lunedì 25 settembre 2017

Il Vangelo prima di tutto



Prolusione del cardinale Bassetti al Consiglio permanente della Cei. (testo integrale) 
CEI 
Cari confratelli e – permettetemi – soprattutto cari amici,
sono ormai molti anni, dal 1994, che partecipo ai lavori della Conferenza Episcopale Italiana. Vi sento amici: per la conoscenza lunga e profonda, la comunione vissuta in momenti di fraternità, la condivisione di responsabilità e la discussione franca dei problemi della Chiesa italiana e del mondo. Desidero esprimere la mia più profonda gratitudine al Santo Padre per la fiducia e la premura che ha riposto nella mia persona affidandomi questo incarico. Un pensiero particolare lo rivolgo, inoltre, al Cardinale Angelo Bagnasco, per due mandati presidente della CEI. Lo ringrazio di cuore, a nome di tutti, per il suo servizio, la fedeltà al Papa e alla Chiesa, e l’attenzione dedicata ad ognuno di noi.
Pensando al territorio di cui siamo espressione, sento il dovere di esprimere una parola di profonda riconoscenza ai nostri parroci: sono costruttori di comunità, strumenti della tenerezza di Dio, presbiteri che si spendono e si ritrovano nella carità pastorale. Accanto a loro, mi è impossibile non accennare ai religiosi: uomini e donne che, nella varietà dei loro carismi, ci restituiscono il primato dell’amicizia con il Signore, la profezia della fraternità e la fecondità delle opere.
Un ringraziamento doveroso, infine, in questa sede anche agli operatori della comunicazione, che ci consentono di arrivare nelle case della gente, con una parola che vuol essere di sostegno e speranza.
L’incarico che mi è stato affidato mi pesa sulle spalle, anche per l’età. Mi consolano le parole che mons. Enrico Bartoletti scrisse nel suo Diario, l’11 agosto 1972, quando gli fu comunicato il suo nuovo compito in CEI. Così scrisse: «In manus tuas, Domine! Signore, accetta il mio umile sacrificio e dammi la grazia di cercare solo te». Con gioia e commozione cerco di far mie queste parole con l’assoluta convinzione che senza l’aiuto di Dio non potrei far nulla. Sento una grande responsabilità che si addolcisce nella consapevolezza di servire la Chiesa italiana.
Cari confratelli, è mia intenzione aprire il Consiglio Permanente rivolgendo un pensiero a quelle persone che ora sono nella sofferenza e nel lutto. Vorrei testimoniare la più sincera vicinanza a tutte quelle donne che in Italia, pressoché quotidianamente, sono vittime di una violenza cieca e brutale. Un pensiero affettuoso va, anche, a tutte le popolazioni italiane ferite dal terremoto, da Ischia all’Italia centrale; ai cittadini di Livorno, colpiti da una tragica alluvione; e al Messico dove un terribile terremoto ha tolto la vita a centinaia di persone. 
1.      Un cambiamento d’epoca 
Parlando a Firenze al Convegno ecclesiale nazionale, Papa Francesco ha detto che «oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca». Questo è uno snodo decisivo: il punto di partenza per la riflessione e l’impegno.
Quasi nulla è più come prima. Dobbiamo assumere la piena consapevolezza che stiamo vivendo in un mondo profondamente cambiato, in un’Italia molto diversa rispetto al passato e con una Chiesa sempre più globale. In questa nuova realtà, sorgono nuove sfide e nuove domande a cui bisogna fornire, senza paura e con coraggio, delle risposte altrettanto nuove.
Oggi viviamo in una società tecnologica e secolarizzata. Una società, afferma Papa Francesco, che corre un «grande rischio»: quello di essere caratterizzata da «una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata» (Evangelii Gaudium 2). L’uomo moderno è troppo spesso un uomo spaesato, confuso e smarrito. Un uomo ferito non solo perché ha perso il «senso del peccato», ma perché «cerca salvezza dove si può». E così si aggrappa a tutto e a chiunque sia in grado di fornire un significato alla vita.
Questa umanità ferita, inoltre, abita un mondo dove è ormai emersa una nuova questione sociale che investe la sfera economica e quella antropologica, la dimensione culturale e quella politica, i cui riflessi si fanno sentire profondamente anche in ambito religioso. Basti pensare all’introduzione della robotica nell’industria, alle applicazioni biomediche sul corpo umano, all’impatto ambientale delle grandi città, alle nuove forme di comunicazione e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Questa nuova questione sociale è caratterizzata da almeno tre fattori: lo sviluppo pervasivo di un nuovo potere tecnico, come aveva intuito profeticamente Romano Guardini; la crisi dell’umano e dell’umanesimo che è il fondamento della nostra civiltà; una manipolazione sempre più profonda dell’oikos, della nostra casa comune, della Terra.
In questo eccezionale «cambiamento d’epoca», da cinque anni, abbiamo la grazia di trovarci di fronte al messaggio profetico di Papa Francesco, che mette al centro di tutto il Vangelo di Gesù, ci esorta ad andare verso i poveri e ci invita a guardare questo nuovo mondo da un angolo visuale diverso, quello delle periferie. Il cuore pulsante di questo messaggio profetico è la conversione pastorale. Che è, al tempo stesso, un richiamo tradizionale e radicale: è «l’esercizio della maternità della Chiesa», di una Chiesa che è incarnata nella storia, che non si ritira nelle astrattezze moralistiche o solidaristiche e che parla i linguaggi della contemporaneità in continuo movimento.
Questo messaggio richiede una autentica ricezione di tutta la Chiesa: dei vescovi, dei preti, dei religiosi, delle suore, dei diaconi e dei laici. Qui si gioca la nostra responsabilità. Il Papa chiama ognuno a fare la sua parte. Sa che c’è bisogno di tutti. E chiede di liberarci dal clericalismo, perché ogni persona possa avere pienamente il suo spazio in una Chiesa autenticamente sinodale. 
2.      Quello che ci sta a cuore 
La Chiesa italiana, per portare la luce di Cristo in questo mondo nuovo, deve far affidamento su alcune preziose bussole di orientamento. Si tratta di priorità che coniugano una sapienza antica con l’attuale magistero pontificio: lo spirito missionario; la spiritualità dell’unità; e la cultura della carità. 
2.1.Lo spirito missionario 
Siamo chiamati, innanzitutto, ad essere Chiesa al servizio di un’umanità ferita. Che significa, inequivocabilmente, essere Chiesa missionaria. E la prima missione dei cristiani consiste nell'annuncio del Vangelo nella sua stupenda, radicale e rivoluzionaria semplicità. Un annuncio gioioso, come ci ricorda l'Evangelii Gaudium, che puntiall’essenziale, «al kerygma» perché «non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di tale annuncio» (EG 165). 
È la visione francescana di un Vangelo sine glossa, quel Vangelo che dobbiamo ad ogni uomo e a ogni donna, senza imporre nulla. È un annuncio d’amore per ogni uomo. Ricordando sempre, come ci ha insegnato don Primo Mazzolari, che «l’Amore non è colui che dà ma Colui che viene» e che può nascere in una stalla e morire sul Calvario «perché mi ama».
Molto si fa nelle nostre Chiese, ma questo cammino va accelerato. Crescono nuove generazioni, diverse dalle precedenti. Ha scritto il Santo Padre: «Affinché questo impulso missionario sia sempre più intenso, generoso e fecondo, esorto anche ciascuna Chiesa particolare ad entrare in un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma» (EG 30). 
È assolutamente necessario un deciso impegno per rivitalizzare le realtà che già esistono al nostro interno, ma che forse hanno smarrito la tensione e la capacità di animazione sul territorio. Va nella linea di un rilancio della pastorale missionaria anche la prima edizione del Festival nazionale, che quest’anno si svolgerà Brescia dal 12 al 15 ottobre. La missione non solo è possibile, ma è il termometro della nostro essere Chiesa. 
Abbiamo percorso questa strada con decisione e libertà da noi stessi e dal passato? Mi interrogo. L’obiettivo, per la Chiesa italiana, è semplice quanto decisivo: concretizzare «il sogno missionario di arrivare a tutti» (EG 31). Un sogno che ci scuote dalle abitudini e dalla pigrizia e ci appassiona. È il senso della nostra vita, come dice l’apostolo Paolo: «guai a me se non annuncio il Vangelo» (1 Cor 9, 16). Che il «sogno missionario» diventi la nostra passione personale e quella del popolo di Dio. 
Così, nel cuore di questo «cambiamento d’epoca», la Chiesa italiana sta in mezzo al popolo con la semplicità eloquente del Vangelo, senza altra pretesa che darne testimonianza. Il primato dell’annuncio del Vangelo fa tornare semplici. Talvolta fa archiviare progetti, non sbagliati, ma secondari rispetto a tale primato. Il nostro orizzonte diventa più semplice, ma non meno impegnativo: prima il Vangelo! 
2.2.La spiritualità dell’unità 
Uno dei fatti più belli della Chiesa italiana è la multiformità, frutto di storia, radicamenti secolari, coraggiose intraprese, iniziative carismatiche, fedeltà costruttive. In questo tempo di particolarismi e allentamento dei legami ci può essere la tentazione di andare ciascuno per la propria strada. Isolarsi è una tendenza che può entrare anche all’interno della Chiesa ma che va allontanata con decisione: un corpo è vivo solo se tutte le membra cooperano tra loro. Nessun membro del corpo può vivere da se stesso. Mi auguro che queste affermazioni siano accolte per quello che intendono essere: un forte richiamo a un maggiore apprezzamento tra le diverse realtà ecclesiali, in un’autentica gara a stimarsi e valorizzarsi a vicenda (cfr. Rm 12, 10).
La ricca complessità della Chiesa, però, non può essere ordinata con una geometria pastorale calata dall’alto. È necessario far maturare, in questo tessuto, una spiritualità dell’unità. Il cuore di questa spiritualità conduce a parlarsi con parresia, «a voce alta e in ogni tempo e luogo» (EG 259), a partire dal Consiglio permanente della CEI fino alla più piccola parrocchia d’Italia. Siamo chiamati a dare vita non ad una Chiesa uniforme, ma ad una Chiesa solidale e unita nella sua complessa pluralità. Si tratta dunque di un’autentica vocazione alla collegialità – tra i vescovi e tutto il corpo della Chiesa – e al dialogo.
Chi dialoga non è un debole ma è, all’opposto, una persona che non ha paura di confrontarsi con l’altro. 
2.3. La cultura della carità 
La cultura della carità è la cultura dell’incontro e della vita, che si contrappone alla cultura della paura, dello scarto e della divisione. Essa è l’incarnazione della parabola del samaritano. «L’antica storia del Samaritano», come disse Paolo VI alla conclusione del Vaticano II, «è stata il paradigma della spiritualità del Concilio».
La Chiesa è chiamata a promuovere una cultura che si prefigge «l’inclusione sociale dei poveri» perché essi «hanno un posto privilegiato» nel popolo di Dio (EG 186-216). E proprio perché «non amiamo a parole ma con i fatti» il Papa ha istituito la Giornata mondiale del poveri che si celebrerà per la prima volta il 19 novembre. Di fronte ai poveri la Chiesa italiana prende a modello san Francesco: quando incontra «il cavaliere nobile ma povero» si toglie il mantello per darlo a chi è nel bisogno. Perché i poveri, anche se non fanno notizia, ci lasciano intravedere il volto di Cristo.
«Non avrei mai pensato che in terra cristiana, con un Vangelo che incomincia con “Beati i poveri”» diceva don Mazzolari «il parlar bene dei poveri infastidisse tanta gente, che pure è gente di cuore e di elemosina». Parole che sono attualissime perché la povertà, ancora oggi, è uno scandalo da nascondere e da occultare. Andare verso i poveri, invece, è inequivocabilmente una questione che investe la fede e che si riflette nel modo di vivere la Chiesa. 
La cultura della carità è anche sinonimo della cultura di una vita, che va difesa sempre: sia che si tratti di salvare l’esistenza di un bambino nel grembo materno o di un malato grave; e sia che si tratti di uomo o una donna venduti da un trafficante di carne umana. Noi abbiamo il compito, non certo per motivi sociologici o morali, di andare verso i poveri per una missione dichiaratamente evangelica. 
3.      Ambiti da non disertare 
In questo contesto che ho sinteticamente illustrato vedo alcuni ambiti su cui la Chiesa italiana è chiamata a fare un serio discernimento: il lavoro; i giovani; la famiglia; le migrazioni. 
3.1.Il lavoro 
La Chiesa guarda al mondo del lavoro non certo per esprimere una rivendicazione sociale, ma per ribadire un principio evangelico: il lavoro è sempre al servizio dell’uomo e non il contrario. Anche dal lavoro passa la dignità di una persona. «Un mondo che non conosce più i valori e il valore del lavoro – ha detto Francesco a Genova recentemente – non capisce più neanche l’Eucaristia».
Oggi il lavoro è senza dubbio la priorità più importante per il Paese e la disoccupazione giovanile è la grande emergenza. Nonostante in Italia ci siano piccoli segnali di ripresa per l’economia, non posso non essere preoccupato di fronte agli 8 milioni di poveri descritti dall'Istat, la metà dei quali non ha di cosa vivere. Sono giovani, sono donne, sono coppie e sono cinquantenni che hanno perso il lavoro e che sono stati scartati dal sistema economico.
Le parole del Papa a Genova sono di cruciale importanza: «La mancanza di lavoro è molto più del venire meno di una sorgente di reddito per poter vivere». Una società a misura d’uomo si giudica dall’attenzione che riserva alla dignità del lavoro, equamente retribuito, accessibile a tutti. Ci sono oggi tante affermazioni gridate, ma forse manca un “pensiero lungo” sul Paese. In questa prospettiva si colloca la prossima Settimana Sociale di Cagliari dal titolo: Il lavoro che vogliamo: “libero, creativo, partecipativo e solidale”. Auspico vivamente che questa riflessione, bene impostata nell’Instrumentum laboris, si trasformi presto in una proposta concreta da mettere al centro dell’agenda pubblica del Paese. 
Infatti, non è sufficiente evocare il problema del lavoro, ma è necessario anche provare a discernere proposte e vie percorribili. Sono almeno tre le strade che, a nostro avviso, vanno percorse e su cui invitiamo le istituzioni a guardare con decisione: il lavoro e il Mezzogiorno d’Italia; il lavoro e la famiglia; il lavoro e i giovani. 
3.2. I giovani 
Sui giovani si gioca la parte più importante della missione della Chiesa. Accanto al lavoro, cioè al pane, i giovani hanno bisogno della Grazia di Dio. Di fronte all'effimera leggerezza con cui ci si riferisce alle giovani generazioni, si staglia la preoccupazione sapiente di una Chiesa che è un'autentica madre dei suoi figli. Tornano alla mente le parole di don Milani: «Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande I care. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”». Cari confratelli i giovani ci stanno profondamente a cuore. Per questo siamo in cammino verso il prossimo Sinodo dei Vescovi. 
Anche se oggi viviamo immersi in un mondo in cui la «cultura del frammento» e un «forte relativismo pratico» allontanano i giovani dalla fonte della vita che è Cristo, questo è senza dubbio un tempo propizio per fermare il vortice quotidiano della società consumistica e per dare una parola autentica di incoraggiamento e un senso a quella straordinaria sete d’infinito che caratterizza i giovani di ogni generazione. 
I giovani sono «come le rondini», diceva Giorgio La Pira, «sentono il tempo, sentono la stagione: quando viene la primavera essi si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale – che indichi loro la rotta e i porti». I giovani, infatti, non hanno bisogno di qualcuno che gli indichi loro cosa sognare perché sono capaci a farlo da soli. Hanno molto più talento di noi vecchi e molta più capacità di pensare e immaginare un mondo nuovo. 
Quando si parla ai giovani bisogna parlare con parole di verità. Senza ripetere ad oltranza una serie di frasi mielose e senza sostanza. Sui giovani, infatti, c’è una drammatica e stucchevole retorica, che purtroppo non viene sempre supportata dai fatti. Dovremmo impegnarci su questo. C’è molto lavoro da fare. 
3.3. La famiglia 
La Chiesa italiana, pur tra molte difficoltà, è una Chiesa di popolo. E questo popolo è senza dubbio costituito da milioni di famiglie, che costituiscono la cellula basilare della società italiana.
Il contesto attuale – caratterizzato da un crescente aumento di convivenze, separazioni e divorzi, nonché da un tasso di natalità che continua a diminuire drammaticamente – ci impone di guardare alla famiglia in modo concreto, senza cercare alcuna scorciatoia, scorgendo nelle fragilità della famiglia non solo i limiti dell’uomo, ma soprattutto il luogo della Grazia. 
Sono almeno tre le sfide che la famiglia deve affrontare nel mondo contemporaneo. E queste sono altrettante sfide anche per la Chiesa italiana.
La prima è di tipo esistenziale e risiede nelle difficoltà di formare ed essere una famiglia. Spesso vedo molte coppie indugiare, dubbiose e incredule che sia possibile dar vita ad una relazione «per sempre». Infatti, le donne e gli uomini di oggi sono cresciuti in un clima dove tutto - perfino le relazioni umane - viene consumato in modalità «usa e getta». 
La seconda sfida è di tipo sociale e consiste nel riuscire a rendere più a misura di famiglia la nostra società, sempre più complessa e logorante.Questa faticosa civiltà urbana, come aveva già intuito Paolo VI, produce una serie di ostacoli oggettivi alla vita familiare: la precarizzazione del lavoro, ad esempio, ferisce l'anima dei coniugi e impedisce di formare una base minima di stabilità; i ritmi ossessivi producono una sorta di nevrosi sociale impedendo di avere del tempo da dedicare al coniuge e ai figli; la mobilità sociale rompe le tradizionali reti generazionali di mutua assistenza tra nonni e figli; e infine, la donna, sempre più spesso racchiusa tra una maternità desiderata e un lavoro necessario, rischia di non comprendere più qual è il suo ruolo all'interno della famiglia e della società. 
La terza sfida ci introduce, infine, in uno dei più grandi temi di discussione degli ultimi decenni e si riferisce alla questione antropologica e alla difesa e alla valorizzazione della famiglia tra uomo e donna, aperta ai figli. Una sfida culturale e spirituale di grandissima portata.
Per questo motivo noi abbiamo di fronte due strade: innanzitutto, quella pastorale in cui dobbiamo impegnarci nelle Diocesi, nelle parrocchie e negli uffici pastorali per recepire con autenticità lo spirito dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia; in secondo luogo, quella sociale in cui chiediamo con forza alle Istituzioni – a partire dalla prossima Conferenza Nazionale per la famiglia – di elaborare politiche innovative e concrete, che riconoscano, soprattutto, il «fattore famiglia» nel sistema fiscale italiano. Una misura giusta e urgente, non più rinviabile, per tutte le famiglie, in particolare quelle numerose. Una misura di cui avvertiamo l’assoluta importanza non solo perché avrebbe dei benefici sui redditi familiari ma perché potrebbe avere degli effetti positivi su un tema cruciale per il futuro della nazione: quello della natalità. 
3.4. Le migrazioni
Accogliere, proteggere, promuovere e integrare: sono questi i 4 verbi che Papa Francesco ha donato alla Chiesa per affrontare la grande sfida delle migrazioni internazionali. Una sfida complessa, in parte inesplorata ma dal significato antico.
Bisogna subito sgombrare il campo da un equivoco che potrebbe sorgere da un dibattito pubblico particolarmente aspro su questi temi: la Chiesa cattolica si è sempre occupata dell’ospitalità del forestiero e del migrante. E lo ha fatto non certo per un’idea politica o sociale, ma per amore di ogni persona. È il cuore della nostra fede: di un Dio che si è fatto uomo. L’ospitalità è, da tradizione, un’opera di misericordia e, come ci insegna Abramo, una delle più alte forme di carità e di testimonianza della fede. Attraverso l’ospite noi scegliamo di accogliere o respingere Cristo nella nostra vita (Mt 25, 35.43). Il richiamo alla difesa della dignità inviolabile del migrante, inoltre, è un insegnamento presente in molti documenti della Santa Sede e che si è fatto carne nell’opera di alcuni grandi apostoli del passato, tra i quali molti italiani: Francesca Cabrini, Geremia Bonomelli, Giovanni Battista Scalabrini.
Oggi questa sfida antica si ripropone con tratti nuovi. E lo sguardo profetico di Papa Francesco ha il merito storico di aver tolto i migranti da quella cappa di omertà in cui erano stati confinati dalla «globalizzazione dell’indifferenza» e di averli messi al centro della nostra attività pastorale. Promuovere una pastorale per i migranti significa, prima di tutto, difendere la cultura della vita in almeno tre modi: denunciando la «tratta» degli esseri umani e ogni tipo di traffico sulla pelle dei migranti; salvando le vite umane nel deserto, nei campi e nel mare; deplorando i luoghi indecenti dove troppo spesso vengono ammassate queste persone. I corridoi umanitari – nei quali la Chiesa italiana è impegnata in prima persona – sono, quindi, necessari per dare vita ad una carità concreta che rimane nella legalità. 
Il primato dell’apertura del cuore al migrante ci fa guardare oltre le frontiere italiane. Ci invita a intensificare la cooperazione e l’aiuto allo sviluppo al Sud del mondo, per far risorgere tra i giovani la speranza di un futuro degno nella propria patria. È una linea su cui si muove da tempo la CEI, sostenendo numerosi progetti di sviluppo e, recentemente, con la campagna Liberi di partire, liberi di restare. Si tratta di un progetto innovativo perché affronta il tema del diritto delle persone a restare nel proprio Paese senza essere costrette a scappare a causa della guerra o della fame. 
Accogliere è un primo gesto, ma c’è una responsabilità ulteriore, prolungata nel tempo, con cui misurarsi con prudenza, intelligenza e realismo. Non a caso il Santo Padre, di ritorno dalla Colombia, ha ricordato che per affrontare la questione migratoria occorre anche «prudenza, integrazione e vicinanza umanitaria». Tale processo va affrontato con grande carità e con altrettanta grande responsabilitàsalvaguardando i diritti di chi arriva e i diritti di chi accoglie e porge la mano.
Il processo di integrazione richiede, innanzitutto, di fronteggiare, da un punto di vista pastorale e culturale, la diffusione di una «cultura della paura» e il riemergere drammatico della xenofobia. Come pastori non possiamo non essere vicini alle paure delle famiglie e del popolo. Tuttavia, enfatizzare e alimentare queste paure, non solo non è in alcun modo un comportamento cristiano, ma potrebbe essere la causa di una fratricida guerra tra i poveri nelle nostre periferie. Un’eventualità che va scongiurata in ogni modo.
Infine, alla luce del Vangelo e dell’esperienza di umanità della Chiesa, penso che la costruzione di questo processo di integrazione possa passare anche attraverso il riconoscimento di una nuova cittadinanza, che favorisca la promozione della persona umana e la partecipazione alla vita pubblica di quegli uomini e donne che sono nati in Italia, che parlano la nostra lingua e assumono la nostra memoria storica, con i valori che porta con sé. 
4.      L’Italia 
Cari confratelli, tra queste priorità irrinunciabili per il Paese che ho appena tratteggiato c’è un unico filo comune: l’Italia. A noi interessa che l’Italia diventi un Paese migliore. Bisogna perciò avere la forza, il coraggio e le idee per rimettere a tema l'Italia nella sua interezza: con la sua storia, il suo carattere, la sua vocazione. L’Italia è un Paese bellissimo, straordinariamente ricco di umanità e paesaggi, ma estremamente fragile: sia nel territorio che nei rapporti socio-politici. Ai cattolici dico che la politica, come scriveva La Pira, «non è una cosa brutta», ma una missione: è «un impegno di umanità e santità». La politica come affermava Paolo VI, è una delle più alte forme di carità. Papa Francesco ha più volte auspicato la necessità dei cattolici in politica. Ma come?
Non spetta a me dirlo. Quello che mi preme sottolineare è che il cuore della questione non riguarda le formule organizzative. Il vero problema è come portare in politica, in modo autentico, la cultura del bene comune. Non basta fare proclami. La proclamazione di un valore non ci mette con la coscienza a posto. Bisogna promuovere processi concreti nella realtà.
Non è auspicabile che, nonostante le diverse sensibilità, i cattolici si dividano in «cattolici della morale» e in «cattolici del sociale». Né si può prendersi cura dei migranti e dei poveri per poi dimenticarsi del valore della vita; oppure, al contrario, farsi paladini della cultura della vita e dimenticarsi dei migranti e dei poveri, sviluppando in alcuni casi addirittura un sentimento ostile verso gli stranieri. La dignità della persona umana non è mai calpestabile e deve essere il faro dell’azione sociale e politica dei cattolici.
I cattolici hanno una responsabilità altissima verso il Paese. Dobbiamo, perciò, essere capaci di unire l’Italia e non certo di dividerla. Occorre difendere e valorizzare il sistema-Paese con carità e responsabilità. Perché il futuro del Paese significa anche rammendare il tessuto sociale dell’Italia con prudenza, pazienza e generosità.
Cari confratelli, lo Spirito Santo ci sostenga nel nostro servizio alla Chiesa e alimenti la nostra comunione; la preghiera comune e fiduciosa di tutti noi ottenga dalla Misericordia del Signore una crescita di tutti nella carità e nell’amore per il Vangelo!

Il papa, il Giappone e il Cammino

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di Padre Franco Sottocornola (*)

La visita (17-26 settembre) del cardinal Filoni, Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli (competente per i paesi cosiddetti «di missione», tra i quali il Giappone) ha avuto certamente come momento forte la consegna della Lettera del papa ai vescovi appositamente riuniti nella sede della Nunziatura a Tokyo il giorno 17 settembre. Questa lettera era stata preannunziata e, come la visita stessa del cardinale, era attesa con un misto di soddisfazione e apprensione.
La Lettera del papa
Si pensava che, chissà, il cardinale potesse portare l’annuncio di una prossima visita del papa in Giappone, da anni chiesta da parte dei vescovi giapponesi e dallo stesso primo Ministro Abe. Ma si sospettava anche che questa lettera avrebbe toccato lo spinoso problema dei rapporti tra i vescovi giapponesi e il movimento del «Cammino», meglio conosciuto come movimento neocatecumenale.
Di fatto il messaggio papale, letto dal cardinale Filoni e poi consegnato per iscritto a mons. Takami, presidente della Conferenza episcopale giapponese, dopo una opportuna e lodevole introduzione che ricorda i tanti martiri giapponesi, e una parte centrale che analizza la situazione attuale del Giappone in riferimento alla evangelizzazione che procede a rilento e sembra, anzi, al momento avere una involuzione, tocca verso la fine l’argomento dei «movimenti ecclesiali», raccomandandone la conoscenza e il riconoscimento proprio in vista di un risveglio missionario.
In un’intervista rilasciata ad Asia News, Mons. Kikuchi, vescovo di Niigata e presidente di Caritas Japan, il 22 settembre, l’argomento è stato toccato esplicitamente. Il vescovo di Niigata dice che «il messaggio del papa è un incoraggiamento per tutti noi a ripensare il nostro atteggiamento nei confronti della missione ad gentes» e accoglie positivamente anche la raccomandazione a valorizzare a questo fine i recenti «movimenti ecclesiali», «anche se – aggiunge – rimangono problemi irrisolti con uno di essi». Questo riferimento è chiaramente rivolto al movimento dei Neocatecumenali.
Il testo del papa, portato dal Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, del quale sono ben note le simpatie per il movimento neocatecumenale, sembra quindi avere – come ben colto da mons. Kikuchi – due scopi: infondere un nuovo fervore missionario nella Chiesa che è in Giappone e invitarla a valorizzare in esso la collaborazione dei recenti movimenti ecclesiali. Questo il «testo». Ma il «contesto», per chi ne è al corrente, riguarda due temi in particolare.
Il movimento neocatecumenale
Il primo tema è la recente rottura tra l’episcopato giapponese e il movimento neocatecumenale, al quale è stato chiesto di sospendere ogni attività in Giappone per un periodo di cinque anni e di chiudere il proprio seminario a Takamatsu. La «rottura» è arrivata dopo un lungo periodo di tensioni, dovute a un triplice fattore:
(a) In Giappone i cattolici sono una piccola minoranza, circa 450.000 ossia lo 0,3 per cento della popolazione. Molte «parrocchie» contano poco più di cento fedeli sparsi spesso su vaste aeree e la domenica vedono a volte la riunione di una trentina o anche meno di questi fedeli. L’insistenza del Cammino neocatecumenale ad avere proprie celebrazioni eucaristiche ha creato in molti casi una divisione nella già piccola comunità che, da un punto di vista pastorale, è inaccettabile; specialmente in Giappone dove il senso di «gruppo» è molto forte e una «divisione» al suo interno insostenibile.
(b) Il movimento neocatecumenale, è risaputo, ha usanze liturgiche proprie. Queste differenze sono particolarmente sofferte in Giappone dove la «sensibilità di gruppo» si esprime anche in una forte uniformità di comportamento.
(c) Il movimento neocatecumenale nel suo forte senso di identità sembra meno attento alle istanze di inculturazione o adattamento alla cultura del paese nel quale di solito lavora inviando missionari originari di altri paesi. A questi fattori si aggiunga una certa difficoltà ad accettare le direttive dei vescovi locali quando queste sembrano in contrasto con la linea indicata dalla direzione del Cammino stesso e, in caso di divergenze, una certa difficoltà ad accettare un compromesso.
Tutto ciò, ovviamente, nulla toglie ai meriti del movimento in questione, alla stima per il suo zelo missionario, per la coraggiosa professione della fede, e anche alla metodologia stessa che conduce a queste mete evangeliche. Le difficoltà concrete sono legate specificamente alla situazione della Chiesa in Giappone.
Dopo la «rottura» di cui sopra in più riprese ci sono stati tentativi di chiarimento in vista di una soluzione, anche mediante l’incontro di delegazioni dei vescovi giapponesi con lo stesso santo padre, la nomina di un «mediatore», e altre vie alla ricerca di un’intesa. Ma la situazione era e rimane «di stallo».
A una soluzione di essa tende l’appello rivolto da papa Francesco nella parte finale della sua Lettera ai vescovi giapponesi.
La missio ad gentes
Una seconda tematica, di per sé ancora più importante, della lettera papale riguarda la necessità di un risveglio o rilancio della missio ad gentes, ossia del «primo annuncio» del Vangelo a quanti ancora non lo conoscono, o non l’hanno accolto.
Come accennato sopra il numero dei cattolici in Giappone è molto molto piccolo, lo 0,3 per cento della popolazione. Insieme a protestanti e ortodossi… forse supera di poco l’1 per cento… E, recentemente, si è notata una flessione nel numero stesso dei cattolici. Questo fenomeno, se visto con il rapido invecchiamento della popolazione, appare ancora più preoccupante.
Su questo tema è ritornato il cardinale Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli in successivi interventi durante il suo viaggio, visitando Nagasaki (19 settembre), Hiroshima (20 settembre), Osaka (21 settembre), Fukushima (22 settembre, la zona devastata dallo tsunami e collasso della centrale atomica causati dal terribile terremoto del 2011), e infine Tokyo, il 23 settembre.
Le radici di questa scoraggiante situazione missionaria sono complesse e non è possibile analizzarle dettagliatamente qui. Tuttavia, tra di esse, sta il fatto che negli ultimi quarant’anni circa la responsabilità e la guida effettiva anche dello sforzo missionario della Chiesa in Giappone sono passate dall’iniziativa principale dei «missionari», a quella della Chiesa locale, seconde le direttive del Concilio Vaticano II. Da una parte, il numero dei «missionari» è venuto diminuendo sempre più; dall’altra, i responsabili della Chiesa locale sono comprensibilmente più preoccupati della organizzazione della comunità cristiana, della formazione dei fedeli, della presenza come Chiesa nella società giapponese come tale specialmente sui temi della giustizia e della pace, ecc. e meno (rispetto ai «missionari» – diciamo così – «di vocazione specifica») alla proclamazione o comunicazione del Vangelo a quanti ancora non lo conoscono, ossia alla missio ad gentes in quanto tale (tra le altre cause però non si può negare anche l’influsso di una «indebolita teologia della missione» importata dall’estero!).
Anche a questa situazione della evangelizzazione in Giappone si rivolge la lettera del papa e si sono rivolti gli appelli del cardinale Filoni nelle varie tappe del suo viaggio in Giappone, specialmente a Nagasaki e a Osaka.
Ma, certamente, quando i vescovi del Giappone si incontreranno nuovamente con il Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, il prossimo 25 settembre, nella sede della Nunziatura, per una «giornata conclusiva» della visita, l’argomento caldo e dibattuto non sarà – purtroppo – quello del rilancio o risveglio dello spirito missionario in questo paese. Sarà quello più scottante di un’intesa, se possibile, con il movimento del Cammino neocatecumenale.
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(*): Padre Franco Sottocornola, missionario saveriano bergamasco, vive in Giappone da quasi  40 anni. È fondatore del Centro di spiritualità e dialogo interreligioso Shinmeizan («La montagna della vera vita»), fondato 30 anni fa nella Provincia di Kumamoto, sull’isola di Kyushu, dove vivono religiosi e religiose italiani e giapponesi. Un luogo di silenzio e di spiritualità dove religioni e tradizioni molto diverse possono incontrarsi in un clima di rispetto reciproco. Caratteristica di Shinmeizan è attingere dalla tradizione culturale e religiosa del Giappone elementi importanti da valorizzare nella spiritualità cristiana

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Prepararsi alla consolazione



Nessuno è escluso dall’incontro col Signore: Dio «passa» nella vita di ognuno e ogni cristiano è chiamato a essere «in tensione verso questo incontro» per riconoscerlo e accogliere la sua pace. È un messaggio di speranza e di gioia quello lanciato dal Papa nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta il 25 settembre. Ma è anche un invito a togliersi il torpore di dosso, a non essere cristiani «chiusi». 
Lo spunto della riflessione è venuto dalla prima lettura del giorno (Esdra, 1, 1-6) che «racconta il momento nel quale il popolo di Israele è liberato dall’esilio». Un popolo che — come è ripetuto anche nel salmo — canta: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi».
Vedendo come Dio aveva ispirato «il cuore del re pagano per aiutare il popolo a tornare a Gerusalemme», ripetevano felici: «Ci sembrava di sognare». E ancora: «la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia». Essi, ha detto Francesco, «non capivano, ma erano tanto gioiosi». 
Era lo stesso popolo che, sollecitato dai pagani a cantare durante l’esilio, aveva risposto: «Ma no, non possiamo, è lontano». Ha spiegato il Pontefice: «Le chitarre erano lì, sugli alberi, non potevano cantare perché non avevano la gioia: avevano la tristezza dell’esilio». 
Quella che viene descritta nella Scrittura è quindi «una visita del Signore: il Signore visitò il suo popolo e lo riportò a Gerusalemme». E proprio sulla parola «visita» si è soffermato il Papa: una parola «importante nella storia della salvezza». La si ritrova, ad esempio, quando «Giuseppe disse ai suoi fratelli in Egitto: “Dio, certo, verrà a visitarvi. Portate le mie ossa con voi”». Ogni volta che si parla di «liberazione, ogni azione di redenzione di Dio, è una visita: il Signore visita il suo popolo». E anche «al tempo di Gesù», quando «la gente che era guarita o liberata dai demoni, diceva: “Il Signore ha visitato il suo popolo”». Lo stesso Gesù, ha ricordato Francesco, «quando guarda Gerusalemme pianse... Pianse su di lei. Perché pianse?». Perché, afferma, «non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata; non hai capito la visita del Signore».
Ecco allora l’insegnamento per ogni uomo: «Quando il Signore ci visita ci dà la gioia, cioè ci porta in uno stato di consolazione», porta a «mietere nella gioia», dona «consolazione spirituale». Una consolazione, ha aggiunto, che «non solo accade in quel tempo», ma «è uno stato nella vita spirituale di ogni cristiano». 
Su di essa il Papa ha articolato, in tre punti, la sua meditazione: «aspettare la consolazione», poi «riconoscere la consolazione, perché ci sono dei falsi profeti che sembrano consolarci e invece ci ingannano», e «conservare la consolazione». 
Per prima cosa, ha spiegato Francesco, occorre «essere aperti alla visita di Dio», perché «il Signore visita ognuno di noi; cerca ognuno di noi e lo incontra». Ci possono essere «momenti più deboli, momenti più forti di questo incontro, ma il Signore sempre ci farà sentire la sua presenza, sempre, in un modo o nell’altro». E, ha aggiunto, «quando viene con la consolazione spirituale, il Signore ci riempie di gioia» come è accaduto con gli israeliti. Occorre quindi «aspettare questa gioia, aspettare questa visita», e non, come pensano tanti cristiani, aspettare solo il cielo. Ha chiesto infatti il Pontefice: «In terra, cosa aspetti? Non vuoi incontrarti con il Signore? Non vuoi che il Signore ti visiti nell’anima e ti dia questa cosa bella della consolazione, della felicità della sua presenza?».
La domanda successiva è allora: «Come si aspetta la consolazione?». La risposta è: «Con quella virtù umile, la più umile di tutte: la speranza. Io spero che il Signore mi visiterà con la sua consolazione». Bisogna «chiedere al Signore che si faccia vedere, si faccia incontrare». 
Occorre «prepararsi», ha spiegato il Papa, perché «il cristiano è un uomo, una donna, in tensione verso l’incontro con Dio», verso «la consolazione che dà questo incontro». E se non è così, «è un cristiano chiuso, è un cristiano messo nel magazzino della vita, non sa cosa fare». Perciò, ha ribadito ancora una volta, occorre «prepararsi alla consolazione, chiedere la visita del Signore», come gli israeliti che «per settant’anni hanno chiesto questa visita. Il Signore li ha visitati». Prepararsi con «speranza», anche se si pensa di avere una speranza «piccola», perché «tante volte» questa speranza «è forte quando è nascosta come la brace sotto la cenere».
Il secondo punto è «riconoscere la consolazione». Infatti «la consolazione del Signore non è un’allegria comune, non è una gioia che si può comprare», come quando «andiamo al circo». La consolazione del Signore, ha detto Francesco, «è un’altra cosa». Si riconosce: «tocca dentro e ti muove e ti dà un aumento di carità, di fede, di speranza e anche ti porta a piangere per i tuoi peccati» e a «piangere con Gesù» quando contempliamo la sua passione. La «vera consolazione», ha spiegato il Papa, «eleva l’anima alle cose del cielo, alle cose di Dio e, anche, quieta l’anima nella pace del Signore». Non si può confondere con il «divertimento». Non che, ha precisato, il divertimento sia «una cosa cattiva quando è buono, siamo umani, dobbiamo averne»; ma la consolazione è altro. Essa «ti prende e proprio la presenza di Dio si sente» e fa riconoscere: «questo è il Signore». È la stessa esperienza vissuta dai discepoli sul lago di Tiberiade, la notte in cui non avevano pescato nulla e Giovanni sulla riva disse: «“È il Signore!”. Lo ha riconosciuto subito». Ed è quella vissuta dagli israeliti dopo l’esilio: «La nostra lingua si riempì di gioia. La nostra bocca si riempì di sorriso». 
Perciò occorre riconoscere la consolazione «quando viene». E quando viene, «ringraziare il Signore». Ognuno deve essere consapevole che «è proprio il Signore che passa, che passa per visitarmi, per aiutarmi ad andare avanti, per sperare, per portare la croce». A questo, ha detto il Pontefice, occorre anche «prepararsi con la preghiera». Speranza e preghiera: «Vieni Signore, vieni, vieni».
C’è infine un terzo punto: «conservare la consolazione». Perché se è vero che la «consolazione è forte», è anche vero che «non si conserva così forte — è un momento — ma lascia le sue tracce». Entra, così, in gioco il fare «memoria». Come fece il popolo d’Israele quando fu liberato. 
E quando poi, si è chiesto Francesco, «passa questo momento forte» dell’incontro e della consolazione, «cosa rimane? La pace», che è proprio «l’ultimo livello di consolazione». Uno stato che si riconosce; si dice, infatti: «Guarda: un uomo in pace, una donna in pace». Ecco allora che «ognuno di noi può domandarsi: io sono in pace? Sono sereno nell’anima?».
L’esortazione finale del Papa è stata quindi quella di chiedere «al Signore che ci insegni questa tensione verso la redenzione, questa strada di tensione» riguardo alla quale il salmo, commentando il ritorno dall’esilio, dice: «Nell’andare se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare viene con gioia, portando i suoi covoni». Da qui l’auspicio conclusivo: «Che il Signore ci dia questa grazia: aspettare la consolazione, riconoscere la consolazione spirituale e conservare la consolazione».

L'Osservatore Romano

Lunedì della XXV settimana del Tempo Ordinario




Chiamò lucerniere la santa Chiesa,
perché in essa risplende la parola di Dio
mediante la predicazione,
e così, con i bagliori della verità,
illumina quanti si trovano in questo mondo come in una casa.

San Massimo il Confessore


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Dal Vangelo secondo Luca 8, 16-18

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce.


Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce. Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».

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"Come ascoltiamo"? Non è una domanda da poco conto. C'è una misura nell'ascoltare, una capacità di ascolto che, nelle parole di Gesù, appare decisiva. Perché ciascuno "ha" secondo come ascolta: si potrebbe coniugare le parole di Gesù dicendo che "a chi ha" ascoltato "sarà dato", ma "a chi non ha" ascoltato "sarà tolto anche ciò che crede di avere". Quindi, non tutti modi in cui si presta orecchio  hanno lo stesso valore. Parole, musica, rumori, ci sfiorano senza lasciare tracce. E poi le parole di chi ci è accanto, non parliamone neanche... refoli di vento a sfiorare le orecchie, spesso fastidiosi, mai che giungano al cuore. A meno che non si tratti di lodi e riconoscimenti... Nulla riesce a penetrare la barriera che erigiamo per paura della morte, ovvero della verità che venga a scuotere il nostro torpore borghese. Anche la Parola di Dio resta confinata sulla soglia, sia essa la strada, la pietra o le spine. Il seme non scende, non ci feconda, e restiamo senza frutto, come il fico pieno solo di foglie, come una lampada coperta da un vaso e posta sotto un letto, come il talento nascosto nel fazzoletto o sotto terra. Così è buona parte della nostra vita, ed è ridicola oltre che stolta... "Nessuno" accende una lampada e la nasconde, eppure vi è qualcuno che fa esattamente così con la propria vita. Riceve da Dio doni immensi, neanche se ne accorge, e li mette nel cassetto. La vita stessa, un dono meraviglioso, "full optional", pronta a partire sui cammini della storia per amare e donarsi, e invece, preferiamo una bicicletta scassata, e lasciamo la vita vera chiusa in garage. Spesso ce ne vergogniamo, la riteniamo sfortunata, piena di aspetti da nascondere, impresentabile. Meglio un po' di ipocrisia, flash di parole e inganni per non farci coinvolgere davvero nei problemi, e così non dover perdere nulla di noi stessi. Tutto questo accade perché ascoltiamo male, superficialmente e con arroganza, con la sicumera di chi la sa lunga su tutto. Chi può parlarti? Pensi che vi sia qualcuno che abbia qualcosa da dirti? Forse un medico di fronte a dei sintomi che non sai di dove vengano. Ma così, repentinamente, nel bel mezzo del lavoro, o in famiglia o a scuola, qualcuno può parlarti? Chi c'è oggi nella tua vita che pensi abbia qualche parola da aggiungere alle tue, una profezia, una correzione, un annuncio.... Ne hai bisogno? Perché per ascoltare ci vuole tantissima umiltà, e riconoscere di avere molto da imparare e quindi molto da ascoltare. E accettare che sino ad ora abbiamo vissuto nell'illusione di "avere qualcosa" e invece, immancabilmente, facciamo ogni giorno la triste esperienza di vederci portar via quello che "crediamo di avere". La ragione nelle questioni e nelle discussioni innanzi tutto e poi i criteri, i valori, sino alle persone e agli affetti più cari. Ma guarda un po', tutto è legato all'ascolto... Perché la fede, il fondamento dell'esistenza, viene dall'ascolto del Kerygma, dell'annuncioAllora, una cosa sola è necessaria e buona e bella, ascoltare bene come Maria, ai piedi di Gesù istante dopo istante, per ricevere la fede che nessuno potrà toglierci; ciò significa riconoscere nelle parole che ci arrivano l'annuncio della Buona Notizia. Anche in quelle irritate della moglie, o ribelli del figlio, o ingannevoli dei colleghi. Ogni parola contiene l'annuncio più importante, quello che dona e fa maturare la fede. Se non lo intercettiamo saremo condannati a vivere follemente: pur avendo ricevuto in dono la vita colma di amore, la strangoleremo nell'egoismo, regalo del demonio che non ci lascia mai in pace. Ascolta male, infatti, chi ascolta il padre della menzogna e, come Adamo ed Eva, riempie i giorni di ipocrisie, falsità e fughe, schiavo del proprio io. Chi ascolta male si nasconde, e che fatica....

Allora, chiederci "come ascoltiamo" significa interrogarci su "chi ascoltiamo". Perché per riconoscere una buona notizia in un responso medico che ti annuncia un cancro, beh, bisogna aver visto il Signore risorto e avere la certezza che sia Lui a parlarci, e metterci in ascolto di Lui; altrimenti ascolteremo il demonio, e lui di certo non ci presenterà la Croce come la salvezza e l'amore di Dio. Dunque, chi stiamo ascoltando? È facile rispondere: ascoltare in ebraico significa anche obbedire. Si tratta dell'obbedienza a ciò che fonda e dirige l'esistenza, alla parola che ci ha creati e che ci dona ogni istante la vita, anche ora. La Parola del demonio rende schiavi, quella di Gesù libera per amare. Chi è stato liberato vive liberamente. Chi è stato illuminato vive nella Luce. Chi è stato amato gratuitamente ama gratuitamente, perché in tutto ascolta la voce di Cristo. Per questo tutto diviene suo, e ogni giorno riceve qualcosa in più. La Croce, infatti, si rinnova sempre: "abbiamo" oggi la Croce? l'abbiamo ricevuta come un dono attraverso l'ascolto della parola del Signore? Allora "ce ne sarà data" ancora, e con essa più amore, più pace... Un insulto, un incomprensione, una difficoltà e un'umiliazione... Chi ha Cristo e la fede che lo riconosce in ogni circostanza e persona, vede moltiplicarsi l'intimità con Lui che solo si sperimenta sulla Croce, e in essa le consolazioni autentiche e non sentimentali, l'esperienza del suo amore. Chi scappa dalla Croce e difende la sua vita spegnendosi e occultando le grazie "sotto il letto", invece - rispondendo al male con il male ad esempio - perderà tutto, giorno dopo giorno. Chi si chiuderà all'ascolto di Dio che parla attraverso la sofferenza di un figlio, il suo disagio che ci urta e scomoda, perderà suo figlio!!! E così, se non ascolteranno, accadrà a un prete con i suoi parrocchiani, a un professore con i suoi alunni, a un fidanzato con la sua fidanzata. Come è allora oggi oggi la nostra vita? Non possiamo dimenticare che nulla di quanto ci è stato dato, nessuna parola di vita che ci è stata predicata resterà nascosta: la predicazione che ci salva, ascoltata con "cuore buono e perfetto" e obbedita giorno dopo giorno, ci arricchisce ogni giorno di più, e fa della nostra vita qualcosa di bello, ma bello davvero; tanto bello da essere messo in vetrina, come il frutto più squisito e prezioso dell'amore di Cristo. L'ascolto umile e accogliente ci depone sul "lampadario", perché la nostra vita sia un riverbero della luce della Verità. Tutto quello che siamo chiamati a vivere ci issa sul lampadario che è la Croce, da dove filtra, misteriosamente, la luce della Pasqua e della vita tra le piaghe della morte. Ecco a cosa oggi ci chiama il Signore: ad ascoltare e a lasciarci attirare sulla Croce con Lui: "l’anima destinata a regnare con Gesù Cristo nella gloria eterna deve essere ripulita a colpi di martello e di scalpello, di cui l’Artista divino si serve per preparare le pietre, cioè le anime elette. Ma quali sono questi colpi di martello e di scalpello? Sorella mia, sono le ombre, i timori, le tentazioni, le afflizioni di spirito e i tremori spirituali con qualche aroma di desolazione e anche il malessere fisico" (San Pio da Pietralcina). Alla Croce dunque, può accedere solo chi "ha" molto e molto e molto di più, l'amore infinito di Dio, perché esso non ha misura e si dona senza misura. Sulla Croce, che è la verità della storia e della nostra esistenza, può salire solo chi ascolta senza misura, nella completa disponibilità, libero per accogliere i "colpi di di martello e di scalpello" che purificano l'dito. Sì, l'ascolto è l'ascensore che, attraverso la Croce, ci conduce al Cielo, insieme a tutti quelli che "entrando" - nella famiglia, la comunità, la Chiesa, o la nostra vita ovunque essa giunga - possono contemplarvi la luce che annuncia e illumina il destino eterno di amore e misericordia preparato per ogni uomo. Una vita stupenda dunque è quella di ciascuno, tanto più bella quanto più orientata all'ascolto; tanto bella da essere, ogni giorno, esposta davanti al mondo, come uno spettacolo, identico a quello di Cristo sul Calvario: ogni giorno siamo infatti, con Lui, come condannati a morte, come pecore condotte al macello. Questa è la Chiesa, legata a Cristo crocifisso come i rami al tronco dell'albero. E così offriamo noi stessi perché innestati a Cristo grazie all'ascolto, fondati nella certezza che questo è l'amore autentico e primizia inconfondibile di un Cielo che la terra non conosce. Aspetta, infatti, il candelabro su cui vedere risplendere la nostra vita, perché nulla di essa, bagnata dalla Grazia e dalla misericordia, potrà restare nascosta, neanche un istante, nemmeno quello che agli occhi della carne, appare insignificante. Tutto di noi, anche oggi, sarà rivelato; come una buona notizia se avremo accolto il Signore, come uno scandalo se lo avremo rifiutato. E, stiamone certi, lo capiremo subito, cominciando dalla nostra famiglia. 


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I «social», palazzo di vetro senza pietà

Chiara Giaccardi. Avvenire 16 settembre 2016

Una giovane donna si suicida, dopo che il video di un suo rapporto sessuale viene diffuso da chi doveva tenerlo per sé, diventando virale. Rabbia, vergogna, incredulità per le parodie e la totale mancanza di solidarietà e sdegno per questa gogna digitale hanno spezzato una vita forse già fragile. Facile dire ora che non avrebbe dovuto lasciarsi filmare, e soprattutto non avrebbe dovuto condividere il filmato con quei pochi che poi non hanno esitato renderla zimbello del web. Diciamo anche a margine che non sempre, e questa ne è prova lampante, i contenuti generati dall’utente sono una conquista e un motivo di orgoglio: possono diventare «prodotti ad alto inquinamento sociale», con una efficace espressione di Leonardo Becchetti. Ma al di là dell’amaro impasto di tristezza, indignazione per la violenza simbolica (che ha sempre effetti molto concreti) e del «certo che poteva evitare» è necessario cercare di imparare qualcosa da questa triste vicenda, che non fa onore a nessuno. Fermarci a pensare. Thinking what we are doing, come invitava a fare Hannah Arendt, in tempi bui, per non soccombere al male intorno. Questo caso, nella sua tragica concretezza, ci può far riflettere su processi più generali, nei quali siamo immersi anche come parte attiva, ma spesso troppo poco consapevole. 
Ne menziono tre, sui quali questa vicenda, e troppe altre che le somigliano, devono farci meditare. Il primo è quello che tra gli studiosi viene definito il 'collasso dei contesti'. È stata la Tv a dare inizio a una riconfigurazione della geografia della vita sociale, sganciando l’esperienza dal luogo, riscrivendo i modi della vicinanza e della lontananza, rendendo pubblico il privato. Con i social media questo processo si radicalizza: desideriamo raccontarci (l’atteggiamento di 'estimità' ed estroflessione che è il contrario dell’intimità) e pensiamo di essere in una stanza a parlare coi nostri amici, mentre invece siamo su un palcoscenico senza confini. Viviamo di fatto come in un palazzo di vetro, dove tutti vedono tutti. E questo crea un problema. Noi negoziamo infatti le nostre identità nelle relazioni con gli altri, in contesti diversi che richiedono una capacità di sintonizzarsi e assumere comportamenti appropriati; e questo implica la possibilità di rivelarci selettivamente ai diversi 'pubblici'. Non è, si badi bene, una forma di ipocrisia, bensì di consapevolezza delle differenze. Non si sta in famiglia come sul lavoro, non ci si comporta a una festa come a un funerale. 
Oggi la gestione consapevole del nascondere/mostrare è diventata molto più difficile. E non è un caso che l’universo social stia privilegiando le applicazioni che consentono un’interazione più 'privata', più intima, più simile ai tradizionali contesti faccia a faccia: il tentativo è quello di suddividere di nuovo in stanze separate l’open space creato dai social media, di ripristinare la pluralità dei contesti. Ma siamo ancora lontani, e i rischi non mancano comunque. Con i social media, in ogni caso, ilbroadcasting del sé raggiunge una scala molto ampia, lasciando tracce permanenti e recuperabili nel tempo, la cui accessibilità è al di fuori del nostro controllo. Esserne consapevoli è fondamentale. E introduce il secondo punto cui prestare attenzione: quello della comunicazione socialè un mix tra self-generated (prodotto dall’utente) e other-generated content (immagini 'taggate', commenti ai post etc.). Le audience per i contenuti creati e condivisi sono multiple, interconnesse e invisibili, potenzialmente illimitate. E non controllabili. Ciò che noi produciamo non ci appartiene più e può essere usato contro di noi. L’illusione di essere 'proprietari' di ciò che abbiamo postato, delle nostre tracce nel web è davvero pericolosa, come si dimostra. 
E infine, anche se le questioni sarebbero ancora molte, il rischio della perdita di realtà, che ci rende disumani. La mediazione del dispositivo che 'documenta per condividere' rischia di anestetizzarci, se ci adeguiamo semplicemente alla logica della fattibilità. Dove tutto è possibile, niente esiste davvero, scriveva Benasayag. Dove tutto è trasformabile in post e capitalizzabile in likes, nulla esiste davvero fuori di questa logica. Il 'capitalismo delle emozioni' ci porta a produrre, anche cinicamente, contenuti che possano diventare rapidamente virali, senza altro ordine di considerazioni se non quello quantitativo, in prospettiva autoreferenziale. Sì perché tutto questo, anche se non ci piace sentirlo dire, è figlio di un individualismo radicale dove niente conta più veramente, al di là di me. Dunque, non c’è solidarietà, compassione, rispetto che tenga. Nessuna ragione per mettere un limite alle nostre azioni. Perdita di realtà, anestesia, sé 'quantificato': non sono effetti necessari ma rischi in cui si cade senza accorgersene, se non si pensa a quel che si sta facendo. Se non si esce dalla logica di ciò che il dispositivo rende possibile, diventando puri esecutori di istruzioni scritte da altri, in preda al bisogno smodato di essere visti. 
Ecco perché, per citare un altro caso su questa scia, si arriva fino a filmare, sghignazzando, l’amica violentata nel bagno della discoteca. Probabilmente, pensando a quanti rilanci avrà il video. Perché del riconoscimento, della relazione il nostro io ha bisogno. E nella cornice dell’individualismo assoluto questo bisogno assume forme pervertite e disumane. È cronaca di questi giorni. Le donne, vittime, arrivano a farsi stolidamente complici dei carnefici. La tecnologia non libera affatto, se non ne capiamo il senso, ma anzi può essere piegata a forme subdole e sempre più perverse di umiliazione e violenza. Pensiamo a quel che stiamo facendo, a dove stiamo andando, a dove sta il senso. Per far sì che il dolore non sia inutile. Per non rendere vana questa triste morte. Che Tiziana, ora, riposi in pace.

domenica 24 settembre 2017

Santa Messa per il Corpo della Gendarmeria Vaticana. Omelia del Santo Padre





Santa Messa per il Corpo della Gendarmeria Vaticana, nella Grotta di Lourdes ai Giardini vaticani. Omelia del Santo Padre 
Sala stampa della Santa Sede 
Questa mattina, alle ore 9.30, presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani, il Santo Padre Francesco ha presieduto la Celebrazione Eucaristica per il Corpo della Gendarmeria Vaticana, in occasione della ricorrenza del patrono, San Michele Arcangelo, che ricade il 29 settembre. Riportiamo di seguito il testo dell’omelia che il Papa ha pronunciato a braccio nel corso della Santa Messa
Omelia del Santo Padre 
Nella prima Lettura il profeta Isaia ci esorta a cercare il Signore, a convertirci: «Cercate il Signore mentre si fa trovare; invocatelo mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri» (55,6-7). C’è la conversione. Ci dice che la strada è quella: cercare il Signore. Cambiare vita, convertirsi… E questo è vero. Ma Gesù cambia la logica e va oltre, con una logica che nessuno poteva capire: è la logica dell’amore di Dio. E’ vero, tu devi cercare il Signore e fare di tutto per trovarlo; ma l’importante è che è Lui che sta cercando te. Lui sta cercando te. Più importante che cercare il Signore, è accorgersi che Lui mi cerca. 
Questo passo del Vangelo, questa parabola, ci fa capire questo: Dio esce per trovarci. Per cinque volte in questo passo si parla dell’uscita: l’uscita di Dio, il padrone di casa, che va a prendere a giornata i lavoratori per la sua vigna. E la giornata è la vita di una persona, e Dio esce al mattino, a metà mattinata, a mezzogiorno, il pomeriggio fino alla sera, alle cinque. Non si stanca di uscire. Il nostro Dio non si stanca di uscire per cercarci, per farci vedere che ci ama. “Ma, padre, io sono un peccatore…”. E quante volte noi stiamo in piazza come questi [della parabola] che tutta la giornata sono lì; e stare in piazza è stare nel mondo, stare nei peccati, stare… “Vieni!” – “Ma è tardi…” – “Vieni!”. Per Dio non è mai tardi. Mai, mai! Questa è la sua logica della conversione. Lui esce da Sé stesso per cercarci, e tanto è uscito da Sé stesso che ha mandato il suo Figlio a cercarci. Il nostro Dio sempre ha lo sguardo su di noi. Pensiamo al padre del figlio prodigo: dice il Vangelo che lo vide arrivare da lontano (cfr Lc 15,20). Ma perché lo vide? Perché tutti i giorni, e forse varie volte al giorno, saliva sul terrazzo a guardare se il figlio veniva, se il figlio tornava. Questo è il cuore del nostro Dio: ci aspetta sempre. E quando qualcuno dice: “Ho trovato Dio”, sbaglia. Lui, alla fine, ti ha trovato e ti ha portato con sé. E’ Lui a fare il primo passo. Lui non si stanca di uscire, uscire… Lui rispetta la libertà di ogni uomo ma sta lì, aspettando che noi gli apriamo un pochettino la porta. 
E questa è la cosa grande del Signore: è umile. Il nostro Dio è umile. Si umilia aspettandoci. Sta sempre lì, ad aspettare. 
Tutti noi siamo peccatori e tutti abbiamo bisogno dell’incontro con il Signore; di un incontro che ci dia forza per andare avanti, di essere più buoni, semplicemente. Ma stiamo attenti. Perché Lui passa, Lui viene e sarebbe cosa triste che Lui passasse e noi non ci accorgessimo che Lui sta passando. E chiediamo oggi la grazia: “Signore, che io sia sicuro che Tu stai aspettando. Sì, aspettando me, con i miei peccati, con i miei difetti, con i miei problemi“. Tutti ne abbiamo, tutti. Ma Lui è lì: è lì, sempre. Il peggiore dei peccati credo che sia non capire che Lui è sempre lì ad aspettarmi, non avere fiducia in questo amore: la sfiducia nell’amore di Dio. 
Il Signore, in questa giornata gioiosa per voi, vi conceda questa grazia. Anche a me, a tutti. La grazia di essere sicuri che Lui sempre è alla porta, aspettando che io apra un pochettino per entrare. E non avere paura: quando il figlio prodigo incontrò il padre, il padre scese dal terrazzo e andò incontro la figlio. Quell’anziano andava in fretta, e dice il Vangelo che quando il figlio incominciò a parlare: “Padre, ho peccato…”, non lo lasciò parlare; lo abbracciò, lo baciò (cfr Lc 15,20-21). Questo è quello che ci aspetta se noi apriamo un pochettino la porta: l’abbraccio del Padre.