi preti anziani, che avete condiviso con don Lorenzo Milani gli anni del seminario o il ministero in luoghi qui vicini; e anche preti giovani, che rappresentano il futuro del clero fiorentino e italiano. Alcuni di voi siete dunque testimoni dell’avventura umana e sacerdotale di don Lorenzo, altri ne siete eredi. A tutti voglio ricordare che la dimensione sacerdotale di don Lorenzo Milani è alla radice di tutto quanto sono andato rievocando finora di lui. La dimensione sacerdotale è la radice di tutto quello che ha fatto.
Tutto nasce dal suo essere prete. Ma, a sua volta, il suo essere prete ha una radice ancora più profonda: la sua fede. Una fede totalizzante, che diventa un donarsi completamente al Signore e che nel ministero sacerdotale trova la forma piena e compiuta per il giovane convertito. Sono note le parole della sua guida spirituale, don Raffaele Bensi, al quale hanno attinto in quegli anni le figure più alte del cattolicesimo fiorentino, così vivo attorno alla metà del secolo scorso, sotto il paterno ministero del venerabile Cardinale Elia Dalla Costa. Così ha detto don Bensi: «Per salvare l’anima venne da me. Da quel giorno d’agosto fino all’autunno, si ingozzò letteralmente di Vangelo e di Cristo. Quel ragazzo partì subito per l’assoluto, senza vie di mezzo. Voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, doveva subito ferirsi e ferire» (Nazzareno Fabbretti, “Intervista a Mons. Raffaele Bensi”, Domenica del Corriere, 27 giugno 1971). 
Essere prete come il modo in cui vivere l’Assoluto. Diceva sua madre Alice: «Mio figlio era in cerca dell’Assoluto. Lo ha trovato nella religione e nella vocazione sacerdotale».
Senza questa sete di Assoluto si può essere dei buoni funzionari del sacro, ma non si può essere preti, preti veri, capaci di diventare servitori di Cristo nei fratelli. Cari preti, con la grazia di Dio, cerchiamo di essere uomini di fede, una fede schietta, non annacquata; e uomini di carità, carità pastorale verso tutti coloro che il Signore ci affida come fratelli e figli.
Don Lorenzo ci insegna anche a voler bene alla Chiesa, come le volle bene lui, con la schiettezza e la verità che possono creare anche tensioni, ma mai fratture, abbandoni. Amiamo la Chiesa, cari confratelli, e facciamola amare, mostrandola come madre premurosa di tutti, soprattutto dei più poveri e fragili, sia nella vita sociale sia in quella personale e religiosa. La Chiesa che don Milani ha mostrato al mondo ha questo volto materno e premuroso, proteso a dare a tutti la possibilità di incontrare Dio e quindi dare consistenza alla propria persona in tutta la sua dignità.
Prima di concludere, non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo Vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. In una lettera al Vescovo scrisse: «Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato…». Dal Card. Silvano Piovanelli, di cara memoria, in poi gli Arcivescovi di Firenze hanno in diverse occasioni dato questo riconoscimento a don Lorenzo. Oggi lo fa il Vescovo di Roma. Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani – non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco –, ma dice che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa.
Con la mia presenza a Barbiana, con la preghiera sulla tomba di don Lorenzo Milani penso di dare risposta a quanto auspicava sua madre: «Mi preme soprattutto che si conosca il prete, che si sappia la verità, che si renda onore alla Chiesa anche per quello che lui è stato nella Chiesa e che la Chiesa renda onore a lui… quella Chiesa che lo ha fatto tanto soffrire ma che gli ha dato il sacerdozio, e la forza di quella fede che resta, per me, il mistero più profondo di mio figlio… Se non si comprenderà realmente il sacerdote che don Lorenzo è stato, difficilmente si potrà capire di lui anche tutto il resto. Per esempio il suo profondo equilibrio fra durezza e carità» (Nazareno Fabbretti, “Incontro con la madre del parroco di Barbiana a tre anni dalla sua morte”, Il Resto del Carlino, Bologna, 8 luglio 1970). Il prete «trasparente e duro come un diamante» oggi continua a trasmettere la luce di Dio sul cammino della Chiesa. Prendete la fiaccola e portatela avanti, grazie!
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Al termine, il Papa raggiunge lo spiazzo sottostante la chiesa e alle ore 12.30 decolla da Barbiana per rientrare a Roma.
L’atterraggio nell’eliporto vaticano è previsto per le ore 13.15.